venerdì 1 ottobre 2010

La fine vera dell’Umanità

Questo racconto, che definirei un dialogo post-apocalittico dalle lievi tinte noir, è risultato secondo classificato in occasione del Concorso Space Prohecies Episodio VI, e del Premio Ipazia, entrambi nel 2010. E' attualmente pubblicato nel numero 29 della rivista Living Force e nell'antologia Chronicles on the Moon, scaturite dai due concorsi. Successivamente ha trovato albergo nel numero 35 della bella rivista online diretta da Roberto Furlani, Continuum.


Hailé Poiron Marathi sedeva nel solito angolo del bar in cima all’edificio centrale di Ababa City. Aveva lo sguardo perso nel cielo e la mano stretta intorno a un bicchiere vuoto.
Gli ultimi clienti oltre a lui uscirono, e come tutte le ultime notti in cui si era rifugiato lassù, l’uomo restò solo.
Il barista aveva sonno.
-Ne vuole un altro, signore?- gli chiese da dietro al bancone.
Oltre la grande vetrata, l’emisfero della Terra emergeva dal buio come un galleggiante abbandonato nello spazio.
-Sì, Thomas. Grazie.
Hailé riusciva quasi a percepire il silenzio che proveniva da quel pianeta goffo e ingombrante.
Thomas lo raggiunse e gli lasciò la bottiglia sul tavolo. Sbuffò, tornò al bancone, e raccolse la testa fra le mani. L’orologio alla parete segnava le due del mattino.
Vicario Hassler entrò in quel momento, lanciò un’occhiata di saluto al barista e poi si diresse verso l’unico avventore.
Per Thomas l’arrivo di un compagno di bevute peggiorava le cose. L’attesa per smontare e chiudere bottega sarebbe stata più lunga del previsto.
-Buonasera, Hailé.- disse il nuovo venuto.
L’africano continuava a fissare la Terra.
-Cazzo, qualcuno dovrebbe andare a riprendere almeno un po’ di tutta quella roba. Dico, Vicario, te lo immagini quanto ben di dio c’è ancora lassù?
-Temo che la maggior parte sia ormai inutilizzabile, Hailé.
Hailé distolse lo sguardo dal cielo e guardò nella direzione dell’amico, soppesandone l’affermazione con la ridotta velocità che il tasso alcolico consentiva ai suoi neuroni.
-Non parlo della superficie, Vicario.- aggiunse in maniera distaccata, e tornò a rivolgersi verso il cielo.
-Mi riferisco agli avanzi rimasti in orbita. Cristo, riesci a immaginare quanti ce ne siano? Solo con i pannelli solari, potremmo rifornire di energia  almeno dieci nuovi insediamenti. Venti, forse. Per non parlare delle unità abitative autosufficienti delle stazioni spaziali, dei telescopi, dei satelliti per le telecomunicazioni…
-E i sistemi missilistici. Vorresti recuperare anche quelli?- domandò Vicario, sedendosi al tavolo.
-Cosa? Ma di che parli?
-Come pensi che siano riusciti a sterminarsi così in fretta? È per questo che non c’è stata alcuna maniera di fermare tutto. Prima che i funzionari ONU sollevassero la cornetta per organizzare una riunione di pace a Kabul o a Helsinki, i missili cinesi avevano già raso al suolo Nairobi, Dakar e Mandela Town. E i vostri avevano generosamente riservato lo stesso trattamento a Pechino, Shangai e Tokio, naturalmente.
-Avevo sempre saputo che gli accordi internazionali proibissero gli armamenti orbitali…
Vicario guardò l’altro in tralice.
-Pensi che una civiltà capace di autodistruggersi avesse davvero intenzione di rispettare simili accordi, Hailé?
L’africano rinunciò a una risposta che esigeva un ragionamento troppo complesso per le sue condizioni di quel momento.
-Be’, potremmo prendere tutto il resto, però. Dopotutto, ne abbiamo il diritto. La sopravvivenza della specie umana è affidata alla Luna, ormai. Dico bene?
Hailé rise. Forse era convinto di aver detto qualcosa di divertente. 
