mercoledì 23 dicembre 2009

Il Caso Estremo Ana Caldeira.

Questo racconto è stato scritto appositamente per partecipare alla "SFIDA", ovvero il concorso per soli finalisti delle passate edizioni del trofeo RiLL. Mi corre pertanto l'obbligo di precisare che il bando poneva il vincolo di utilizzare tre dei seguenti cinque elementi narrativi (badate bene, tre soli e non tutti e cinque):
Un Personaggio: un bibliotecario.
Un Luogo: La zona morta.
Un Oggetto: Una nota musicale.
Una Frase: “Come sempre, fecero un mucchio di storie e, come sempre, eseguirono il loro compito in metà del tempo preventivato.”
Una Parola: CE193SG
Be', devo averli utilizzati bene, perché ho vinto il Premio SFIDA ed anche il Premio Speciale Lucca Comics (dettagli:
qui). Il racconto, anche giunto secondo al concorso "Le Ali della Fantasia", è ora pubblicato nell'antologia del XV Trofeo RiLL dal titolo "Cronache da Mondi Incantati".
Il video-link a YouTube in alto a destra in questa schermata (ammesso sia attivo! Funziona a giorni alterni, ahimè) dovrebbe condurvi alla relativa premiazione svoltasi in occasione dell'ultimo salone Lucca Comics.

21 giugno 1937
L’aria era tersa, e rischiarata da una sottile e rassicurante falce di luna. I gradini della Rua da Quinta, che dalla città bassa si arrampicava sulle pendici del Chiado e proseguiva su per il Barrio Alto, risplendevano di un perlaceo chiarore, che avrebbero perso al sorgere del sole.
Ad ogni passo, gli echi dei chiassosi ritrovi e delle affollate taverne della piazza del Rossio perdevano forza in favore del rumore delle cicale e di una musica di violino che proveniva dalle case dei quartieri eleganti. L’ultima funicolare della giornata sfrecciò sferragliando in discesa verso la città bassa.
Joaquim non era mai stato in quella parte di Lisbona, almeno non per quel che era in grado di ricordare, e non era solito camminare da solo a quell’ora tarda per le vie. Lassù, poi, ci si recavano solo quelli che andavano a servire in casa dei ricchi, mentre i ricchi invece, oh, loro uscivano sempre in carrozza o in automobile, usando il viale dall’altra parte, e non passavano mai per quella stradina stretta e tortuosa.
Nei tratti più ripidi, Joaquim faticava a superare da solo i gradini più alti. Si soffermò un istante a pensare a cosa suo padre avrebbe potuto dirgli se lo avesse visto in quel momento. “Torna immediatamente a casa e va’ a letto, figliolo!”, probabilmente, e non senza un tono di collera. Eppure il ragazzo non provava alcun timore; in quel momento era come se suo padre, sua madre, e chiunque lo conoscesse, si trovassero da un’altra parte. E non a casa, ad aspettarlo, ma in un posto lontano, troppo lontano, e diverso, perché potessero preoccuparsi per lui e per dove si trovasse. Al pensiero di sua madre, Joaquim provò una stretta al cuore, e si fermò, ma poi riprese il cammino.
La forte pendenza del tratto percorso si addolcì in una lieve salita, in cui non c’era più bisogno di gradini. Dopo alcune decine di metri, appena ebbe superato il vecchio cimitero giudeo infossato fra le case che appartenevano alla nuova aristocrazia di Lisbona, Joaquim si trovò di fronte al vecchio portone al numero 39.
Provò una fitta alla pancia. Era come se conoscesse già quel posto. Il legno di cui erano formati i battenti sembrava fradicio, c’erano buchi e screziature, ed il vecchio telaio in ferro battuto pungeva per la ruggine. Joaquim aveva dodici anni, ma era un ragazzino precoce ed intelligente; si rese conto di aver già formulato quei pensieri, di aver già provato l’inquietudine sottile che lo stava assalendo, ma, per quanto si sforzasse, non riusciva a ricordare quando.
Provò a spingere, ma era chiuso. Si voltò e sedette sull’unico gradino, come se aspettasse qualcosa, o qualcuno. Dopo qualche minuto si alzò in piedi e provò nuovamente. Questa volta, sotto la lieve spinta della mano il portone si aprì, ed emise un rumore che sembrò familiare. Senza indugiare oltre, il ragazzo entrò.

