sabato 20 novembre 2010

Stelle della notte.

Questo racconto è stato selezionato per l'antologia Nuovi Autori Science Fiction numero 6, una raccolta a cui tenevo davvero molto partecipare, e ha poi ottenuto il terzo posto in occasione del concorso letterario Space Prophecies Episodio VII, ragione per cui ha trovato poi ospitalità anche nel numero 34 della rivista Living Force.



Dalla spiaggia, il disco del sole appariva insolitamente grande. La sua aura ammantava ogni dettaglio di una tinta rosso-arancio, che rendeva tutto vago e indefinito, come se le figure, le sagome, i confini di ogni elemento presente sulla scena fossero scolpiti nel rame incandescente. Così era per gli scogli in mare, per la fitta foresta e per le case in lontananza.
Si sarebbe potuto pensare alla stella di un altro sistema, e a un pianeta lontano che non fosse la Terra.
Una coltre di nubi bianchissime in avvicinamento da est sembrava immune a quell’aggressione cromatica, e nemmeno l’oceano, intensamente verde e cristallino, se ne lasciava contaminare. Terra, mare e cielo parevano essere stati prelevati da mondi diversi, e costretti ad una coesistenza tanto innaturale quanto armoniosa.
Tra il sibilare del vento, e lo scrosciare delle onde sulla riva, si udì il nitrito di un cavallo selvatico, lanciato al galoppo sull’arenile. Era nero e veloce.
-Ecco, figliolo, fa’ bene attenzione.- disse Luan Kefalios seguendo sullo schermo il cavallo in movimento.
La prospettiva cambiò all’improvviso, spostandosi sul mare, e poi la scena si interruppe, e al suo posto apparve una folla di individui immersi nel caos di una grande città.
Luan Kefalios attese alcuni secondi, perché anche la scena successiva fosse terminata, e scoccò al suo apprendista uno sguardo che imponeva una reazione.
-Maestro, cosa avrei dovuto vedere?
-Prima del cambio di scena, non hai notato nulla, ragazzo?
-Ecco, io…
-La prospettiva, Bardàn. La prospettiva stava mutando.
-Avete ragione, maestro.
-Il cambio di prospettiva prelude spesso a un cambio di scena. Notare certi dettagli non è facile, alla velocità a cui il sogno si svolge, ma devi abituartici. Durante i sondaggi di sicurezza non c’è il tempo per riavvolgere la registrazione e visionarla con maggiore attenzione.
Bardàn Safarian tacque.
-Quando ne avrai la possibilità, riprendi il sogno dall’inizio e studialo bene, d’accordo? Se lo facessimo ora,- mormorò Luan con una punta di fastidio accennando al governativo armato di tutto punto alle loro spalle –quest’uomo avviserebbe subito il Supervisore.
-Lo farò, Maestro Kefalios.
Due governativi entrarono nella sala. L’uomo che aveva sognato fu scollegato dalla macchina, risvegliato e congedato. Prima che se ne andasse, Bardàn lo vide scoccare un’occhiataccia attraverso la vetrata, come se quello potesse vederli.
-Sembra arrabbiato.- osservò il ragazzo.
-Lo saresti anche tu, se una volta al mese entrassero nei tuoi sogni.- sussurrò Luan.
Il maestro pensò con sollievo che mancavano solo tre sondaggi per completare il consueto ciclo di venti della mattinata. Il Governo pretendeva sempre più efficienza e rapidità: una maggiore frequenza di interventi significava un controllo più capillare della popolazione.
Come le volte precedenti, Bardàn attivò il registratore vocale, e Luan sentenziò:
-Sondaggio di sicurezza duecentosette barra diciassette. Soggetto maschio, anni ventotto, identificato come Andras Saudani, matricola cinque-sette-tre-tre. Analisi componenti base. Mare: senso civico elevato. Cielo con nubi: senso di libertà medio. Terra con sole rosso: attaccamento alla realtà debole. Cavallo: buona salute fisica. Non segni particolari. Conclusioni: elementi di buona salute fisica con lievi segni di confusione mentale onirica, rientranti nella norma. Attitudine alla ribellione al potere centrale, nulla. Soggetto governabile.
Bardàn ascoltò con attenzione, e poi, come al solito, si alzò e disse al personale all’esterno di far entrare il soggetto successivo.
Nella sala, scortato dai due governativi, comparve il soggetto numero diciotto. Era una giovane donna a aveva la pelle scura. Bardàn penso che fosse bellissima. I suoi capelli erano molto corti e i suoi occhi facevano pensare alle stelle della notte.
Fu fatta distendere, e la procedura ebbe inizio.
Mentre la addormentarono, il ragazzo avvertì una fitta al ventre. Per la prima volta dall’inizio del tirocinio, aveva paura che Luan ravvisasse segni di pericolosità sociale nel soggetto che veniva sondato.
Il sogno della donna ebbe inizio, e Bardàn contemplò il suo maestro mettersi all’opera.
Un neonato era adagiato su una grande foglia di felce, al chiaro di luna. Un grosso lupo lo portò via come se volesse sbranarlo, ma il piccolo veniva accolto nel branco. Poi comparve una stanza le cui pareti erano trasparenti.
Lo sguardo di Luan Kefalios sembrava rassicurante: non sembrava che quella donna corresse alcun rischio di essere arrestata. Ma Luan era pur sempre un servitore del potere centrale. E un giorno, lo sarebbe diventato anche lui. Era o non era lì per questo?
