domenica 6 giugno 2010

Michael Lawson Bishop: gli alieni, la preistoria, e l'essere umano di oggi.

Michael Lawson Bishop, USA, classe 1945, vincitore del Premio Nebula per due volte e del Locus quattro volte, autore di decine di romanzi (di cui molti tradotti e pubblicati in Italia) di genere fantascientifico e fantasy, oggi alla ricerca di un editore per un inedito romanzo mainstream.


Michael (sito web personale qui) ha accettato subito e con estrema gentilezza di rispondere alle domande che seguono, in un'intervista che avevamo annunciato già qualche tempo fa.

La riportiamo integralmente, nella convinzione che nelle parole di questo grande scrittore vi siano spunti di estremo interesse, e non soltanto dal punto di vista letterario.

Michael ha dato prova di appartenere a quella cerchia di personaggi che, pur essendo entrati di diritto nella storia del genere, rivelano grande sensibilità, attenzione ai propri estimatori, disponibilità a mettersi completamente in discussione e... voglia di crescere. Ancora.



F. Caro Michael, grazie per il tempo che vorrai dedicarmi. Sono onorato di avere l’occasione di svolgere quest’intervista.
Queste sono le prime righe di Wikipedia alla voce su di te: “Michael Lawson Bishop è un pluripremiato autore americano. In quarant’anni e trenta libri, ha creato una quantità di opere che lo collocano fra i più importanti autori della letteratura di genere fantascientifico e fantasy.” Hai vinto il Nebula due volte, il Locus quattro volte, e ricevuto svariate candidature al Premio Hugo. Qual è il tuo pensiero sulla tua figura nella mondo della FS?

M. Penso di essere fortunato ad avere ancora oggi una reputazione simile nei campi della fantascienza e del fantasy, soprattutto considerando che negli anni recenti ho concentrato la mia attenzione su altri generi di scrittura, soprattutto storie ambientate nel mondo contemporaneo che non si è rivelato facile piazzare sul mercato (benché alcune abbiano trovato ospitalità in riviste letterarie) e un romanzo mainstream ambientato nei primi anni ’80, che da molti editori è stato “rispettosamente rifiutato”, per usare l’ironica espressione del mio agente.

F. Ti sei laureato e specializzato in lingua inglese. A che età ha iniziato a scrivere? È avvenuto per caso, o per scelta? E perché proprio la fantascienza?

M. Iniziai a scrivere con la convinzione che un giorno sarei diventato un vero scrittore quando ero, mi pare, in settima elementare (ndt: ultimo livello della scuola elementare di alcuni stati USA), all’età di dodici o tredici anni. A quei tempi i miei autori preferiti erano Edgar Allan Poe, Jack London, e svariati autori di “dog stories” per ragazzi, come Marshall Saunders, Albert Payson Terhune, Eric Knight, e Jack O’Brien. Iniziai a scrivere fantasy e horror soprattutto perché in seguito la mia tesi di laurea avrebbe riguardato le opere di H. G. Wells e Ray Bradbury, oltre ad altri.

F. I temi antropologici ed esotici rappresentano una parte fondamentale della tua opera sin dal tuo primo romanzo in assoluto ("A Funeral for the Eyes of Fire"), scritto nuovamente e ripubblicato cinque anni dopo con il titolo "The Eyes of Fire" ("Occhi di fuoco"). C’è una ragione specifica per questo interesse così particolare per uno scrittore?

M. Frequentai un eccellente corso di antropologia presso l’Università della Georgia, ad Athens, tenuto da un professore di nome Charles Hudson, che fu autore di opere sugli Indiani del Sud-Est degli Stati Uniti che rappresentano una pietra miliare. Durante il corso ebbi modo di leggere gli importanti studi di Colin Turnbull sui pigmei della foresta pluviale di Ituri in Congo, nel libro "Il popolo della foresta", e tanto questa lettura quanto l’entusiasmo di Hudson per la sua materia d’insegnamento accesero il mio interesse nei confronti di altre culture e altre popolazioni, e di quella ingenuità adattativa che gli esseri umani mostrano in ambienti estremi, che si tratti di giungla, deserto o taiga.