-Il Centro Ricerca se ne sta occupando, Hailé.- rispose pazientemente Vicario- Il problema è che non abbiamo abbastanza risorse. Per recuperare quel ben di dio rischieremmo un deficit energetico. E proprio perché la sopravvivenza della specie umana è affidata a noi, non possiamo permettercelo. Fra qualche anno, forse. Sempre che voi scienziati facciate bene il vostro lavoro.
Hailé rise ancora.
-Mi fa piacere che l’argomento ti diverta. Vedo che hai trovato un rimedio efficace alle sventure del genere umano.- sentenziò Vicario scoccando un’occhiata alla bottiglia.
-Il Centro Ricerca, il Comando del Settore Apolide, il Governo Lunare… dove ci porteranno tutti questi altolocati istituti di comando, Vicario? Guarda cosa hanno fatto i loro pari sulla terra. Me lo hai appena detto tu. Violazione degli accordi. Missili a pioggia. Sterminio di massa. Fino a un anno fa l’Umanità credeva in un futuro radioso, prometteva felicità per tutti, progettava di colonizzare tutto il sistema solare, e ora…
Hailé si fermò, e tacque.
-Le cose sono cambiate. Parecchio.- disse Vicario spezzando il silenzio.
-Già. Parecchio. È facile per te, Agente Vicario Hassler, eh?- replicò Hailé stizzito.
-Ne più né meno che per chiunque altro, Hailé.
-Ma sentitelo!- proruppe l’africano. -Tu sei nato qui, Vicario. Non hai mai saputo che cosa significhi vivere sulla Terra. Sei un agente del Comando del Settore Apolide. Un, un... poliziotto. Non hai un cazzo di nazionalità, non hai perso nessuno. Per te la guerra è stata un evento lontano, una cosa avvenuta su un altro mondo. E tu quel mondo non lo hai mai conosciuto.
Vicario lasciò correre. Ci era abituato. Hailé non era certo il primo a prendersela con lui, e con gli altri come lui, e non sarebbe nemmeno stato l’ultimo.
Ormai pareva che questa fosse la funzione sociale più importante degli agenti del CSA: raccogliere e diluire la rabbia di tutti. Come se gli apolidi fossero rimasti indifferenti allo sterminio. Come se la loro mancanza di nazionalità fosse una colpa.
A questo gravoso e non dichiarato compito si aggiungeva la formale necessità di indagare sulle violazioni delle Leggi Lunari, violazioni che fino a pochi mesi prima erano state irrilevanti per numero ed entità. 
Ma il tasso di criminalità sulla Luna era in aumento. Un’ovvia conseguenza della fine della civiltà sulla Terra. Del resto, era già un miracolo che sul satellite non fosse scoppiata l’anarchia; doveva essere stato l’istinto di auto-conservazione ad impedirlo. La consapevolezza di essere gli ultimi rappresentanti della specie umana, fatta eccezione per la minuscola colonia di Marte, che contava un centinaio di ricercatori con i quali erano stati persi i contatti, aveva evitato il peggio.
Ma il precoce svezzamento dalla madrepatria aveva anche trasformato una colonia internazionale pacifica e dedita alla ricerca nell’unica società umana esistente. Con le sue regole e le sue deviazioni. Con le sue debolezze e le sue tentazioni. Con l’intero corredo di pulsioni che determinano la necessità di un sistema di controllo.
Vicario sapeva che poco più di cento agenti sarebbero stati insufficienti per un simile scopo. Eppure, era tutto quel che avevano sulla Luna, e la comunità del Settore Apolide, in cui lui e gli altri erano stati reclutati, non era abbastanza prolifica da far prevedere un aumento degli organici in tempi brevi. Presto o tardi, il Governo avrebbe dovuto autorizzare l’accesso al piccolo corpo di polizia lunare anche ai cittadini delle Zone Nazionali.
La decisione di arruolare Agenti africani, cinesi, slavi o caucasici, e di averli a piede libero, armati e con mansioni di ordine pubblico, implicava rischi notevoli. E avrebbe fatto ancor più assomigliare la Luna alla cara, vecchia Terra. Del resto, prima che le comunità delle Zone Nazionali provvedessero in autonomia, era bene che qualcuno prendesse quella decisione, e in fretta.