Bardàn sapeva che il sogno, quello vero, che si svolgeva nell’inconscio della ragazza, era piuttosto diverso da quel che lui e il maestro potevano vedere. La Macchina realizzava la migliore riproduzione possibile, anche se le immagini dei sogni non erano esattamente qualcosa che poteva ridursi a una rappresentazione puramente visiva. Ma per le operazioni di controllo condotte dal Governo era più che abbastanza.
Terminata la visione, Luan sbuffò per la noia e registrò la sua valutazione di rito. Non risultò che vi fossero segni di ribellione al potere centrale, e Bardàn tirò un sospiro di sollievo, anche se l’idea di non rivedere più il soggetto diciotto (seppe dalla registrazione che si chiamava Myriam) gli dava un profondo dispiacere. 
-Un momento, mastro Kefalios.- Era la voce del Supervisore, che aveva fatto irruzione nella saletta.
-Riavvolgete il sogno fino alla scena del lupo, prego.- ordinò.
Luan fece cenno a Bardàn di obbedire, e poco dopo lanciò uno sguardo al Governativo, che arrossì e abbassò lo sguardo. Doveva essere stato lui a sollecitare l’intervento dell’altro.
-Cos’è quella?- digrignò il Supervisore indicando un piccolo marchio impresso sul dorso del lupo nel fermo immagine. Si trattava di una specie di virgola rossa.
-Cosa? Ah, quella? Non è nulla. Un simbolo causale. Ce ne sono a dozzine in tutti i sogni, e non hanno alcun valore.- lo rassicurò Luan.
L’immagine venne ingrandita.
-Un simbolo casuale? L’emblema del Partito della Liberazione un simbolo casuale? Mi meraviglio della vostra superficialità, Kefalios! Arrestate quella donna.- proruppe l’altro rivolgendosi ai suoi sgherri.
Luan protestò vivamente, pur sapendo che non sarebbe servito a nulla.
Il Governo si serviva di quel genere di personaggi per controllare l’operato degli Interpreti. A differenza di questi, i Supervisori non avevano alcuna preparazione per comprendere e decodificare i sogni, ed il loro ruolo era esclusivamente politico. E spesso si aggrappavano a dettagli insignificanti nei quali ritenevano si annidasse il germe della rivolta.
Prima di essere portata via, Myriam riuscì a protendere le braccia e aprire i palmi delle mani sulla vetrata. Le avevano già messo le manette.
Per un istante, a Bardàn sembrò che lei lo avesse visto, anche se sapeva che non era possibile. Il ragazzo avrebbe voluto fare qualcosa, ma sapeva che contro una decisione del Supervisore nemmeno il parere dell’Interprete avrebbe potuto scagionarla. Figurarsi a cosa poteva servire la parola di un giovane apprendista.
Bardàn pensò che non avrebbe mai dimenticato le stelle della notte che brillavano nei suoi occhi tristi.
Luan e il ragazzo eseguirono gli ultimi due sondaggi della mattinata e infine lasciarono il Ministero della Sicurezza.
Come le altre volte, si incamminarono verso la Città Vecchia. Quel giorno c’era un tempo magnifico; il sole brillava sovrano nel cielo terso, e la mezzaluna nascente era così nitida che vi si distinguevano i profili degli insediamenti coloniali che ne ricoprivano gran parte della superficie. Il traffico in quota, sopra le loro teste, era scarso, e l’aria era fresca e pulita.
Ma in Bardàn invece regnava l’oscurità.
-Maestro,- disse il ragazzo sospirando –davvero quel simbolo era insignificante?
-È il mio apprendista che me lo chiede, o il cerbiatto innamorato?
Bardàn abbassò lo sguardo.
-Non sono certo di voler apprendere la vostra arte.- replicò poi fievolmente.
-Male. Potrai fare un gran bene alla collettività, ragazzo, quando sarai diventato un Interprete dei Sogni.
Un gran bene. Pensò il giovane. Arrestare persone che vogliono solo vivere in libertà. Davvero un gran bene.
Era ormai un mese che Bardàn era stato affidato a Luan, e non era la prima volta che assisteva ad un arresto. In realtà era accaduto raramente, e quasi sempre a causa dell’interferenza dei Supervisori. 
Eppure, una volta era stato proprio Luan a riscontrare segni di rivolta in un individuo, e a far sì che fosse imprigionato. Si era trattato di un uomo anziano e molto malridotto.
Tutti gli arrestati sarebbero stati decontaminati. In altre parole, la loro personalità sarebbe stata in gran parte cancellata, e sarebbe stata fornita loro una nuova identità. Il germe della rivolta veniva così estirpato per sempre.
I due raggiunsero il bivio presso cui si sarebbero salutati, per prendere ciascuno la propria strada.
Come di consueto, il giovane chinò il capo in segno di rispetto, e prese congedo:
-Grazie per i vostri insegnamenti. A domani, maestro.
Quel giorno, per la prima volta, Luan non ricambiò il suo saluto, ma sentenziò:
-Penso che tu sia pronto per la seconda fase dell’apprendistato, Bardàn Safarian.
Il ragazzo impallidì. Nessuno gli aveva mai detto che vi sarebbe stata una “seconda fase”. Del resto, nessuno gli aveva nemmeno mai spiegato troppe cose della società in cui viveva.
Era solo un apprendista interprete, e a quel tempo gli unici sogni di cui conosceva il significato erano i propri.
O almeno, così si illudeva che fosse.

