venerdì 22 agosto 2008

Alka Seltzer

Questo racconto è stato finalista al Premio Energheia 2006 ed al Premio N.A.S.F. 2, in seguito ai quali è stato rispettivamente pubblicato nelle antologie "I Racconti di Energheia", Edizioni Energheia, 2007, Matera e "Nuovi Autori Science Fiction 2", 2006. E' stato anche terzo classificato al "Premio Interrete Shorts" 2005, e sesto classificato al concorso "Città di Melegnano" 2005.

A quel tempo ero un vero fan del farmaco...


Alka seltzer

Anche quella sera, con il solito gesto automatico passò un dito sullo schermo della televisione, esaminò attentamente che non rimanesse un solo granello di polvere sul polpastrello e tirò un sospiro di sollievo.
Prese il telecomando rivestito di cellophane e, dopo aver disteso il telo di stoffa sul divano, ci si spalmò sopra e accese l’apparecchio.
Frank era rientrato a casa stanco morto come sempre, nauseato da quella vita fatta di rituali ripetuti ormai quasi automaticamente. La sveglia alle sette, dopo le poche ore a fatica strappate all’insonnia, il cappuccino rigorosamente decaffeinato e reso tiepido con un cucchiaino di latte freddo, la doccia anch’essa tiepida, nonostante il rigido inverno inglese, per evitare l’odiosa calura durante la rituale quotidiana vestizione in divisa con tanto di giacca a collo serrato dal cappio della cravatta.
Rituali professionali piuttosto ovvi si mescolavano a rituali privati che considerava altrettanto obbligatori. Stabilire l’esatto confine tra gli uni e gli altri non sarebbe stato facile, ammesso di voler tentare.
E poi un’altra lunga giornata trascorsa dietro la polverosa scrivania, nella grigia stanza condivisa con due rumorosi colleghi negli uffici della “Eco-Control”, l’azienda addetta al monitoraggio dell’inquinamento atmosferico per conto della Contea di Berkshire.
Dopo aver conseguito la laurea in chimica ed essere entrato nell’azienda grazie alla segnalazione di un amico paterno, il modesto stipendio gli aveva consentito di separarsi dalla famiglia d’origine qualche anno prima per tentare di cavarsela da solo; aveva preso un minuscolo appartamento in affitto nella cittadina di Wokingham per riappropriarsi della sua vita, ben al riparo dalle violente ansie della sorella, dalla depressione cronica del padre e soprattutto dalle instancabili cure della cara madre, che pure aveva sempre adorato il figliolo benedetto che il cielo le aveva mandato, il suo bimbo bisognoso di attenzione, l’unica realizzazione della sua infausta vita.
Si era fatto infinocchiare proprio da loro, gli amati genitori, e ignorando le proprie aspirazioni personali, ammesso che ancora ne avesse, si era iscritto alla facoltà di chimica; l’azienda paterna, a lui destinata, una piccola ditta di reagenti chimici all’ingrosso, era poi fallita pochi mesi prima che terminasse gli studi, schiacciata dai debiti e dalla concorrenza delle multinazionali, e il giovane si ritrovò con una laurea in una disciplina che trovava detestabile, ma che pur rappresentava l’unica strada verso l’emancipazione.
Pur rammaricandosi di questa e di altre scelte sbagliate, aveva pensato che forse un giorno avrebbe avuto un’altra occasione e si era messo a fare il chimico per la contea.
Misurava il tasso atmosferico di idrocarburi aromatici prodotti dal gas di scarico delle automobili, la quantità di metalli pesanti nei pesci del fiume, il livello di radioattività ambientale prodotta dalla centrale nucleare della zona, e tornava ogni giorno a casa percorrendo in bicicletta quasi nove chilometri in mezzo ai gas di scarico, per ritrovarsi a mangiare carne in scatola sognando il pesce fresco del fiume, e con il timore costante di non riuscire a pagare la bolletta dell’elettricità che dalla centrale nucleare veniva irrorata nella piccola verde contea.
Lavorare al controllo dell’inquinamento aveva acuito la sua competenza in fatto di polveri e germi, e il rigore con cui intendeva mantenere la sua abitazione perfettamente asettica era almeno pari a quello imposto dalla Contea per il monitoraggio della contaminazione ambientale.
Ma nonostante tutto, in Frank la speranza non era ancora morta.
Qualcosa che spezzasse il torpore della ripetizione sarebbe pur dovuto succedere prima o poi, che fosse per caso, destino o buona sorte, entità tra le quali non aveva nessuna preferenza filosofica o ideologica, purché qualcosa accadesse.
Dopo la parca e fredda cena, come sempre preparò il bicchiere di Alka Seltzer, l’anti-acido per la notte e lo pose con cura sul comodino alla sua destra, nella solita posizione vicino al piccolo lume rosso. Lesse due colonne di cronaca locale di quel giorno, il 2 gennaio 2006, e si addormentò.
Con la porta della stanza chiusa, come sempre.
Al mattino fu svegliato presto da un grido che sferzò aggressivamente i suoi timpani e stuprò il silenzio del bel sogno che per una volta stava facendo.
-Ella! Vuoi uscire dal bagno, maledizione?
Era da molto tempo che a Frank non capitava di essere svegliato in un modo così brutale; sulle prime, nel dormiveglia, pensò che i vicini stessero facendo più baccano del solito e non si rese conto che quei rumori confusi e sgradevoli erano molto più vicini a lui di quanto potesse immaginare.