F. Immagino che ti sarà già stato detto dozzine di volte che tu e U. K. Le Guin avete un modo molto simile di osservare l’essere umano. Si tratta di un approccio antropologico comune a entrambi, non è così? Più in generale, quali autori di FS (e non) sono stati più importanti per te, o quali hai amato di più?

M. Dopo aver deciso di iniziare a leggere fantascienza – in una sorta di programma autodidattico di genere, potremmo dire – mi sono imbattuto nelle opere di autori il cui approccio antropologico risultava congeniale alla mia immaginazione. Fra essi c’è senza dubbio Ursula K. Le Guin, in particolare il suo romanzo “La mano sinistra delle tenebre”, con cui vinse sia il premio Hugo che il Nebula, ma anche precursori del calibro di Wells (“La macchina del tempo”), George P. Elliott (“Among the Dangs”), e Chad Oliver (autore di svariate storie molto sagaci dal punto di vista antropologico). Ma Ursula K. Le Guin resta la favorita, e un romanzo come “Il mondo della foresta” risuona con le mie corde persino oggi, forse perché stimola la riesumazione del mio debito personale nei confronti de “Il popolo della foresta” di Colin Turnbull e allo stesso tempo perché prende una posizione decisa e necessaria sulla devastazione e sulla totale immoralità della guerra nella quale in quel periodo gli Stati Uniti rimasero invischiati in Vietnam.

Vorrei anche aggiungere che ho profondamente amato "I Viaggi di Gulliver" di Jonathan Swift. I quattro viaggi nei quali l’opera è suddivisa, la cui descrizione è ovviamente attribuita dall’autore a Gulliver, sono in realtà ben più di quattro acuti resoconti etnografici di altrettante popolazioni di fantasia; si tratta di un’opera satirica che rappresenta un vero e proprio studio antropologico immaginario. Non lo si può leggere senza provare sbalordimento, e ad ogni rilettura si ha la netta sensazione di scontrarsi con qualcosa di totalmente nuovo rispetto alla volta precedente.

F. La crescente esigenza di confronto fra culture diverse nel mondo degli anni ’70 stimolò probabilmente gli autori di FS ad essere particolarmente sensibili a questi temi? Cosa ne pensi, e cosa ritieni sia sopravvissuto oggi di quella sensibilità?

M. Iniziai a scrivere in un periodo in cui gli scrittori di FS – in particolare quelli che inaugurarono o furono coinvolti nel movimento New Wave della prima metà degli anni ‘60 fino ai primi anni ’70 – avevano accettato la responsabilità di un approccio più cosmopolita alla materia delle proprie opere. Come si poteva scrivere di specie senzienti di altri mondi senza accettare il fatto tangibile che la nostra cultura anglo-americana rappresentava solo una piccola percentuale dell’intero scibile umano, ossia di arte, lingue, musica, agricoltura, ricerca scientifica e strategie di sviluppo sostenibile di questo pianeta? Come si poteva pensare di esplorare altri sistemi solari, altre galassie, o la natura dell’infinito, immediatamente, senza avere desiderio di studiare in lungo e in largo le caratteristiche della nostra specie di appartenenza, prima di gettarsi nell’avida curiosità che alimenta l’ambita corsa verso le stelle?

A questo punto, comunque, non sono più in grado di riconoscere una particolare spinta motivazionale o emozionale negli attuali autori di Fantasy e FS, benché ritenga che la nostra vecchia passione per l’esplorazione spaziale sia caduta preda di uno scoraggiamento derivante dalla crisi economica di gran parte del mondo e della comprensione delle difficoltà di effettuazione di voli spaziali di lunga durata con equipaggi umani. Di conseguenza, sembra che al giorno d’oggi il fantasy abbia spesso spodestato la fantascienza come narrativa fantastica d’elezione nel mercato. Nonostante io non pensi di poter essere classificato, se non per qualche opera, come scrittore di fantascienza “hard”, sono in parte dispiaciuto di questo sviluppo. Benché io ritenga che validi autori abbiano prodotto alcune opere fantasy avvincenti e di valore durevole, come ad esempio “Little, Big” di John Crowley, in genere trovo in effetti che molti scrittori che ricorrono alle figure tipiche del fantasy o dell’horror (elfi, fate, orchi, vampiri, lupi mannari, zombi e quant’altro) solo raramente riescano a elevarli al di sopra dei recessi letterari del prevedibile, quando non del ridicolo totale.