****

Un buon Interprete poteva fare ben altro oltre a sondare i sogni dei potenziali sovversivi. Quello era un dovere, a cui i migliori erano chiamati dal Governo. Ma per il resto, l’attività degli Interpreti dei Sogni, che proveniva da una tradizione antichissima, poteva essere praticata a piacimento. Molti, e fra essi lo stesso Luan, temevano che presto o tardi quella libertà sarebbe stata soppressa.
C’era stato un tempo, nel lontano passato, in cui l’interpretazione dei sogni non veniva eseguita grazie alle macchine. Gli Interpreti semplicemente ascoltavano le parole del sognatore e ne ricavavano una spiegazione verbale. L’arte di leggere i sogni aveva avuto origine nelle religioni e nei sistemi di pensiero della più remota antichità. Sovente, in alcune epoche, era stata bandita, ma poi, all’inizio dell’Era Industriale, secoli e secoli prima, ne erano state scoperte le valenze terapeutiche, e grazie ad essa molte persone erano state curate dalle peggiori malattie della mente.
Poi, l’avvento delle prime macchine per il sondaggio aveva fatto il resto: leggere i sogni, avere accesso ad essi, non era più tanto difficile, se si disponeva del denaro sufficiente per acquistarne una.
Una buona macchina poteva fare molto: riproduceva il sogno, lo rendeva comprensibile, inseriva suoni e rumori che nell’inconscio del soggetto erano assenti, e creava una versione audiovisiva che ne rappresentava una efficace approssimazione.
Ma comprenderne il significato profondo, il senso che si celava dietro alle immagini che componevano scene e sequenze, era di certo un talento ad appannaggio di pochi.
Fra quei pochi, vi era senza dubbio Luan Faruk Kefalios.
-Non è un posto in cui ho portato tutti i miei apprendisti, questo.- disse il Maestro mentre infilava una chiave nella toppa di una vecchia cancellata in ferro in un vicolo.
Dopo che furono entrati, discesero lungo una scala e varcarono una porta. Bardàn vide una dozzina di persone che sedevano sul pavimento sporco di una stanzetta dai muri scrostati. Al loro ingresso, nessuno di loro fiatò, ma alcuni lo guardarono con diffidenza.
Luan aprì una porta, fece entrare il ragazzo, gli indicò una sedia, e disse:
-Potrai rimanere per il tempo che vorrai. Ricordati solo di tacere.
Poi, dopo una pausa, aggiunse:- Io non addormento nessuno, qui.- e sorrise.
Luan sedette ad una scrivania, e gridò in direzione della porta:
-Avanti il primo!
Un’anziana donna entrò, si tirò dietro la porta e sedette davanti all’interprete. Dopo i convenevoli, arrivò subito al punto.
-Ho sognato un cavallo zoppo, Luan. Un lipizzano da parata.- la donna si esprimeva con un accento che denotava la sua origine popolare. Sembrava esperta di cavalli. Di certo lavorava nelle stalle imperiali. -E sai una cosa?- continuò –All’inizio trottava svelto. E poi, appare un miliziano. E quello stupido animale si mette a zoppicare. Quando mi sono svegliata mi facevano male le gambe, diamine!
-Basta così?- domandò Luan.
-E cos’altro vuoi che ti dica!
-L’interpretazione è semplice, Iris. Sei una donna forte. Il cavallo rappresenta la tua vitalità, ma il Governo cerca di spezzarla. Ma tu resisterai. Continua così. Quando ti faranno il prossimo sondaggio?