10 marzo 1937
Dom Leandro Caldeira si alzava presto tutte le mattine, faceva colazione con caffelatte freddo e biscotti al miele, che gli davano l’energia per affrontare la giornata, e dava un bacio ad Ana Gomes, che aveva preso in moglie tredici anni prima. Poi usciva, e accompagnava Joaquim alla scuola gesuita. La Escola Da Redencao era una istituzione pia e riservata ai giovani delle famiglie più agiate, e Dom Leandro andava fiero del fatto che suo figlio, erede unico della premiata sartoria Caldeira, potesse ricevere l’istruzione dei rampolli della più pregiata aristocrazia lisbonese.
Dom Leandro aveva ottenuto quel privilegio grazie all’intercessione di un paio di facoltosi clienti, che da quel momento in poi non solo avevano smesso di pagarlo per la sua opera sartoriale, ma avevano anche aumentato la frequenza con cui si rivolgevano alla bottega per usufruire dei suoi pregevoli servizi. Alla Escola Da Redencao non mancavano alunni provenienti da famiglie povere, pochissimi per la verità, ammessi in ossequio allo spirito caritatevole che pur andava salvaguardato in una simile istituzione; ma, benché non navigasse nell’oro, Dom Leandro non aveva voluto seguire quella strada, perché l’abbinamento delle due circostanze, ovvero confezionare abiti per i nobili e avere un figlio che riceveva (di diritto acquisito, e non per carità concessa) l’istruzione di un nobile, lo faceva sentire più vicino alla nobiltà. Di quel passo, pensava, forse un giorno Joaquim gli avrebbe dato un nipote appartenente a pieno titolo all’aristocrazia del Nuovo Regno, e lui sarebbe stato ricordato come l’iniziatore della casta. Un vecchio duca. Si divertiva a immaginare la sua immagine effigiata all’interno di una cornice in legno dorato, e appesa sulla curva dello scalone della casa patrizia in cui avrebbe dimorato la sua progenie. E gli ospiti voltarsi, annuire, rendere omaggio.
Dal canto suo, Joaquim era felice di poter studiare la storia, le scienze, e soprattutto la lingua portoghese. Alla Escola da Redencao a Joaquim venivano anche impartite lezioni di castigliano e francese, lingue che sentiva abbastanza simili alla propria da poter sottrarre tempo al loro studio per darsi alla sua passione.
Già da qualche anno, infatti, Joaquim aveva dedicato la propria esistenza a un demone che tanto gli ardeva dentro che avrebbe riempito di parole anche le lenzuola del letto o, magari, i muri del quartiere. Così, pensava, forse qualcun altro avrebbe letto le sue storie, oltre a sua madre. Ma nessun demonio è tanto generoso, e il prezzo da pagare per le passioni dello spirito è sempre alto. Questo, Joaquim doveva ancora scoprirlo.
Dopo il bacio del piccolo davanti all’ingresso del palazzo della scuola, Leandro voltò le spalle, puntò in alto con il naso e procedette verso l’uscita del cortile, sotto gli sguardi degli altri genitori (ma più spesso, dei loro inservienti) e dei rispettivi figlioli. Sorrise e inchinò il capo per un istante solamente, alla vista della contessa Rodrigues, che dalla sua Daimler salutava la primogenita. Poi voltò l’angolo e iniziò a correre verso la sartoria. Era tardi, e lui doveva tirare su la saracinesca.