F. Il romanzo "Occhi di fuoco" affronta le difficoltà legate alle differenze fra sistemi culturali e la possibilità di un incontro fra essi. Qual è la tua definizione personale di “diversità”? Pensi che gli ostacoli alla coesistenza possano essere superati, e come? In altre parole, esiste una definizione generale di “umanità” che possa rappresentare il solo fattore critico in grado di abbattere qualunque tipo di barriera, o le diverse identità culturali/nazionali/religiose restano in conflitto reciproco per definizione?

M. In realtà non ho mai pensato di poter postulare una definizione personale di “diversità”. Potrei invece affermare che la diversità, sulla Terra, esiste come dato di fatto incontestabile. La ignoriamo a nostro rischio e pericolo. Possiamo comunque superare alcune barriere alla reciproca comprensione apprendendo altre lingue (area nella quale, mi spiace doverlo ammettere, ho delle lacune), visitando altri luoghi, leggendo narrativa e poesia di altri paesi (in lingua originale o tradotta), trascorrendo periodi prolungati presso popolazioni diverse dalla nostra dal punto di vista etnico, religioso o culturale, e così concludendo che vi si sono scoperte perlomeno altrettante cose valide, utili, ed esteticamente ricche, di quante inutili, sconcertanti o disgustose ci si attendeva di trovare. Bisogna uscire dal circolo vizioso dei nostri pregiudizi, gusti e identità, un movimento a cui la maggior parte di noi tende a resistere, ritenendolo arduo quando non del tutto impossibile. Ma persino se riusciamo a farlo, non riusciamo ad abbattere proprio tutte le barriere, e talora arriviamo persino a scoprire che alcuni comportamenti (nostri o degli altri) concorrono a contrastare la totale accettazione, o la comprensione, dell’oggetto dello studio, in quanto ci sembrano negativi al punto di poterli tollerare soltanto se svisceriamo completamente la nostra identità: un problema che è il cuore dell’attuale scontro fra l’occidente industrializzato e alcune fazioni islamiche militanti.

F. Nel romanzo "Il segreto degli Asadi", derivante dallo sviluppo di un racconto più breve, che fu candidato al Premio Hugo e al Nebula, hai descritto una sorta di “involuzione” di una specie intelligente.
La storia è molto intrigante: il lettore fatica a capire cosa sia accaduto sia agli Asadi che al disperso Professor Chaney. A causa di questa sorta di “regressione”, gli Asadi hanno perduto la loro intelligenza e sono gradualmente caduti in una condizione in cui mostrano ancora un comportamento “sociale” che rivela antichi segni della loro cultura emergenti in cerimonie e rituali, fra cui pratiche di cannibalismo che hai descritto realisticamente e senza censura. Gli esseri umani li odiano e li trattano alla stregua di animali. Dunque la perdita della razionalità equivarrebbe a una regressione ad una condizione animalesca? Qual è il tuo pensiero in merito? Puoi approfondire la condizione in cui sono precipitati gli Asadi?

M. Preferirei definirla una “devoluzione,” ma la tua descrizione del processo subìto dagli Asadi nella storia è efficace. Ciononostante, non sono del parere che la perdita della facoltà razionali, delle capacità di calcolo, risulterebbe necessariamente in una forma di vita completamente animalesca nel senso più dispregiativo della parola. Arriverei quasi a intuire che attraverso questa “devoluzione” ad un simile stato, la specie diventi in grado di vivere più serenamente ed efficientemente nel suo ambiente di quanto potesse come forma di vita cosiddetta razionale, in quanto come forma di vita razionale la sua accresciuta potenza intellettiva la conduceva ad affrontare qualunque ostacolo con un atteggiamento aggressivo che in realtà poi rappresentava una minaccia alla sua stessa sopravvivenza. (In effetti, non sembra proprio il ritratto dell’Homo sapiens sapiens?)