Quella voce stridula e vagamente familiare si attenuò, mescolandosi ad un’altra, lamentosa e più dimessa, e prolungando il fastidioso rumore di fondo.
Frank vide buio fuori dalla finestra, pensò che fosse ancora piuttosto presto per alzarsi e decise di tentare di riprender sonno.
Dopo pochi secondi udì un rumore crescente di passi concitati, pareva una corsa su per una serie di gradini, e si sentì disorientato; viveva in una villetta bifamiliare, e i vicini, come lui, non avevano scale in casa. Il rumore divenne sempre più forte e Frank, preoccupandosi, decise di accendere la luce; sollevò il braccio destro verso il comodino e pigiò l’interruttore, che gli parve più duro del solito, ma era stanco e non diede importanza a questo particolare.
Notò però immediatamente che il suo alka-seltzer non era più dove lo aveva lasciato e si chiese che fine avesse fatto; da anni aveva l’abitudine, anch’essa rituale, di prepararlo ogni sera nel timore di attacchi di gastrite notturna, che in realtà quasi mai poi si presentavano.
Il rumore di passi era cessato, proprio dietro la porta chiusa della stanza da letto, cedendo il posto ad un inquietante silenzio. Alla vista di un’ombra che si insinuava sotto la fessura tra la porta e il pavimento, il cuore del ragazzo iniziò a batter forte e tutte quelle piccole stranezze si composero in uno strano presentimento: era ormai certo che li fuori ci fosse qualcuno.
La vista era ancora debole al risveglio, ma la stanza gli sembrava diversa e all’improvviso la porta si spalancò con forza; Frank ne fu terrorizzato e non credette ai suoi occhi quando vide comparire una gracile ragazza dall’aspetto scialbo e trasandato.
-Frank!- esclamò lei guardandolo con occhi infuocati di rabbia -hai preso tu il mio dentifricio?
Il ragazzo la fissò incredulo, aprì la bocca per rispondere, ma la voce gli si smorzò in gola come in un principio di soffocamento. Richiuse gli occhi e li riaprì diverse volte, sperando che quella figura sparisse. Cercò di convincersi che stesse ancora dormendo, tormentato dall’ennesimo incubo.
Ma era tutto orrendamente reale: di fronte a lui c’era proprio sua sorella Eleanor.
Due sole sillabe si trasformarono in un flebile suono emesso dalla bocca di Frank, con la lingua che si chiuse a fatica sui denti per pronunciare, lentamente, il nomignolo con cui l’avevano sempre chiamata tutti:
-Ella…
-Frank!- aggiunse la ragazza sempre più rabbiosa e impaziente –devo uscire tra due ore, lo sai che mi serve molto tempo per prepararmi, ti ripeto la domanda: hai preso tu il mio cazzo di dentifricio?
Frank si guardò intorno e riconobbe la stanza dov’era sempre vissuto nella casa dei suoi genitori.
Era lì che si era svegliato. Era lì che si trovava.
Iniziò a cercare una spiegazione razionale all’assurdità in cui era precipitato, riuscì a dare un senso alle parole che pronunciò e le chiese:
-Ella, cosa… cosa è successo? Sono… arrivato qui stanotte? Ho avuto un incidente? Sto sognando? Sono impazzito?
Alzò la voce e terminò l’angosciata raffica di domande gridando:
-perché diavolo sono qui?
La ragazza non rispose e uscì dalla stanza spazientita tirando la porta per sbatterla con tutta la forza possibile e raggiungendo lo scopo di fare un gran fracasso. Era sempre stato quello il suo modo di manifestare il proprio disappunto.
Frank si guardò in giro con più attenzione e osservò che in quella stanza tutto era rimasto come l’aveva lasciato anni prima; questo non lo stupì affatto, si alzò e si guardò le gambe e poi più su, le braccia: indossava il pigiama blu che era certo di non aver mai portato con sé quando aveva traslocato, così come era certo di odiare quel maledettissimo indumento da ragazzino che sua madre gli aveva regalato anni addietro. Vide un calendario appeso alla parete e pur non soffermandosi a guardarlo attentamente ebbe all’improvviso un illuminante atroce sospetto, prese il telecomando e accese la TV sul primo canale della BBC, che stava trasmettendo la replica del telegiornale della notte che si chiudeva in quel momento con le solite previsioni meteorologiche.
“Per domani, 3 gennaio 2002, si prevede pioggia intensa su tutto il Berkshire…”
Il dubbio di aver udito o capito male la voce dello speaker fu fugato dalla data in sovrimpressione, che tragicamente corrispondeva: January 3, 2002.
In quello stesso istante udì una voce femminile, che lo chiamava dal basso:
-Francis, visto che ormai sei sveglio, vuoi accompagnare tu papà al lavoro?
Francis.
C’era solo una persona che lo chiamava così in tutta la Gran Bretagna.
Sentì la forza nelle gambe mancare, dapprima si inginocchiò sul pavimento e poi cadde in avanti proteggendosi all’ultimo momento con le braccia.
Si rialzò e corse a guardarsi allo specchio: non aveva più i baffi, né il pizzetto; perfino il taglio dei capelli era proprio quello che aveva usato negli anni precedenti.
Annaspava per non annegare in quel mare nero in cui era stato gettato, dovette iniziare a respirare a bocca aperta, vide la finestra e l’aprì.
Iniziavano le prime luci dell’alba di quella mattina di quattro anni prima.