-Fra due settimane.
-D’accordo. Cercherò di essere assegnato a te. C’è qualcos’altro che vuoi dirmi?
-No, cosa diavolo dovrei dirti ancora? Non rammento altro.- ribatté la donna con aria scontrosa, ma soddisfatta.
A Bardàn le parole di Luan suonarono artificiose e contraddittorie.
Dopo quello di Iris, il ragazzo assistette all’interpretazione di dozzine di altri sogni.
Luan non usava macchine; le parole di quella gente erano più che abbastanza per lui. Inoltre, era evidente che l’Interprete non applicava affatto i criteri parametrici standard. Il cavallo del sogno di Iris, per esempio, non doveva rappresentare la sua salute fisica, come da manuale? Cos’era invece la “vitalità” di cui Luan aveva parlato? E quello non era stato il solo esempio del totale stravolgimento del canone a cui aveva assistito quel pomeriggio nello scantinato di Luan Kefalios. Il mare, che secondo i criteri standard rappresentava il senso civico, ora era stato indicato come segno di purezza, e il cielo (la libertà?) era stato spiegato in un sogno come la Società delle Stelle (una compagnia di navigazione interplanetaria), e in un altro invece come un lungo viaggio verso la luna… per non parlare del fatto che Luan faceva continuamente domande, e quelli a volte si contraddicevano, o aggiungevano dettagli; insomma, senza l’ausilio di una macchina, come era possibile che l’interpretazione avesse un valore oggettivo? E che senso poteva esserci se non l’aveva?
Bardàn si sentì confuso e inquieto. All’inizio non si era neppure reso conto che in barba al suo ruolo di Interprete governativo addetto ai sondaggi di sicurezza, Luan non aveva fatto altro che incitare tutti quegli individui alla ribellione, sebbene invitandoli a rimanere prudentemente nell’ombra. Non c’erano dubbi: i loro sogni erano pieni zeppi di quelli che il Governo avrebbe classificato come “segni inequivocabili di sovversione”.
Forse Luan era impazzito? O peggio, era un emissario del Partito della Liberazione? Se le cose stavano così, ora anche lui poteva essere considerato un pericoloso elemento ribelle… Bardàn fu preso dall’angoscia, e dopo che l’ultimo soggetto ebbe ricevuto la sua interpretazione, chiese il permesso di congedarsi. La sua voce tremava.
Il ragazzo si alzò e prese la direzione della porta. Ma Luan fu più svelto, lo raggiunse, e sulle prime Bardàn temette che gli impedisse di uscire.
-Oggi hai visto due realtà molto diverse fra loro, figliolo.- sibilò il maestro fissandolo negli occhi. -La prima, ti permetterà di sopravvivere. Ma la seconda farà di te un essere umano. Sei tu che devi scegliere.
Con il cuore in gola, Bardàn uscì, risalì le scale, e si diresse in tutta fretta in città. Il tramonto era ormai a buon punto, e il cielo era striato di ampie pennellate rosse.
Ma non servì affatto a rasserenare il suo animo.
Quella notte, Bardàn Safarian sognò un mostro alato che si impossessava di lui, e lo scaraventava sugli scogli di un mare profondo e torbido, e il suo corpo che non veniva più ritrovato.
Al risveglio, decise che avrebbe interrotto il suo apprendistato e abbandonato per sempre quella strada insidiosa.