In merito agli Asadi, sono un enigma, concepito come un enigma, in grado di evolvere di nuovo verso l’intelligenza o decadere completamente verso l’estinzione. La presenza di esseri umani sul loro mondo potrebbe condannarli a quest’ultimo destino, sempre che l’inizio del romanzo non fallisca lo scopo di dare a intendere che sono già condannati.

F. Come si concilia tutto ciò con la teoria dell’evoluzione di Darwin?

M. Se devo essere del tutto sincero, la devoluzione degli Asadi non ha basi scientifiche troppo solide. Penso (e preciso che stiamo parlando al giorno di oggi di una storia nata da un punto di vista di almeno quaranta anni fa) di aver voluto rappresentare con questa specie aliena una versione degradata dell’umanità, una drammatica metafora di tutte le maniere in cui noi esseri umani procuriamo danni a noi stessi, sovvertiamo la nostra stessa intelligenza, e mettiamo a repentaglio anche i frutti delle nostre migliori intenzioni. Nei primi anni ’70 mi riferivo indubbiamente alla guerra del Vietnam, alle tensioni razziali, alla crisi petrolifera e quant’altro, mentre oggi potrei facilmente citare la catastrofe per la perdita di petrolio in corso nel Golfo del Messico, le guerre in Iraq e in Afghanistan, e la crisi finanziaria mondiale, oltre a svariate altre questioni irrisolte. Perciò come posso argomentare in merito alla collocazione degli Asadi rispetto all’evoluzionismo di Darwin, quando la loro origine, oltre che nel mio amore per l’antropologia, risiede nel mio debito letterario nei confronti del grande scrittore satirico anglo-irlandese Jonathan Swift?

F. Passiamo ora al tuo capolavoro, “Il tempo è il solo nemico”. Ho amato questo libro. È uno dei cinque che porterei con me su un’isola deserta. Sembra che ci sia molto della tua vita i questo romanzo, non è così? Un padre nell’USAF, una parte della storia che si svolge in Spagna…

M. Si, alcune parti del romanzo sono state ispirate dalla mia vita, soprattutto l’anno che trascorsi in Spagna con mio padre dall’estate del 1962 all’inizio dell’estate del 1963. (A proposito, grazie per aver definito “Il tempo è il solo nemico” come il mio capolavoro, un giudizio che apprezzo da parte tua, benché io consideri “Ancient of Days” o forse “Fragili stagioni” opere di fantascienza migliori. E sono ancor più convinto del valore del mio romanzo inedito, che a me piace anche più di questi due. Allo stesso tempo, percepisco tutti questi romanzi come imperfetti, in maniere diverse e talora scoraggianti, che sarebbe oggi troppo complesso modificare e migliorare).

Mio padre era di stanza presso la base del Comando Aereo Strategico, a circa trenta miglia da Sivigilia, a Morón de la Frontera, ma noi vivevamo in un appartamento nella città di Siviglia in una palazzina di tre piani a Calle Leoncillos 15. Eravamo al secondo piano (che voi europei chiamate il primo piano), mentre i padroni di casa vivevano al primo piano (il piano terra), e un aviere americano di nome Pete Tanaguchi, sua moglie tedesca Ilsa e la loro figlia piccola Nisei vivevano al terzo piano (il secondo per voi); lavavamo i panni tutti insieme sul tetto, e avevamo una bella vista sulla Giralda, l’alto campanile dell’enorme cattedrale gotica della città. E comunque, i contenuti antropologici di “Il tempo è il solo nemico” provengono dalla mia lettura di paleo-antropologi del settore quali Louis B. Leakey, Mary Leakey, il loro figlio Richard Leakey, e il cacciatore di fossili di proto-ominidi rivale della famiglia Leakey, Donald Johansson. Feci una considerevole quantità di ricerche per scrivere il romanzo, ma la caratterizzazione dei personaggi proveniva dalla mia esperienza personale o dall’osservazione diretta, o da una loro combinazione.