-Hai più saputo niente di Karen, Hailé?
L’africano fece finta di non aver sentito.
-Scusami, Vicario. Ripeto sempre le stesse cose, vero? Abbi pazienza. Sono solo un microbiologo, io. Fino a ieri il mio problema principale era lo studio della replicazione cellulare nei ghiacci del polo lunare. Abbi pazienza, amico mio.
-Spero che continuerai a lavorare, Hailé. Abbiamo bisogno della scienza. Molto più di ieri.
Hailé trangugiò l’ennesimo bicchiere di vodka. Tutto d’un fiato.
-Posso avere un bicchiere anch’io?- gridò il poliziotto in direzione del barista.
Thomas si apprestò a obbedire. L’orario di chiusura era passato da un pezzo, ma era meglio non contrariare un Agente del CSA.
-Allora,- disse l’africano –come va la tua indagine? Hai scoperto qualcosa sulla morte di Jonas?
Vicario alzò lo sguardo dal tavolo, sul quale si era soffermato a contare i cerchi disegnati da ogni bicchiere che l’altro aveva bevuto.
-Stando all’autopsia il tuo collega  è morto soffocato.
-Be’, cazzo, lo credo bene. Mi hai detto che lo avete ritrovato sul ciglio del cratere Galvani senza ossigeno.
-Non è questo il punto.- replicò l’agente. –Vedi, quando la squadra di esplorazione lo ha rinvenuto, il cadavere era lì da non più di sei o sette ore. Il che è certo, perché la stessa squadra era già passata di là, e non lo aveva visto. Ma secondo l’autopsia Jonas è morto almeno un giorno prima del ritrovamento.
-Mi stai dicendo che si tratta di un omicidio?
Vicario versò un po’ di Vodka e ne sorseggiò con parsimonia.
-Il primo della storia lunare. Si direbbe che ci accingiamo a raccogliere per intero l’eredità della civiltà terrestre.- rispose il poliziotto.
-Questa sì che è grossa. Quindi, qualcuno lo ha portato lì dopo averlo ammazzato, giusto?
-Giusto.
-Già… con la gravita ridotta che c’è la fuori, non deve essere stato troppo faticoso, non è così? Il colpevole deve aver pensato che avreste creduto a un incidente. Vicario, Jonas era un esperto di passeggiate all’esterno. Non si sarebbe mai lasciato sorprendere da una carenza di ossigeno; a meno che non ci fosse una falla nella pressurizzazione, ma anche in quel caso se ne sarebbe accorto e sarebbe rientrato, o avrebbe chiesto aiuto. Era un astronauta esperto. Chiunque sia l’assassino, non deve essere troppo intelligente, se pensava di fregarvi in quel modo.
Hailé sembrò sorpreso, eppure, nonostante parlasse di un collega, la sbronza rendeva il suo tono lento e apatico. Vicario lo avrebbe trovato irritante, se non fossero stati amici.
-Sulla Luna mancano le competenze per uccidere senza lasciare tracce, Hailé. Per il momento, almeno. Magari fra qualche anno, quando gli interessi in gioco saranno cresciuti e le professioni del crimine si saranno sviluppate alla maniera terrestre, avremo anche noi i nostri assassini esperti. Ad ogni modo, in questo caso ho l’impressione che all’omicida non importava un fico secco di poter essere scoperto.- replicò l’agente.
-Stai pensando a un movente personale, quindi. È assurdo. Jonas era un tipo pacifico, non aveva nemici. Non che io sappia, almeno. Se ne stava sempre in giro a raccogliere campioni dei minerali lunari, e il resto del tempo lo passava al microscopio. Chi poteva avere interesse a ucciderlo?
Vicario portò il bicchiere alle labbra e sorseggiò un altro po’ di Vodka.
-Perché pensi che sia successo, Hailé?
-E lo chiedi a me? Sei tu il poliziotto.