21 giugno 1937
Un colpo d’aria fredda chiuse il portone e mosse le fiammelle che illuminavano a malapena l’interno dello strano posto. Era molto buio, ma gli occhi di Joaquim, abituati alla notte stellata, non faticarono ad adattarsi. L’aria sapeva di legno marcio e di bagnato, come se un temporale fosse appena finito; eppure là fuori era stata una calda giornata d’estate.
In alcuni momenti Joaquim ebbe di nuovo l’impressione di conoscere quel luogo e sentirsi a suo agio, mentre in altri fu sul punto di gridare, girare sui tacchi e scappar via. Da quell’ingresso partiva un unico corridoio. Una serie ordinata di candele poste in terra sembravano indicare un percorso. Le fiammelle oscillavano pigramente, e a Joaquim ricordarono un cimitero in piena notte.
Il ragazzo inspirò a fondo, per accumulare coraggio e ossigeno; in quel posto gli sarebbero serviti entrambi. Raccolse il più vicino piattino con la candela e mosse i primi passi. Alla vista della propria ombra in movimento sul muro sussultò, ma poi si sentì uno sciocco; sconfisse la paura pensando a sua madre, e si lasciò accompagnare dalle mutevoli ombre del suo cammino. Finalmente sentì il cuore rallentare, e il sudore alla schiena asciugarsi.
Dal corridoio si staccavano dei rami laterali, posti a intervalli regolari; Joaquim ne scelse uno che sembrava appena più illuminato degli altri, e proseguì.
Le pareti straripavano di libri. I muri erano pieni di scaffali, e sugli scaffali stavano stipati volumi, tomi di ogni grandezza, aspetto e colore. Joaquim si chiese come fosse possibile arrivare a quelli più in alto, perché le librerie raggiungevano il soffitto, e il soffitto si trovava almeno a quattro, forse anche cinque metri dal pavimento. Dopo l’iniziale diffidenza iniziò a consultarne alcuni negli scaffali alla sua portata, e vide che erano scritti in decine, anzi, centinaia di lingue diverse. Vi erano libri scritti nelle lingue dell’occidente e in quelle del vicino e lontano oriente, parole d’alfabeto latino, greco e dell’Europa slava; lingue del freddo Nord e dialetti del Sud del mondo, idiomi africani, arabi, e segni dei quali non avrebbe saputo indovinare nemmeno il continente d’origine.
Che fossero linee intrecciate o parole comprensibili, Joaquim ne fu rapito. Dopo vani, stanze, cripte e scale, e ancora corridoi ridondanti di libri, immaginò che in quel posto ci dovevano essere milioni, o forse, miliardi di volumi. Pensò di essere finito nella biblioteca più grande del mondo.
Immerso nell’oceano di carta, immagini e parole, Joaquim vide deformarsi l’ombra che la propria sagoma proiettava sulla parete di libri. Trattenne il fiato, e udì un respiro veloce e pesante. Era vicino. Gli sembrò che un pezzo di ghiaccio gli fosse stato messo sulla nuca.

30 marzo 1937
La mente di Joaquim partoriva personaggi fantastici, folli e mostruosi, e la sua prosa istillava un misto di stupore e paura. Un giorno un frate impiccione ne aveva lette alcune righe e aveva raccomandato a Dom Leandro di tenere d’occhio il figlio, perché, gli aveva detto, le tentazioni del paganesimo andavano estirpate alla radice.
Quasi ogni giorno Joaquim implorava il suo demone. Sussurrando, lo pregava di farlo diventare uno scrittore abile, e famoso, come Edgar Allan Poe, l’americano, del quale aveva letto tutto quel che aveva potuto, per lo più in francese, perché ben poco era stato tradotto nella sua lingua. Tremava, al pensiero di saper inventare una storia di quelle che vedeva al cinematografo con il papà; la sua preferita era quella sul terribile conte Dracula. Joaquim amava i suoi denti, il suo sguardo cupo e la sua voce, che si spezzava nelle tenebre.
Ogni volta che finiva una storia, il piccolo correva a farla leggere a sua madre, che in genere rimaneva spaventata dalla sua fervida fantasia, ma non mancava mai di rincuorarlo.
“Non smettere, figlio mio. Per nulla al mondo.”
Un mercoledì, Joaquim tornò dalla scuola con una storia che aveva scritto di nascosto durante la messa, acquattandosi in fondo alla navata laterale nel confessionale di frate Timòteo (che era vecchio e spesso non scendeva a confessare i fedeli). Ma appena fu entrato in casa, Dom Leandro gli strappò i fogli di mano e gli disse : “Va da tua madre, e tienile compagnia. E non farle prendere nessuno spavento, per oggi.”
Joaquim capì che suo padre aveva pianto. Il ragazzo lasciò cadere i suoi fogli, salì per le scale, e si affacciò alla porta. Ana Gomes Caldeira era stesa sul letto, e il dottore, che le aveva appena misurato la febbre, esibiva un’aria sconsolata.