F. Il tipo di viaggio nel tempo che hai inventato in questo romanzo mi sembra del tutto originale. Non penso di aver mai letto di un viaggio nel tempo che avviene grazie ad una sorta di “memoria” iscritta nel flusso del tempo, e che ha inoltre per destinazione l’epoca preistorica…

M. L’idea coinvolge anche la presunta suscettibilità del viaggiatore nel tempo a ciò che i ricercatori del sonno chiamano "sogni vividi". È una nozione immaginaria, non dotata di forti basi scientifiche e quindi può rappresentare un punto debole della storia. Potrei anche indicare nell’imprevista apparizione del deus-ex-machina, ovvero gli astronauti dello Zarakali (il paese africano immaginario in cui la storia si svolge, ndt), nel Pleistocene onirico, come un secondo punto debole, poiché il protagonista e il congegno temporale dell’ Air Force hanno evocato questo territorio fantasma a partire dalla sua attività onirica. Al giorno d’oggi, perdonami, ma rabbrividisco un pochino quando rileggo questi passaggi del romanzo.

F. Dall’antropologia esotica alla paleo-antropologia, dagli alieni agli abilini, e la storia prosegue in un certo senso in “Ancient of days” (che include il racconto vincitore del Locus Award “Her habiline husband”), libro purtroppo non disponibile in lingua italiana. Come si spiega questo passaggio? Sei interessato allo studio del Pleistocene?

M. Con il passare del tempo (come alcuni hanno notato), ho trasferito l’ambientazione delle mie storie dai pianeti esterni di lontani sistemi in luoghi più riconoscibili qui sulla Terra. Sono ancora interessato al Pleistocene, certamente, ma sono molto più interessato a tentare di tracciare lo sviluppo della nostra umanità dalle più lontane origini della nostra specie fino al tempo presente.
Il libro “Ancient of Days”, per esempio, segue il percorso di un esemplare intelligente di Homo habilis (a cui un po’ sfacciatamente ho dato nome Adamo), erede di una tribù perduta di suoi simili in un’isola al largo di Haiti, che lotta per essere accettato dagli americani del ventunesimo secolo negli Stati Uniti sud-orientali. In verità, per inciso, preferisco questa storia a “Il tempo è il solo nemico”, e vorrei aggiungere che i tre racconti fra loro collegati che ne costituiscono il contenuto rappresentano nell’insieme la continuazione tematica, per non dire diretta, del romanzo precedente. Così come il protagonista umano in “Il Tempo è il solo nemico” arriva a riconoscere che gli abilini sono ben più di divertenti animali bipedi, i due protagonisti umani di “Ancient of Days” riconoscono in Adamo uno di loro, in realtà dotato persino di qualità intellettuali e morali superiori.



F. A me pare che questi libri abbiano segnato la tua evoluzione intellettuale. In altre parole, sembra ci sia una storia di profonda fiducia nelle potenzialità degli esseri umani.
Joshua trova più umanità fra gli abilini che fra gli esseri umani moderni. Gli abilini non parlano, la loro intelligenza è ridotta. La loro capacità di sfuggire al pericolo non supera quella degli animali. Sopravvivono e sono costantemente terrorizzati. Eppure hanno sentimenti umani. Ho quasi pianto quando ho letto la scena dell’incidente in cui uno di loro si uccide con la pistola di Joshua, e in un’altra scena molto toccante Joshua fa l’amore con una di loro, e finisce per innamorarsi di lei.
Questa “regressione” storica è molto diversa da quella subita dagli Asadi. Sembra che la domanda su cosa definisca l’essere umano abbia trovato finalmente una risposta in questo libro… la scintilla dell’umanità non è dunque il pensiero razionale, ma l’emozione, l’irrazionale, l’amicizia, l’amore, o persino l’odio, la gelosia. Gli aspetti non logici dell’intelligenza. Qual è il tuo pensiero in merito?