-Non sto parlando di Jonas. Mi riferisco alla guerra. Come diavolo si può voler sacrificare tutto ciò che si ha solo per difendere un principio, un’idea astratta? A quel che so, Panafrica è stata inflessibile fino all’ultimo momento. Fino allo scoppio delle ostilità nessun esponente del vostro governo si è dichiarato disponibile a trovare un compromesso sulle miniere. E nemmeno quelli dell’opposizione.
-Non chiamarlo il mio Governo, amico mio. Vicario, io sono sulla Luna da quasi quindici anni. Con la politica della Terra ormai non avevo più nulla a che fare. Anzi, direi che me ne sono andato proprio per la mia intolleranza a certe cattive abitudini. Ad ogni modo, visto che me lo chiedi, penso che la nostra storia, la storia della mia gente, abbia avuto un peso determinante.
-La vostra storia?
-Sei giovane, Vicario. E sei un apolide. Una miscela che fa di te un vero cittadino della Luna. Scommetto che quando eri piccolo ti interessava di più la posizione degli oceani lunari che dei continenti terrestri. Tu indichi la Terra e dici “lassù”, mentre io, persino dopo tanti anni, qui mi sento sospeso nel cielo. Ed ora il cielo è tutto ciò che ci è rimasto.
-So che Panafrica ha vissuto periodi difficili…- disse il poliziotto mostrando un certo imbarazzo.
-Africa, Vicario. Era così che si chiamava, un tempo. Decine di stati, centinaia di clan, migliaia di tribù, che si combattevano in una maniera atroce. Con il bastone, e il macete. E per che cosa, poi. Per spartirsi le briciole del pianeta. Ci sono voluti quasi due secoli per diventare quello che eravamo. La più grande potenza mondiale.
-Eravate terrorizzati di poter tornare nelle condizioni precedenti, dunque.
-Qualcosa di simile, immagino.
-E pur di mantenere la vostra potenza, siete stati disposti a giocarvi tutto. Sai, è questo che mi inquieta di più. Capisco che un singolo essere umano possa cadere in una simile follia da preferire la distruzione totale di sé e degli altri. L’ho visto accadere, ma....
Hailé esplose in una grassa risata.
-Tu l’hai visto accadere? E dove? Sei nato e vissuto qui. Che ne sai della storia, della cultura degli esseri umani, tu? Cosa puoi sapere dei rapporti, delle relazioni sociali, della dinamica di un sistema complesso come un pianeta abitato da dodici miliardi di individui?
La sua risata si era trasformata in un digrignare rabbioso.
-A proposito- continuò -non deve essere facile districarsi nella ricerca di un assassino, per un corpo di polizia la cui massima responsabilità, fino a ieri, era il controllo delle falle nei sistemi di protezione degli insediamenti coloniali.
-Sai, Hailé, tu hai ragione da vendere. Io sono un Apolide. Non avevo legami con la Terra. Non avevo parenti, lassù. Non avevo nemmeno il diritto di trasferirmi, a meno che non avessi abbracciato una delle vostre nazionalità; e puoi credermi se ti dico che non ne ho mai avuto intenzione. Ma, diversamente da quel che pensi, proprio per questo nel mio Settore conosciamo della Terra molte più cose di quelle che pensate voialtri. La nostra mancanza di radici non ha scalfito la nostra curiosità; al contrario, l’ha acuita. Noi poliziotti, in particolare, studiamo molto gli usi e i costumi terrestri. Conosco molte più vicende processuali del tuo pianeta di quelle che puoi immaginare.
Vicario si accese una sigaretta.
-Evidentemente, molto tempo fa, qualcuno- riprese -aveva previsto che tutto questo sarebbe successo. Qualcuno abbastanza scaltro e lungimirante da intuire che una popolazione di coloni terrestri non sarebbe stata in grado di autodeterminarsi pacificamente, ebbe la bella pensata di isolare un settore della neonata colonia e stabilire la legge secondo cui quelli che vi si fossero trasferiti avrebbero perduto la cittadinanza terrestre. In cambio, i loro figli sarebbero stati destinati a governare la Luna, e a mantenere l’ordine. Quel qualcuno, amico mio, conosceva abbastanza bene la vostra cultura da temerla.