21 giugno 1937
Joaquim si voltò con la lentezza con cui la luna si muoveva nel cielo di quella notte.
Il ragazzo non sarebbe stato capace di dire che cosa vide, e forse per questo emise un grido stridulo balzando all’indietro e ricevendo una gran botta in testa, quando la sua nuca colpì la libreria.
Si vide in trappola, bloccato fra un mostro e un muro nelle viscere di Lisbona. La creatura che gli si era parata dinnanzi, una specie di scimmione infernale la cui statura era almeno due volte e mezzo la sua, emise a sua volta un verso a metà fra un rantolo e un barrito, e lasciò cadere in terra un candelabro da quella che, pur nella confusione, sembrò a Joaquim una zampa pelosa dalle dita provviste di artigli. Il ragazzo ebbe l’impressione che anche la bestia gigante avesse paura di lui; continuava a rantolare e tentava di coprirsi il volto con le zampe.
“Adelaide!” sentì gridare alle spalle del mostro. “Adelaide, con chi stai parlando? Spostati, cara, dannazione!”
A quel richiamo la bestia mugugnò e avanzò di qualche passo. Joaquim vide che la sua mole ostruiva il corridoio quasi per intero.
Al posto ove prima si trovava la creatura, stava ora ritto un ometto basso, dai folti capelli bianchi, con il mento puntuto e gli occhi di fuoco.
“Un ospite...” disse con voce rauca e sibilante, e con un tono a un tempo compiaciuto e indignato.
“Non dimentichiamo le buone maniere, Adelaide. Hai già dato il benvenuto al nostro piccolo visitatore, immagino. Da dove sei entrato, ragazzo mio?” il suo tono si era fatto più morbido.
“Da... dall’ingresso, nella strada...” rispose Joaquim ancora tremante.
“Intendo dire, da quale città?”
Il ragazzo era troppo confuso dalla situazione, e dalla domanda, per ordinare i pensieri e riuscire a rispondere.
Fissando Joaquim dritto nei suoi occhi ancora pieni di terrore, il vecchio riprese a rivolgersi al mostro.
“Adelaide! Da dove arriva il nostro piccolo amico?” gridò.
“Muu-urgh-mu-aah. Arragh. Muhagan!”
“Che cosa?” replicò il bibliotecario, strillando la sua rabbia. “E chi è, di grazia, la scellerata tra voi che ha dimenticato aperta la Porta dei Sogni? Un mese senza carne per la colpevole!”

15 maggio 1937
Ana Gomes Caldeira non si muoveva dal letto da ormai più di un mese. Joaquim e suo padre si avvicendavano nella veglia, perché il dottore, che non aveva ancora fatto una diagnosi precisa, si era raccomandato che non la lasciassero mai sola. Ogni tanto la vecchia Bernadete, che abitava di fronte, dava una mano alla famiglia, ma non più di tanto, perché anche lei aveva una casa da mandare avanti.
Il ragazzo andava a scuola quando poteva, ma anche lì continuava a pensare a sua madre. Gli affari alla sartoria andavano male, perché Dom Leandro non aveva più tempo, né voglia, di star dietro ai capricci della ricca clientela.