M. Non intendo in alcun modo aggirare la tua domanda, ma posso rispondere solamente dicendo che penso tu abbia ben inquadrato l’origine dell’umanità degli abilini descritti in “Il tempo è il solo nemico”, esattamente con le parole “gli aspetti non logici dell’intelligenza”, della loro come della nostra; ciononostante, gli scienziati guarderebbero piuttosto con interesse alla prossimità fra il corredo genetico abilino e quello umano e anche alla capacità delle due specie di generare una prole vitale e fertile (una capacità che nel romanzo ho dato per scontata, senza alcuna solida evidenza scientifica). Trovo gratificante, tuttavia, che tu abbia accettato gli abilini come umani sulla base della loro intensa relazione con Joshua e ovviamente fra i membri del loro gruppo.

F. Il pensiero occidentale, dalla Grecia antica fino all’illuminismo, (per non parlare del Cristianesimo) si basa sull’idea idea che ogni essere umano sia tarato da una sorta di natura maligna (che possiamo definire malattia, violenza, aggressività o qualunque altra forma di natura negativa originaria) sin dalla nascita, e che esclusivamente il pensiero razionale possa permettere il controllo di essa tramite la coercizione degli aspetti emotivi. Ne "Il tempo è il solo nemico" si direbbe che tu vada ben oltre una simile prospettiva: nella tua storia gli esseri umani sembrano per loro natura inclini a muoversi l’uno verso l’altro piuttosto che l’uno contro l’altro…

M. Così risulta dall’osservazione degli eventi narrativi, e molto di questa tendenza sociale intra-specie, descritta nel romanzo, deriva da ciò che io vedo come la naturale riluttanza dell’essere umano a uccidere i propri simili… in assenza di un insegnamento consapevolmente mirato a capovolgere questa riluttanza, come avviene nei campi di addestramento militare o terroristico, o nei campi di football (una misera battuta, chiedo scusa). D’altra parte, Joshua e gli abilini stabiliscono una relazione perché il protagonista si sforza di dimostrarsi loro amico ed essi non trovano alcuna ragione per cui valga la pena mangiarlo o allontanarlo. Spesso, è in condizioni di sopravvivenza – che si può fare molto poco per modificare – che si decide se due esseri apparentemente simili si combatteranno o diverranno alleati.


F. D’altra parte, un romanzo come “L’alternativa” (in cui hai rappresentato un futuro mondo distopico), come omaggio a Philip K. Dick, rivela chiaramente la tua ammirazione per questo autore, il cui pensiero sull’essere umano era certamente più negativo…

M. Penso che Philip K. Dick avesse molta fiducia in quello che avrebbe definito “il piccolo uomo,” ovvero quel particolare essere umano che, pur essendo privo di potere politico, religioso o militare, continua comunque a fare ciò che gli è richiesto, che si tratti di fabbricare vasi, incidere gioielli, o essere diplomatici, anche se il mondo, o le forze del male, cospirano contro la sua modesta creatività, e anche se la realtà stessa tenta di sovvertire l’ordine in cui vive. Ammiro Dick non per il punto di vista negativo sull’umanità che potrebbe avere o non avere avuto, ma per i suoi eroi immancabilmente creativi, uomini o donne, persone che tentano di mettere da parte le loro debolezze a favore dei propri punti di forza, nonostante le soverchianti difficoltà che devono affrontare. Questi personaggi esprimono una nobiltà di cui le persone che detengono il vero potere sono spesso del tutto sprovviste.