Hailé abbassò lo sguardo, rovesciò la bottiglia sul bicchiere e si versò un altro cicchetto. Molta Vodka cadde sul tavolo e Thomas arrivò a pulire, ma senza troppa fretta.
-Sta attento, Hailé, quella è una delle ultime bottiglie di Vodka ucraina che rimangono all’Umanità.- disse il poliziotto.
-Ad ogni modo,- aggiunse Vicario fissando l’altro negli occhi –capisco che un singolo uomo possa ridursi così, ma trovo incredibile che possa capitare ad una intera civiltà. Sacrificare tutto, pur di non cedere. Condannarsi a morte pur di procurare la morte ai propri presunti nemici. Credimi, è davvero difficile da accettare.
-Ehi, agente.- proruppe Hailé, quasi risvegliatosi dalla sbronza, –Da come parli, sembra che abbiamo fatto tutto da soli. Ti ricordo che i cinesi volevano prendersi le nostre terre, le nostre miniere, i nostri impianti di bioconversione, senza nemmeno chiederci il permesso.
-Lo so, lo so, Hailé. Ognuno aveva le sue ragioni. Purtroppo conversazioni come questa sono sempre più frequenti. Le vostre rispettive comunità non fanno altro che accusarsi a vicenda. Risse e pestaggi sono all’ordine del giorno. La Luna era un bel posto in passato, perché potevamo concederci il lusso di lasciare alla Terra il compito di occuparsi della politica, della storia, delle leggi e del progresso. Oggi tutta questa merda ci è caduta addosso. Ora siamo noi “la civiltà”.
-Immagino quanto tutto ciò sia pesante per uno come te, che sulla Terra non ci ha mai messo piede, Vicario.
Il poliziotto allontanò la bottiglia dall’altro e schiacciò il mozzicone della sigaretta nel posacenere.
-Non vuoi proprio parlarmi di Karen, vero, Hailé?
L’africano appoggiò la testa sul tavolo. E per la seconda volta sembrò che non avesse udito quel nome. Sembrava sull’orlo di addormentarsi.
-Abbiamo qualche indizio.- gli sussurrò allora il poliziotto avvicinandosi al suo orecchio.
Hailé emise un mugugno.
-Anzi, più di uno, per la verità. Tanto che il Governo Lunare ha autorizzato il fermo di una persona sospetta.- precisò.
-E cosa cazzo aspetti a dirmi chi è?- disse l’africano accennando a sollevare il capo.
-Una donna. Una bella donna dell’insediamento di Nuova Seoul. Un ingegnere nucleare. Sul corpo di Jonas il suo DNA era ovunque. Anche sui genitali. Direi, soprattutto sui genitali.
Vicario sorrise bonariamente.
-Pensa un po’, era una volontaria.- aggiunse -Niente salario, solo rimborso spese. Lo avresti fatto se fossi stato al posto suo?
-Jonas se la faceva con una cinese… chi lo avrebbe mai detto.- mormorò Hailé.
-Le mie pur limitate conoscenze della geografia terrestre mi consentono di affermare che la sua origine è coreana, Hailé. Abbiamo mantenuto l’informazione riservata. Se diventasse di dominio pubblico, sai cosa accadrebbe.
-Diamine. Faremmo la stessa fine della Terra.- sogghignò l’africano.
-Jonas ti aveva per caso parlato di questa donna?
-Mai. Mi stupisce persino sapere che ne avesse una. Voglio dire, una fissa, una che non si facesse pagare. Dimmi, Vicario, perché questa puttana cinese lo ha ammazzato?
-In effetti hai ragione, amico mio: dopo la distruzione della Terra aveva iniziato a fare la puttana. A volte ho l’impressione che le vere vittime delle guerre siano quelli che sopravvivono. A quanto pare questa donna, Han Li, aveva ottenuto l’assegnazione alle colonie lunari grazie a Jonas, che aveva truccato i suoi test di ammissione. A quel tempo però lei non si prostituiva. Chissà, forse si erano persino amati. L’ipotesi dell’accusa è che avessero litigato, e che comunque la donna temesse di essere scoperta.
