mercoledì 19 novembre 2008

Per amore

Questo breve racconto è giunto terzo al Premio Alois Braga, edizione speciale 2008.

Non avrei mai pensato che sarei stato felice di entrare in una Chiesa.
Eppure quel giorno lo ero, e molto. Sono sempre stato un ateo impenitente, e se fosse stato per me Helene non avrebbe dovuto sposarsi in Chiesa. Fosse stato per me Helene non avrebbe dovuto sposarsi affatto. Ma non era da me che poteva dipendere quella scelta.
Lasciando da parte il mio pensiero sull’argomento, devo riconoscere che fu proprio una bella giornata. Una splendida giornata di sole nel cuore delle alpi, lassù, a milleduecento metri; era lì che si trovava la piccola cappella degli alpini che lei aveva voluto. Gli invitati mormoravano che lui aveva accettato con gioia tutte le scelte che lei aveva fatto riguardo quella giornata. Non ho alcuna difficoltà a capirlo. Anch’io al posto suo l’avrei lasciata fare.
Helene è sempre stata così. Persino quando era in difficoltà enormi; difficoltà che spero che ora lei non ricordi neppure nei suoi peggiori incubi. Voleva sempre decidere in prima persona; non lasciava mai che qualcun altro lo facesse al posto suo, nemmeno se era convinta che fosse per il suo bene.
L’avevo conosciuta molti anni prima. Era difficile dire esattamente quanti, e lo è tuttora. L’avevo amata, e forse quel giorno la amavo ancora. Ma chi voglio prendere in giro… la amo ancora oggi.
L’aria era ferma, il sole era caldo, e l’odore dell’erba fresca e dei fiori dei monti mi stordiva, tanto era forte. Sono abituato all’odore acre del solfuro, a quello pungente dell’ipoclorito, a quello dolce del permanganato, io; per me il puzzo del gas dei becchi buntsen usati per scaldare le provette è stato un compagno di gioventù. Sono sempre stato un animale da laboratorio, e per fortuna, dico oggi; poi a lei questa mia vocazione era sempre piaciuta, tutto sommato.
L’altro topo da laboratorio, mi chiamava sempre.
Tutt’intorno, il vociare diffuso dei pochi invitati si confondeva con il ronzio delle vespe; a tratti, le campane del vicino pascolo delle vacche facevano il solo rumore che interrompeva quella monotona, dolce e soporifera sinfonia. Avrei potuto addormentarmi sereno, disteso sul prato fiorito.
Ma quella giornata, per il Dio di Helene, non l’avrei mai persa per nulla al mondo.
La cerimonia era già finita, in realtà; c’era stato anche il lancio del riso, e lei ora stava girando fra gli invitati, per i saluti, gli auguri, i sorrisi.
La vidi camminare. La vidi correre. La vidi persino saltellare come una bimba verso il vecchio zio che tanto amava, da sempre.
Quando mi vide, feci in tempo a strofinarmi e asciugare le lacrime sotto i provvidenziali occhiali scuri. Si avvicinò a me, titubante, indecisa. Continuava a fissarmi, e conoscendola sapevo benissimo quanto si stava sforzando di ricordare, per arrivare da me con un nome e un saluto pronti fra le labbra. Per un attimo pensai che mi avesse riconosciuto. Sarò sincero, lo sperai. In fondo non ci sarebbe stato nulla di male.
Naturalmente non fu così.
-Buongiorno.- dissi io per primo per rompere il ghiaccio.
Aveva i capelli corti, come se in quella nuova vita avesse deciso di trasformare anche il suo aspetto. Era ancora più bella di come la ricordavo, e non poteva che essere così.
-Buongiorno…- ricambiò.
-Io sono Jean. Jean Blisset.
Avevo mentito, ma solo in parte. Non so perché, ma non ce la feci a presentarmi con il mio vero nome. Quel giorno non potevo permettermi di essere me stesso. Altrimenti avrei rischiato di provarci gusto, e avrei potuto rovinare tutto.
-Allora lei è…
-Sono il fratello di Antoine.
-E dov’è lui? Antoine… è qui?
-Purtroppo Antoine non è potuto essere presente. Si trova all’estero per un appuntamento di lavoro. Non poteva mancare; mi ha mandato personalmente, per farsi perdonare.
Sorrise.
-Antoine non ha proprio nulla da farsi perdonare da me. Mai.
-So che è stato molto importante nella sua vita.
-Antoine me l’ha salvata, la vita. Avevo solo quattro anni. Se quel giorno lui non fosse stato lì a prendermi e strapparmi via all’improvviso, io sarei stata investita da quel pirata. E ora sarei morta.