Molti anni più tardi.


Ignoro a quale destino sia andato incontro il mio Maestro, ma mi piace immaginare che si dedichi ancora a restituire alle persone che si recano da lui una libertà che pensavano persa.
A distanza di quarant’anni dal giorno in cui Luan Kefalios mi svelò la sua attività clandestina, ciò che meglio ricordo di quei tempi è la mia ingenuità. Fu grazie ad essa, che lui scelse me.
Il mio vecchio aveva sempre e solo cercato di sottrarre alle grinfie del Governo ogni soggetto che era stato costretto a sondare, mentre una parte di me, prima che mi mettesse a parte di tutto il resto, aveva sempre sospettato di lui, e diffidato del potere che aveva.
Se si fosse opposto, lo avrebbero arrestato. Perciò, sondava e scagionava tutti quelli che poteva, occultando la vera interpretazione dei sogni e fornendo al Governo una versione tanto falsa quanto tranquillizzante.
In merito all’anziano, il solo uomo che di sua iniziativa aveva fatto arrestare, be’, mi disse che era il suo migliore amico, il cui più grande desiderio era dimenticare gli orrori che aveva sopportato nel corso dell’esistenza. Perciò loro due si erano detti addio il giorno prima, e si erano messi d’accordo affinché quello passasse per un ribelle, perché così gli avrebbero cancellato la memoria e avrebbe vissuto in serenità quanto gli era rimasto.
Alle volte i Supervisori avevano imprigionato qualcuno, questo è vero, ma se al posto di Luan ci fosse stato un altro, di certo sarebbero stati molti di più. Grazie a lui, molte donne e molti uomini ebbero salva la vita, e poterono lottare perché quel periodo buio della nostra storia avesse fine.
In merito a me, è solo da qualche anno, che ho davvero ritrovato la pace.
Per la precisione, avvenne tre anni fa.
Mi trovavo nel mio studio, e stavo pulendo gli elettrodi della Macchina. Quelle attuali sono talmente sofisticate da far impallidire i rudimentali attrezzi che si usavano ai tempi del mio apprendistato.
Venne da me un uomo. Il suo nome era Kenner e disse che aveva sessant’anni. Sul volto portava scalfiti i segni del tempo e della sofferenza. Quando entrò, si guardò in giro come se l’ambiente gli risultasse familiare, come se stesse cercando qualcosa. Il suo sorriso era gravido di malinconia.
Sapevo che in anticamera c’era una donna ad attenderlo. Era venuta con lui. Forse era sua moglie.
Kenner mi disse che aveva un sogno ricorrente ed io gli proposi di collegarci. Dopo qualche esitazione, accettò. Disse anche che era la sua prima volta.
Lo feci distendere, e bastò sfiorarlo perché dormisse: quell’uomo aveva una gran voglia di liberarsi da qualcosa che lo opprimeva.
Collegai gli elettrodi e accesi la Macchina. Con una certa disinvoltura, superai gli strati della conoscenza logica, della razionalità, del calcolo semplice e di quello complesso. In breve tempo raggiunsi il suo inconscio più profondo, e mi lasciai andare alla massa fluttuante di immagini che vi incontrai.
C’era un bosco, sul calar della sera. Non v’era traccia di esseri umani, oltre a Kenner. Fui lui, per l’intera durata del sogno.
La mia Macchina è un modello di ultima generazione; i vecchi schermi sono superati, oggi  l’Interprete entra nel flusso onirico e lo vive in prima persona, come se fosse il proprio. Con tutte le immagini, e le sensazioni. Con tutto il corredo di angoscia, eccitazione, dolore, paura, gioia, tenerezza o amore. È una tecnica piuttosto rischiosa, e ci sono dei limiti prestabiliti che non è salutare superare.