-E cosa potevano farle? Rispedirla sulla Terra?- Hailé esplose in una risata cinica e stonata.
-Ritrovarsi clandestini nell’unico mondo possibile deve essere una condizione poco piacevole, oltre a rappresentare una grana per i pochi giuristi rimasti in forze alla civiltà. Ad ogni modo, ogni speculazione in merito è pura teoria, allo stato attuale.- ritorse il poliziotto.
-Lavoro facile, Vicario. Avete la colpevole.
L’africano sembrava tornato alla sobrietà.
-Hailé, davvero non hai notizie di Karen?- domandò il poliziotto prima di scolarsi un altro bicchiere.
Thomas, il barista, seduto due tavoli più in là, russava rumorosamente con il flacone del detergente ancora in una mano.
-Karen è da qualche parte nella Zona Americana, Vicario. O forse in quella Europea. Di lei non so più nulla.- mormorò l’africano con tono piatto.
-Ehi, Vicario, fra mezz’ora sorgerà il sole! Sono sei giorni che aspetto l’alba. Dannato ciclo lunare.- proruppe poi sollevando il bicchiere in direzione del cielo.
-Hailé, quando si diffonderà la notizia che una donna orientale è la responsabile del primo omicidio della storia della Luna, e che la vittima è un geologo di Kampala, sarà il caos. I cinesi sono considerati i responsabili della distruzione della Terra. I panafricani avranno il pretesto che cercano. Questa storia può avere conseguenze inimmaginabili.
-E io cosa posso fare per aiutarti, Vicario?
-Dovresti guardarla negli occhi, Hailé. È tutt’altro che facile. È una bella donna, ha perso marito e figli a Taipei, e si è ridotta a farsi scopare da sconosciuti per una manciata di sterline, o di yen. Credimi, non è affatto facile starsene lì e fare il proprio lavoro davanti a uno schifo del genere.
-Ti sei innamorato, poliziotto? Attento, a quanto mi hai detto, quella donna è pericolosa.
-Amore? Volesse la Terra, amico mio. Ma se uscirà viva da questa storia, penso che l’aiuterò, in qualche modo.
Vicario si rese conto che stava arrossendo, e abbassò il volto.
-Qualcosa ti fa pensare che non sia stata lei?- esclamò Hailé.
-Senza dubbio è innocente. Sarà anche una puttana, ma in vita sua Han Li non ha ammazzato nemmeno una mosca.
-Non ci sono mosche sulla Luna, Vicario. Hai studiato troppe cose della Terra.- ritorse l’africano.
-Voglio raccontarti una storia, Hailé.- sospirò il poliziotto, prima di riempire tutti e due i bicchieri e accendersi un’altra sigaretta.
-Vedi, avevo un amico, una volta. Un amico che aveva due cose per le quali avrebbe dato tutto: la sua donna, e la sua terra. Purtroppo un giorno la sua donna lo lascia. Succede, non è vero? Lei si innamora di un altro, e se ne va. Fin qui, tutto normale. Il mio amico soffre come un cane. Ma non basta: scopre che l’uomo che gli ha portato via la moglie è un bastardo cinese. Il mio amico inizia a scriverle, la implora di tornare con lui. Ma è tutto inutile. Lei ora vive a Bangkok ed è felice. Passano alcuni mesi, finché inaspettatamente, con un semplice messaggio di posta elettronica, lei gli annuncia che sta per tornare.
Vicario estrasse un foglio dalla tasca della giacca e la lasciò scivolare sul tavolo.