21 giugno 1937
“Signore” disse Joaquim con voce tremante “io...”
“Aspetta, figliolo. Parlerai dopo. Ora bisogna chiudere quella maledetta Porta dei Sogni, o fra breve ne verranno altri come te. Sognatori. Puah. Adelaide! Andiamo.”
Il mostro si mosse, e zoppicando il bibliotecario lo seguì.
“Vieni” intimò poi questi a Joaquim.
“Da dove hai detto che arrivi?”
Questa volta il ragazzo trovò la forza di rispondere: “Da Lisbona, signore. E... io non sto sognando, signore. Almeno, non mi pare.”
“Ah” rispose il vecchio senza mostrare molto interesse.
“Signore, potrebbe dirmi dove ci troviamo?”
“Dove? Figliolo, come diavolo potrei risponderti? Non saprei dirtelo. Sono solo un bibliotecario, io.”
“Questa... è una biblioteca?”
“E cos’altro potrebbe essere? Non vedo prosciutti, né vino.”
Il vecchio esplose in una roboante risata.
Joaquim, che iniziava a calmarsi, allungò un braccio per prendere un libro.
“Altolà!”, gli intimò il bibliotecario. “Non ti è permesso infilare il tuo nasino immacolato nelle storie degli altri, è chiaro? Per oggi mi pare che tu abbia visto fin troppo” aggiunse. “E mi auguro che tu non abbia sbirciato fra i libri del tuo paese... la Spagna” concluse con tono indagatore.
“Il Portogallo” lo corresse il ragazzo.
“Sì, sì, fa lo stesso. È tutto uguale, là fuori. Uomini. Puah.”
La strana comitiva proseguì il suo cammino, facendo ritorno nel corridoio principale, che il vecchio chiamava la via maestra. Ogni tanto il bibliotecario si rivolgeva ad Adelaide, e quella rispondeva con i suoi versi gutturali. Scoccando rapide occhiate a destra e a sinistra, Joaquim vide in lontananza altri di quei mostri, che sembravano indaffarati a tenere ordinate le infinite librerie.
Giunsero in una sala in cui Joaquim contemplò ammirato una lunga fila di persone, ordinata e silenziosa. Sembrava che fossero tutti in attesa di qualcosa. Vi erano uomini, donne, vecchi e bambini, vestiti in modi diversi, come se provenissero da tutti i luoghi del mondo.
“...e da ogni epoca” gli disse il vecchio, completando il pensiero del ragazzo. Guardando verso il fondo della fila, Joaquim non riuscì a scorgerne la fine.
Le storie degli altri. Joaquim non smetteva di rimuginare sulle parole del bibliotecario.
Al culmine di quella coda silenziosa e infinita di uomini e donne, si trovava una porta.
“E quella, figliolo” gli disse il vecchio anticipando la sua domanda “è la Porta d’accesso alla Zona Morta. E non ti venga di chiedermi cosa ci sia oltre. Sono solo un bibliotecario, io.”

20 giugno 1937
Frate Timoteo entrò di corsa nell’aula interrompendo la lezione; Joaquim doveva correre a casa.
Quando fu entrato nella stanza di sua madre, il piccolo vide il dottore ai piedi del letto, con gli occhi stanchi e la bocca piegata. Dom Leandro era seduto vicino a lei, singhiozzava e le teneva la mano. Un prete impugnava una boccetta di olio degli infermi in una mano e un crocifisso nell’altra. Joaquim gli scoccò uno sguardo carico d’odio.
Ana Gomes Caldeira vide il ragazzo e sussurrò: “Piccolo mio... siedi qui, vicino a me, e raccontami una storia.”
Joaquim decise di comportarsi da uomo, si asciugò il viso e obbedì.
Alla sera, sua madre era ancora in vita. Joaquim si addormentò spossato, affogando fra le proprie lacrime.