No, non saresti morta, piccola mia. Sarebbe stato peggio, molto peggio.
-Sa- aggiunse -è il ricordo più lontano che ho dentro di me. Il primo ricordo, forse, dalla mia nascita. Sento ancora le sue braccia calde che mi stringevano. Lui è il mio eroe. L’unico vero eroe della mia vita.
Arrossì.
-Sono venti anni che non lo vedo- aggiunse -Lei gli somiglia tanto, sa?
Sentivo che la piccola che avevo salvato quel giorno si era davvero innamorata. Non poteva che essere così. Peccato che in quella vita io avessi trentaquattro anni più di lei.
Ora aveva un uomo. Era giusto, era bello così. Lui era uno a posto. E io fui ancora più pieno di lei, dei miei ricordi, dei nostri momenti infiniti a guardare le stelle sui monti.
Io avevo faticato ad adattarmi, all’inizio. Avevo faticato immensamente. Ero arrivato laggiù solo un paio di giorni prima dell’incidente, appena in tempo per iniziare il viaggio con cui raggiunsi il posto preciso, per intervenire all’ora giusta.
L’avevo vista sulla curva, all’alba, e mi ero lanciato verso di lei. Sapevo chi guidava quell’auto. Ma questa volta non sarebbe stato importante che lo prendessero.
Mi bastava che lei si fosse salvata.
Helene non sarebbe finita su una maledetta pietosa sedia a rotelle per il resto della sua vita.
Per inciso, non mi avrebbe nemmeno mai conosciuto, non ci saremmo mai innamorati, non avremmo vissuto insieme. E, ora lo so per certo, io non avrei mai conosciuto il mio compagno di stanza all’università, Didier, il mio complice in questa pazzia; il topo da laboratorio, come lo chiamava lei, l’amico comune che ci aveva fatti incontrare.
La lasciai il giorno prima della partenza. Pensavo che così sarebbe stato più facile, anche per lei.
Facemmo l’amore quella sera, e poi le lasciai un biglietto; le spiegavo quanto l’amavo, ma anche che era finita. Diedi la colpa ai miei studi, alla mia carriera all’università.
Era l’unico modo in cui potevo farlo; non avrei mai potuto dirle dove andavo, né perché. Mi avrebbe considerato pazzo, o peggio ancora, mi avrebbe creduto e sarebbe forse anche riuscita a fermarmi. No, l’unica maniera fu lasciarla, con amore, ma senza dubbi. Sperai che avrebbe tentato di odiarmi, e temetti che non ci sarebbe mai riuscita.
Si stava alzando il vento.
La voce di Helene, lassù in montagna, mi risvegliò da questo turbinare di ricordi.
-Si sente bene?- mi domandò.
-Certo. Mai stato meglio di oggi, mi creda. E’ stato davvero bello conoscerla.
Chiacchierando, avevamo passeggiato per alcune centinaia di metri verso valle. Eravamo lontani dagli sguardi degli altri e mi salutò con un bacio sulle labbra. Rimasi sorpreso, ma da parte sua fu un atto spontaneo e naturale; per me invece fu travolgente, quasi come un altro balzo nel tempo.
-Porti il mio bacio ad Antoine- sussurrò.
Poi, senza guardarla, mi girai e iniziai a scendere.
Annegai nelle lacrime.
Ora, mi rimane l’unica parte divertente di tutta questa assurda storia.
Chissà se Didier mi crederà, quando domani gli dirò che il suo esperimento è riuscito. Mi riconoscerà, così invecchiato? Penserà ch’io sia un impostore? Chiamerà la polizia? Non sarà facile convincerlo che la sua macchina assurda ha funzionato.
Chissà se anche in questa vita Didier sta provando a realizzare il suo sogno; chissà se sta cercando qualcuno da spedire indietro nel tempo, come ha fatto con me.
Un pazzo, che pur sapendo che non c’è ritorno, si offra volontario.
Magari, per amore.

2 commenti:

lulu ha detto...

E ci ripetiamo come un mantra che per lo meno un atomo della complessa Materia Amore sia dominabile.Antoine nel racconto controlla fattualmente lo spazio-tempo ma solo per ciò che concerne la vita al di fuori.Per ciò che riguarda i moti interiori lo spazio-tempo domina lui e il suo Amore.Ha i colori del bianco e del nero questo racconto,altre sfumature(e soluzioni mediane) non l'avrebbero reso cosi intrigante.

Francesco Troccoli ha detto...

E' vero, ha i colori del bianco e del nero, più un bacio nel mezzo.