-Forse deve solo regolare alcune questioni, o forse ci ha ripensato. Chi lo sa? Ad ogni modo, gli scrive che partirà con la navetta del lunedì successivo. Il mio amico torna a vivere, e inizia il conto alla rovescia. Mancano solo cinque cazzo di giorni. Ma dopo appena tre giorni, tre soli dannati giorni, la città del mio amico viene rasa al suolo. E così tutte le città, sull’intero pianeta. Il mio amico si sente finito. Ha perso la sola donna che ha mai amato, la sua terra è stata distrutta, e ora lei è morta, insieme ad altri dodici miliardi di esseri umani. L’umanità lo ha tradito. La sua compagna lo ha tradito. Tutti, lo hanno tradito: i suoi nemici hanno distrutto la sua terra, e uno di loro gli ha rubato la sua donna. I suoi amici hanno permesso che tutto ciò accadesse. Tutto quello che aveva di più caro è scomparso. Nessuno merita comprensione. Sulla sopravvivenza del genere umano prevale un verdetto senza appello: i sopravvissuti non meritano di rimanere in vita, e il mio amico li condanna a perpetuare l’errore che è stato fatale per la Terra. Proprio come il Governo di Panafrica, preferisce la distruzione totale ad una vita di lutto. Il mio amico credeva nella civiltà; e così come era eccessiva la fiducia che riponeva in essa come uomo di scienza, ora è altrettanto eccessiva la sua idea folle che la civiltà meriti di scomparire dall’Universo.
Vicario si fermò e guardò Hailé.
L’africano stringeva fra le mani la bottiglia vuota, gli occhi chiusi, le lacrime che iniziavano a rigargli il volto.
-Il mio amico è deciso a punire tutti. Se stesso, i suoi colleghi, le persone che lo circondano ogni giorno. Una sera di solitudine come tante altre, si mette sulle tracce di una bella coreana, la trova e se la porta a letto. Dopo la guerra la donna ha perso tutto, e si prostituisce. Guarda caso, lei si trova sulla Luna grazie ad un collega del mio amico, un uomo pacifico e schietto, proprio come era lui un tempo. Il mio amico è un grande microbiologo, e durante la notte non ha difficoltà a raccogliere campioni di ogni parte del corpo della bella coreana. Qualche giorno dopo rintraccia il suo collega e lo avvelena con un raro tipo di tossoide difterico, che uccide il malcapitato per soffocamento; cosparge il cadavere delle tracce della donna e infine lo trasporta sul bordo del cratere Galvani, dove quindici ore dopo una squadra mineraria lo rinviene.
Il volto di Hailé si era asciugato; le palpebre erano ancora abbassate.
-È sui dettagli delle ore successive che non ancora ho ricostruito interamente la mia storia. Non so ancora se il mio amico sia tornato a casa o se sia venuto direttamente in questo bar, come tutte le sere successive da allora, a dar fondo agli ultimi stipendi per scolarsi una costosissima bottiglia. Non gli è rimasto molto. Ha ancora la sua vodka, e una gran pazienza di attendere. Sa che lo stesso odio sterminatore che ha spazzato via la civiltà terrestre non tarderà a fare lo stesso quaggiù, sulla Luna. I suoi amici coloni panafricani non aspettano occasione migliore per vendicarsi. E i cinesi, a loro volta, hanno già affilato i loro pugnali di ceramica, che sfuggono così bene ai nostri metal-detector. Tolti di mezzo il giovane Vicario e altri cento idioti senza nazionalità come lui, la guerra sarà facile e rapida. È solo questione di tempo. E magari lui, il mio amico, ha già deciso sull’orlo di quale cratere andrà a contemplare gli ultimi istanti della fine dell’Umanità. La fine vera dell’Umanità. Forse è per questo che tutte le sere si siede a questo tavolo, e guarda fuori. Io non penso che contempli la Terra, come vorrebbe far credere a me.
Hailé aprì gli occhi. Le lacrime erano finite, e l’espressione del volto era assente.
-Lassù. È lassù che sarei andato a godermi lo spettacolo, Vicario.- disse con tono indifferente, indicando la serra idroponica lungo la cresta settentrionale del Nectaris.
Il poliziotto vide negli occhi dell’amico un ultimo sussulto vitale. Dopo quindici giorni di buio, una sottile linea rossa all’orizzonte annunciò l’inizio dell’alba lunare.
Presto, la luce del sole avrebbe scacciato l’oscurità.