21 giugno 1975 (ovvero, trentotto anni dopo)
“Sono... trentasei escudos, signore” disse l’uomo al volante.
L’ingegner Joaquim Caldeira pagò e scese dal taxi, comprò un mazzo di tulipani freschi e si incamminò verso l’entrata del Cimitero Dos Prazeres. Era un giornata piena di sole, e l’aria di Lisbona era tersa e rischiarata da un tiepido sole d’inizio estate. Una fresca brezza risaliva dalla baia del Tago e gli muoveva i capelli.
Dopo un breve sentiero l’uomo raggiunse la tomba ove si era recato in ciascuno dei precedenti sette anniversari. Guardò la foto piena di allegria che aveva scelto per la lapide e lesse l’epitaffio ad alta voce e con una nota di orgoglio.

ANA CALDEIRA GOMES
Madre generosa e felice.
Evora, 14 marzo 1892 - Lisbona, 21 giugno 1967

I fiori erano freschi; grazie alle sue mance, Susanita, la custode, faceva un buon lavoro. Eppure, vicino al sepolcro, Joaquim notò tracce di strane impronte, e osservò quanto fossero grandi. Vicino ad esse, una corona rispettosamente posta su un lato; i fiori erano freschi, e mettevano gioia. Si abbassò e lesse la dedica.

Ad Ana, C.E. 193, S.G.

Fu un tuffo in un altro mondo, un mondo in equilibrio precario, formato da brandelli del suo passato, pezzi informi delle fantasiose storie che aveva smesso di scrivere, e sogni delle sue notti d’infanzia. Le immagini erano confuse, ma gli sembrò d’un tratto di poter ricomporre tutto con sufficiente certezza. Era stato in una notte d’inizio estate di trentotto anni prima. Ricordò vividi occhi di fuoco, e bestie giganti che popolavano i suoi sogni. Bestie femmine. E libri, milioni, miliardi di libri... Provò un brivido, si inginocchiò sulla tomba e si lasciò andare alla memoria di sé. Tutto era vago, e confuso, ma ad un certo punto la nebbia iniziò a diradarsi, lasciando lacrime di brina sul suo volto.

21 giugno 1937
Il vecchio bibliotecario mi aveva proibito di toccare i suoi libri. Disse che stavo sognando, che ero entrato lì dalla Porta dei Sogni che una dei troll (tutte femmine, e non mi permetteva di chiedergli perché) aveva lasciato aperta per errore, e che non sarei dovuto essere lì; ma disse anche che, se ci ero arrivato, era per qualche ragione personale che a lui non interessava. Aggiunse di non sapere se dietro l’altra Porta, quella della Zona Morta, ci fosse il nulla, il Paradiso o l’Inferno, l’Ade o il Valhalla. Lui era solo un bibliotecario, continuava a ripetere, e non era affar suo. Tutte quelle persone, in quella fila senza inizio né fine, avevano smesso di camminare nel mondo, perché il loro libro era stato letto fino all’ultima riga dell’epilogo. Io invece, ero solo un intruso, e presto mi sarei svegliato e non avrei ricordato più nulla. Dopo tutto, lui era solo un sogno. Il mio sogno.
Smise di occuparsi di me e, tirandosi dietro Adelaide, mi lasciò solo. Mentre si allontanava, mi parve di sentirlo ridere.
Ma io non volli credergli. Non del tutto, almeno. Checché ne dicessero i frati, sapevo che il destino di un uomo è nelle sue mani. Solo chi vive la propria vita ha il diritto di scriverne i capitoli. Ma forse, a volte, si può fare un’eccezione.
Se davvero stavo sognando, be', allora non ne volevo sapere di svegliarmi. Ormai avevo capito perché ero lì; ne fui certo, con la stessa forza con cui il sole sorge ogni mattino e scalda il mondo.
Su ciascun libro avevo visto un nome, un cognome, ed uno strano codice fatto di lettere e numeri.
Mi misi all’opera; dopo qualche ricerca trovai un’intera parete di libri del mio paese e poi, fra questi, quelli che contenevano le vite delle persone che conoscevo, e dei loro amici, dei loro parenti, degli amici degli amici e dei parenti e dei parenti. Su uno dei tomi vidi il mio nome! Ah, potete credermi, fu doloroso astenersi dal curiosare; ero certo che non avrei avuto più di una sola, eccezionale occasione, e non potevo sprecarla per un capriccio.
Finalmente trovai il libro che, senza saperlo, nei sogni di quei giorni avevo sempre cercato.
Su una copertina rigida, rossa come la vita, era impresso a caratteri dorati il codice che la identificava:

Caso Estremo 193, Senhora Gomes
(al secolo Ana Caldeira)

Aprii il breve libro della vita di mia madre.
Alla pagina 330, la storia precipitava verso un prematuro finale di cui ho preferito dimenticare i dettagli. Le ultime righe della narrazione stavano apparendo in quel momento, davanti ai miei stessi occhi, e la parola “morte” aveva fatto la sua comparsa, nero su bianco. Cinque lettere che maledissi, come maledicevo il prete che la invocava nel nome del suo dio.
Ero o non ero uno scrittore? Ebbene, la mia occasione era giunta. Il mio demone pretendeva il dovuto, ed io non mi tirai indietro.
Scrissi una storia nuova, piena di salute, gioia e dolcezza. Liberai mio padre dalla schiavitù della sua vanagloria e regalai a mia madre una vita florida e serena. Le restituii ciò che un autore cinico e ignoto le aveva sottratto, e scrissi nello stile più limpido, cristallino e comprensibile che avessi mai usato. Chiunque avesse letto quella storia non avrebbe avuto dubbi che Ana Caldeira Gomes, alias C.E. 193 S.G., avesse ancora lunga e lieta vita davanti a sé.
Non sapevo se ce l’avevo fatta, ma giurai che se così fosse stato, avrei smesso di scrivere per tutti gli anni in cui mia madre sarebbe ancora vissuta. Quando mi svegliai al mattino successivo, non ricordavo molto di quel sogno confuso e fumoso, ma sentivo che l’odore della morte aveva lasciato la nostra casa.
Rubando trent’anni al demone della scrittura per donarli a quello della vita, avevo scritto il mio ultimo racconto, nel quale la mia sola lettrice era divenuta protagonista.
E fu l’opera migliore di Joaquim Caldeira Gomes, figlio di Dom Leandro Caldeira, sarto in Lisbona, e scrittore di un sogno durato una vita.


5 commenti:

lulu ha detto...

I latini avrebbero usato un verbo specifico per descrivere questo tuo racconto e non riuscendo a traslarlo appropiatamente in italiano lo prendo in prestito:canere.Lo avrebbero declinato nell'accezzione di "cantare(o formulare) incantesimi".
Eh già,questo racconto è un incantesimo.
Solo un incantesimo srotola davanti agli occhi vivide immaggini non reali.
Solo un incantesimo racconta di vita vissuta e cambiata perchè sognata.
Non smettere Francesco.
un bacio

Francesco Troccoli ha detto...

Un bacio a te, lulu. Anzi più d'uno.

Anonimo ha detto...

Immagini, sì. E sensazioni.
Cullate, in questi giorni di transito e transizione.
La biblioteca:
ho vagato per quelle di tanti paesi,
ma nessuna aveva l'odore umido
del bosco al crepuscolo.
La chiusura: calda e ferma,
l'ultimo tocco di rossetto
al volto di una donna che sa di sè.
E dentro sorride.

101

Francesco Troccoli ha detto...

Mia centouno, e pure ti davi della contabile... sarebbe come dire che il verde atlantico della baia del Tago è una grigia pozza d'acqua. Un bacio per un anno.

Francesco Troccoli ha detto...

Rinnovo l'augurio. In piena, necessaria, sacrosanta, e felice solitudine. Quante cose cambiano in un anno. Ci può scorrere una vita in mezzo. Così è stato, e le luci che hai acceso un anno fa si sono spente. Il sipario è venuto giù rotolando come un tappeto avvolto in cima alla madia che ti cade addosso. Il pubblico era troppo triste per applaudire. Qualcuno ha chiesto i soldi indietro. Non ha mica tutti i torti.