La notte stava per scendere sul bosco. Una sottile inquietudine stava montando in fretta. Si udivano il ruggito delle belve, il latrato dei lupi e lo squittio di animali minori. Ero armato, e correvo. Obbedivo a qualcuno che aveva le mie stesse sembianze. Kenner che dava comandi a Kenner. Kenner che prendeva ordini da Kenner. Ero prigioniero di me stesso.
Fui circondato da un branco di lupi. Ero terrorizzato, e presi a sparare. Ne uccisi molti, tranne uno, che catturai con estrema facilità. L’animale non oppose alcuna resistenza.
In una scena successiva mi ritrovai in una sala piena di cunicoli, porte chiuse e corridoi. La sala diventava sempre più grande, e le pareti erano bianchissime. Alla fine divenne un vero labirinto. Era impossibile uscire; non c’era soffitto, e non era possibile scalare le pareti, perché erano alte e levigate.
Fra le pieghe del labirinto intravidi il mio lupo, e voltai un angolo, per raggiungerlo. Presi a camminare sempre più in fretta; lo inseguivo. Stavo correndo.
Riuscii ad afferrarlo, e fra le mie mani si trasformò in un cucciolo di cane. Era bianco, con delle piccole macchie nere. Mi accostai e lo accarezzai. Il cagnolino prese a scodinzolare e mi leccò le mani. Gli diedi dell’acqua, e del cibo.
All’improvviso trovai l’uscita del labirinto, e lo lasciai andare. Rimasi nudo, senza armi e senza vesti indosso. Mentre il cucciolo si allontanava, lo vidi trasformarsi di nuovo nel lupo, lanciato in corsa verso la foresta.
Era già lontano ormai, ma sapevo che sul suo collo… c’era una piccola virgola rossa.
Fui aggredito all’improvviso da un caos di emozioni, che solo in parte erano quelle di Kenner, nel quale mi ero immedesimato, e che provenivano anche dal mio vissuto.
D’istinto, afferrai gli elettrodi ed ebbi la prontezza di staccarli dalla mia testa. Mi rannicchiai su me stesso. Provavo dolore allo stato puro, e ci vollero diversi minuti per riprendermi.
Un Interprete non dovrebbe mai avere accesso all’inconscio di un soggetto con il quale abbia condiviso una parte della vita, per quanto breve possa essere stata. 
In quel mentre, Kenner si risvegliò, e anche lui iniziò a tornare allo stato di coscienza.
Rimanemmo sospesi in quel limbo per alcuni minuti, a guardarci, in silenzio. Lui, disteso sul lettino, io, seduto accanto. Ciascuno con il proprio ricordo di quel giorno, ma con lo stesso sogno appena vissuto.
Quando mi parve di esser tornato in forze, ruppi il silenzio.
-Lei era un governativo, non è vero? Fu lei, quarant’anni fa, a chiamare il supervisore.- mormorai. –Fu lei, a farla arrestare.
-Feci in modo che fuggisse, dopo pochi giorni. Più tardi, entrai anch’io nella resistenza.- si limitò a replicare.
-Sì, è quel che ho visto, nel sogno.
-La fuori c’è qualcuno che conosce, dottor Safarian.- sussurrò Kenner, mentre le lacrime iniziavano a rigargli il volto.
In qualche modo lo avevo saputo sin dal momento in cui era arrivato. Quel che non sapevo più, invece, era chi fra noi due fosse l’Interprete dei Sogni, venuto a guarire le ferite dell’esistenza dell’altro.
Ormai era la sua donna, ma non aveva importanza.
Mi alzai, e uscii dallo studio, sperando che negli occhi di Myriam avrei rivisto ancora, per una volta, le stelle della notte.

2 commenti:

edorzar ha detto...

Francesco il tuo è un racconto difficile, profondo e compresso; addensi una storia maestosa e più che valida come apri-saga in un'angusta stanzetta-racconto.
Il risultato é un pullulare di notevoli intuizioni 'pucciate' in poche decine di righe, un dramma onirico-interiore e una proto-rivoluzione in erba che raggiungono il lettore ma che personalmente avrei preferito disciolte in un romanzo breve.
Voto 8, ciao.

Vito

Francesco Troccoli ha detto...

Grazie Vito. In sostanza posso dire che sono d'accordo.