Impiegò una settimana a calmarsi e ricostruire il ricordo della sua vita di allora. La prima notte che trascorse nel suo secondo anno 2002 non riuscì a dormire e si maledì per questo, perché aveva sperato che così come era arrivato lì sarebbe magari potuto andarsene semplicemente dormendo. La seconda notte si imbottì del sonnifero di sua madre. La terza notte, ipotizzando che l’ultima speranza valida fosse riuscire a dormire un sonno normale e senza il “trucco” del sonnifero, riuscì ad addormentarsi per tre brevissime ore. Alla quarta notte si rassegnò all’idea che si sarebbe svegliato nuovamente in quella casa e in quell’anno.
All’inizio aveva tentato di raccontare ai familiari la sua versione sui quattro anni successivi e sulla notte del due gennaio duemilasei, ma suscitò dapprima ilarità e poi crescente preoccupazione. Decise quindi di tacere e prese a concentrarsi sull’osservazione di tutti i dettagli, anche quelli più insignificanti, per tentare di capire cosa fosse successo.
Escludendo, per puro ottimismo, che fosse uscito completamente fuori di testa, le spiegazioni razionali, benché incredibili, potevano essere soltanto due: un salto all’indietro nel tempo o un passaggio in un mondo parallelo. Ma dopo pochi giorni di attenta osservazione vide, ascoltò, sentì e visse episodi che aveva già visto, ascoltato, sentito e vissuto a suo tempo; questa semplice osservazione rese la prima ipotesi molto più probabile.
Il caso, il destino, la sorte.
Tre entità tra cui non aveva mai avuto preferenze.
Era lecito, e soprattutto, aveva senso chiedersi a quale delle tre si dovesse attribuire l’accaduto?
Escluse l’idea che fosse avvenuto tutto per caso, perché accettandola sarebbe necessariamente dovuto arrivare alla conclusione che ripristinare il corso normale della sua vita sarebbe stato verosimilmente impossibile. Solo accettando l’ipotesi d’esser stato predestinato a tutto questo diventava lecito chiedersene il perché e sperare in una qualche possibile inversione degli eventi, una volta assolta chissà quale “missione” o compito. Ma anche in questo caso l’unica possibilità che aveva era rivivere pazientemente tutto, aspettare e nel frattempo tenere gli occhi ben aperti, sperando di cogliere differenze, segni o segnali.
Il caso, il destino, la sorte.
Alla fine della seconda infernale settimana si soffermò sulla terza entità, che fino ad allora non aveva giudicato degna di considerazione: la sorte.
E fece l’ipotesi di aver avuto, finalmente, il colpo di fortuna che aveva sempre atteso, l’occasione della sua vita, quella di non ripetere gli errori già fatti e cambiare per sempre il corso delle cose.
Smise così di pensare al futuro che conosceva e decise di progettarne uno diverso: avrebbe smesso di rivivere passivamente la sua vecchia vita; era il 16 gennaio 2002 e da quel momento in poi avrebbe fatto tutto il necessario per renderla migliore di come la conosceva.
Stabilì inoltre che sarebbe stato indispensabile sfruttare la conoscenza degli eventi a proprio completo vantaggio personale. E magari anche della sua disgraziata famiglia.