10 commenti:

Anonimo ha detto...

Mi è piaciuto molto. L'ambientazione e la storia che viene man mano raccontata e ricostruita nel bar (bella l'atmosfera noir che ne scaturisce!) danno al brano un tocco di originalità. Ottima la sequenza in cui lentamente si arriva alla risoluzione dell'omicidio e alla sua motivazione. Come sempre i tuoi racconti hanno qualcosa di poetico che li rende particolari.
Ciao.
Dany

PS Posso dirti che benchè mi piacessero anche i primi racconti che hai scritto, in questi ultimi si nota un notevole miglioramento?

Francesco Troccoli ha detto...

Grazie del bel commento. In merito al PS, be', mi fai un gran regalo piuttosto. E' quel che mi auguro ogni volta che scrivo, riuscire a progredire. I racconti più vecchi nel Blog li tengo per ragioni affettive, ma andrebbero riscritti, e daccapo. Quindi, doppiamente grazie. :)))

Anonimo ha detto...

No, no non cancellarli! Sono anche quelli molto belli. Sarebbe un peccato.
Fanno parte della tua storia di scrittore e sono importanti perchè ti hanno consentito di arrivare qua dove sei giunto ora.
Dany

Francesco Troccoli ha detto...

Non ci penso affatto! ^__^ ancora grazie...

Jormungaard ha detto...

Bel racconto. Mentre lo leggevo sapevo già come andava a finire e non capivo il perchè.
Poi mi sono ricordato di averlo letto per il Concorso Giulio Verne :)

Io i racconti vecchi non li vado mai a riscrivere (a meno di trovare dei refusi) perchè in essi puoi vedere la tua evoluzione nel modo di scrivere.

Francesco Troccoli ha detto...

Grazie Jormun! In merito ai racconti vecchi, concordo pienamente.

Clarkiano ha detto...

Niente male. Direi una "semplicità" di scrittura quasi asimoviana. Un giallo fanta-apocalittico che ho apprezzato molto e che mi ha sorpreso con un colpo di scena inaspettato. Davvero una piacevole lettura. Le immagini si figurano nella men...te senza troppi problemi. Nel racconto descrivi una fine dell'umanità, oserei dire, verosimile, oltre che originale, senza alieni di sorta che ti aiutassero nel costruire la stora. Sto cercando di criticarti ma proprio non ci riesco, anche la lunghezza del racconto mi sembra adeguata :-)

Francesco Troccoli ha detto...

Doppiamente generoso!
Mi pare evidente che condividiamo il gusto per un certo tipo di FS, ed il tuo riferimento me ne persuade. Lietissimo quindi, a maggior ragione, di averti ospite qui! Grazie davvero.

stefano ha detto...

Complimenti, davvero bello!
Interessante l'idea, la collocazione, le entità in gioco, il ritmo narrativo.
Ho appena scoperto il tuo blog e questo è il primo racconto che ho letto; procedo quindi con i successivi.
Chiedo perdono a tutti per l'eccessiva piaggeria :)

Francesco Troccoli ha detto...

Benvenuto Stefano, sei molto gentile, grazie inifinite...