La notte di capodanno fra il 2005 e il 2006 nel Berkshire fu memorabile.
Milord Francis Summers, per gli amici Frank, organizzò una festa eccezionale, pagata di tasca propria, alla quale tutti i VIPs della contea furono invitati. Fu l’occasione per molti di conoscere personalmente questo giovane prodigio della statistica, a soli ventiquattro anni già Professore Associato all’Università di Oxford, l’esperto più accreditato del Regno Unito nel calcolo delle probabilità, ma soprattutto il vincitore di innumerevoli concorsi e scommesse nell’arco dei quattro anni precedenti. Rugby, ippica, calcio, cricket, automobilismo e perfino la lotteria nazionale: non vi era un unico campo del gioco in cui Lord Francis non avesse dato prova delle sue eccezionali capacità di previsione. Collaborava inoltre saltuariamente con i servizi meteorologici di mezzo mondo, ed era riuscito addirittura a minimizzare i danni prodotti dal famigerato maremoto del 26 dicembre 2004 nell’Oceano Indiano, impresa per la quale era stato insignito del Premio Nobel per la Pace l’anno successivo.
In pochi anni lo spiantato studente fuori corso di chimica era diventato lo statistico più brillante che il mondo avesse mai conosciuto, e insieme uno degli uomini più ricchi e potenti d’Inghilterra.
Si era anche procurato molti detrattori, soprattutto tra gli altri statistici, che in quanto tali ben sapevano che la sola competenza nel calcolo non bastava a spiegare le sue stupefacenti capacità di previsione.
Come si era ripromesso, Frank aveva dispensato generosità anche a tutta la sua famiglia: attraverso cospicui finanziamenti aveva impedito il fallimento della ditta paterna e grazie alle altolocate conoscenze aveva trovato un impiego stabile e redditizio alla sorella Eleanor; aveva inoltre provveduto a sua madre, che trascorreva l’esistenza ormai più su navi da crociera e alberghi di lusso sparsi per i cinque continenti che in Inghilterra.
Ma quella gran bella festa di capodanno era per il giovane inglese la segreta occasione per festeggiare con due giorni d’anticipo la ricorrenza del giorno più fortunato della sua vita: il due gennaio duemilasei era ormai alle porte, e quella data era ormai diventata indimenticabile, come tutto quello che era avvenuto dopo, o per meglio dire, come tutto quello che era avvenuto prima.
Il primo giorno di gennaio si alzò nel pomeriggio e si fece accompagnare in aeroporto, dove l’attendeva un jet privato che lo avrebbe portato a Parigi insieme alla compagna, Vanessa, una splendida fotomodella africana.
Atterrarono alle otto e mezza della sera e furono portati in albergo. Trascorsero la giornata successiva in giro per la città, a scaricare le decine di carte di credito Gold che Frank possedeva. Quella stessa sera Vanessa partì per Milano per una sfilata e lui fu contento di poter rimanere solo in quella importante ricorrenza.
“Mai come in questo caso la parola ‘ricorrenza’ è adatta…” pensò, sorridendo sornione, mentre preparava in bagno il suo Alka Seltzer che mise sul comodino anche quella sera, nella stessa posizione; il denaro e il successo non avevano potuto cambiare proprio tutto.
Si infilò sotto le abbondanti lenzuola, adagiò il capo tra i tre cuscini di seta e sfiorò l’interruttore digitale per spegnere la luce.
Stentava a prender sonno.
Fu colto all’improvviso dal pensiero che tutto sarebbe potuto accadere di nuovo. Quale tragedia sarebbe stata, la vanificazione degli sforzi fatti fino a quel momento per conquistare il successo.
Ma si calmò, pensando che se proprio avesse dovuto ricominciare da capo quei quattro anni, e per la seconda volta, stavolta avrebbe fatto addirittura meglio, cambiando tutto di nuovo. E poi ancora, se necessario, anche una terza, una quarta volta, sempre meglio, sempre di più.
Quale miglior sorte di poter rivivere all’infinito quattro anni di vita da giovane, sano e con l’opportunità di conquistare il mondo?
Si addormentò sereno con quest’idea nella testa.

L’atmosfera di Parigi nel periodo invernale è notoriamente fantastica; gli addobbi natalizi impreziosiscono ogni dettaglio, gli alberi, le vetrine dei negozi, l’ingresso dei grandi alberghi. Dopo il tramonto la Senna si tinge dei mille punti di colore della notte parigina che sembrano disegnare il percorso di una vita piena di allegria e priva di dolori.
A quell’ora i clochard entrano nelle stazioni della metropolitana per ripararsi dal morso del gelo, approfittando di una bontà di facciata che da anni si porge loro almeno dalla Vigilia di Natale fino all’Epifania.
Il calendario obbliga tutti ad essere felici, nessuno deve rimanere immune all’intensa ondata di religioso amore per il creato.
I bateaux mouche scivolano lentamente lungo il fiume, e l’eco degli altoparlanti che descrivono ai turisti le bellezze della città si compone con il sussurrato e cortese parlare delle signore parigine indaffarate nelle eleganti compere del centro in un rumore di fondo raffinatamente francese.
Fu esattamente quello il rumore che interruppe dolcemente il sonno di Frank la mattina successiva.
Si svegliava lentamente, ad occhi chiusi lasciava che i suoni gli accarezzassero i timpani, e fu sollevato nell’udire chiaramente che si trovava ancora a Parigi, la città in cui si era addormentato la sera del famigerato 2 gennaio.
Ma il rumore francofono della strada, che da frequentatore ormai assiduo della capitale ormai ben conosceva, gli sembrò poi molto, troppo vicino.
-Frank, Frank! Svegliati!- percepì un grido in inglese con forte pronuncia statunitense e nello stesso istante avvertì un forte puzzo di benzina che lo costrinse ad aprire gli occhi.
John, un barbone statunitense adottato dalla capitale francese da anni, lo stava scuotendo per svegliarlo in tutta fretta.
-Frank, cazzo, muoviti, sta arrivando la polizia e non dobbiamo farci beccare, lo sai che a quest’ora ci tollerano solo se stiamo nella stazione di Place D’Italie con gli altri! Dai, forza, my friend, guarda, ti ho persino rimediato una bustina di Alka Seltzer, sei contento? Qualcuno deve averla buttata via per sbaglio proprio nel nostro bidone. Alzati, per Dio, Frank!
L’alito putrido e pesantemente alcolico di John ebbe l’effetto di svegliare completamente il povero Lord Francis, che si vide vestito di stracci e cartoni addosso alla scalinata d’ingresso del ristorante Chez Mario, che a quell’ora era chiuso.
Quasi per caso, l’occhio di Frank cadde sulla data della copia sbrindellata di “Le Figaro” sotto la quale pareva avesse dormito: si aggrappò al vicino idrante dei vigili del fuoco e iniziò a urlare disperatamente, resistendo all’arresto da parte dei sopravvenuti gendarmi della Sureté.
Era il 3 gennaio 2010.
Se avesse voluto leggere la settimanale rubrica scientifica del quotidiano francese, Frank avrebbe trovato il trafiletto intitolato “Corsi e ricorsi: il tempo ha una struttura dinamica non circolare” firmato dal Professor Etienne, titolare della cattedra di fisica alla Sorbona.
Ma il caso, il destino o la sorte, gli risparmiarono questa cinica provocazione.
La prima volta in cui era stato preda del diabolico “due gennaio” Frank aveva agito senza poter capire; questa volta aveva capito ma non poteva agire.

Il due gennaio duemilasei era passato.
Una volta per tutte.

4 commenti:

Schimdi ha detto...

I am a fan even without totally understanding... Maybe translate at least this one? For the sake of good old boring days! :)

Keep on fantasizing!

Francesco Troccoli ha detto...

I promise I will. Old days weren't boring at all! Opucuk.

sgerwk ha detto...

Bel racconto. Il finale mi ha piacevolmente sopreso: spesso riesco a indovinare come vanno a finire i racconti, ma qui non c'ero riuscito.

Ti segnalo un piccolo refuso: "era ormai certo che li fuori ci fosse qualcuno" (manca l'accento su "li").

Nessuna novita' sul premio Urania?

Francesco Troccoli ha detto...

Ciao sgwerk! Grazie. Di Urania non so ancora nulla... e dire che in effetti ormai dovremmo esserci. Stiamo a vedere...