F. I tuoi romanzi “Who made Stevie Crye?”, “Count Geiger’s Blues” (non disponibili in italiano), e “Fragili stagioni” sono lavori del tutto diversi, con elementi umoristici, fantastici e horror, talora mescolati fra loro…

M. In verità, “Who Made Stevie Crye?” è una satira a sé stante dei romanzi horror, soprattutto di “Cujo”, di Stephen King, che fu molto popolare nel periodo in cui lo scrissi. Prevedibilmente, Stephen King lo interpretò come un virulento attacco alla sua immagine e alla sua opera, mentre in realtà per me si trattò di un attacco più o meno serio nei confronti dei molti suoi emuli, e di un rispettoso atto di scherno a danno dei risibili eccessi di un solo romanzo di Steven King in particolare. Il romanzo ha i suoi estimatori, tanto che è andato a finire nell’elenco dei “Migliori 100 Romanzi Fantasy”, ma non è mai stato prodotto in edizione economica qui negli Stati Uniti ed è ora fuori catalogo sia qui che in Inghilterra.
Count Geiger’s Blues”, come “Ancient of Days” e il racconto “Death and Designation Among the Asadi,” possiede un’intenzionale sovrastruttura satirica. L’oggetto sono stavolta i fumetti dei supereroi e il loro onnipresente assunto che gli incidenti con le radiazioni procurino in qualche modo poteri miracolosi a coloro che ne sono contaminati, un’idea che trova piena realizzazione nella storia a fumetti "Watchman" di Alan Moore e Dave Gibbons, in particolare nel personaggio del Dottor Manhattan. In effetti, “Count Geiger’s Blues” deve molto sia a Watchman che al romanzo di Michael Chabon “Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay”, vincitore del Premio Pulitzer. Il sottotitolo del mio romanzo è “Una commedia,” in omaggio a Dante e a William Saroyan, ma l’epilogo dimostra che è una follia ritenere le radiazioni un fenomeno del tutto benigno.
Fragili stagioni” è ambientato nel mondo del baseball professionale nel profondo Sud (degli Stati Uniti) durante la seconda guerra mondiale. Ma al tempo stesso la storia rappresenta un sequel di “Frankenstein” di Mary Shelley. Mi sono molto divertito nello scrivere questo romanzo, ma ho anche sudato le sette fatiche nella ricerca del background e nella messa a punto dei vari elementi della trama. In effetti, ho dovuto inventare tutti i dettagli della stagione estiva del 1943 di una squadra minore di baseball, gli Highbridge Hellbenders, nelle cui fila giocano all’apice della guerra sia il narratore, Danny Boles, che il suo misterioso e grottesco compagno di stanza, Hank Clerval. La Twentieth Century Fox ha comprato i diritti del romanzo per farne un film, ma non è mai riuscita a trovare un regista che accettasse la sfida. “Fragili stagioni” è attualmente fuori catalogo negli Stati Uniti, e fra i romanzi che ho scritto è il mio preferito.


F. Cosa pensi del genere “fantasy”? Mi riferisco anche al tuo “Unicorn Mountain”.


M. Questo romanzo nacque dal mio profondo interesse per l’epidemia di AIDS verificatasi nei primi anni ‘80, dalla mia ammirazione per l’opera di Philip K. Dick, e dal fascino che hanno sempre esercitato su di me gli Indiani d’America del Sud-Est del Colorado, gli Ute. Il romanzo è la storia di una specie di unicorno che proviene da un’altra dimensione e arriva nell’attuale stato del Colorado, una specie affetta da una forma di febbre equina specifica degli unicorni, geneticamente simile al virus umano dell’AIDS. Nella trama anche la magia indiana (il ballo del palo Ute) trova un suo spazio. Dopo tutto questo tempo, non sarei in grado di rammentare il percorso che mi portò giorno dopo giorno a sviluppare quel romanzo, ma posso dire che se qualcuno avesse interesse a ripubblicarlo, insisterei per rivedere i testi, abbreviandolo e attenuando il livello di concitazione dei dialoghi.


F. Sei religioso? Credi in Dio? Quali sono i principali fattori culturali della tua educazione umana e artistica?

M. Se mi fornisci il tuo indirizzo, Francesco, ti spedirò una copia di un’antologia che ho curato personalmente per la Thunder’s Mouth Press, una raccolta di racconti intitolata “A Cross of Centuries: Twenty-five Imaginative Tales about the Christ”. La prefazione al libro ti fornirà tutte le informazioni sulla mia posizione in merito alla religione, che forse va oltre quel che sei disposto a sapere.

F. Penso che si tratti della raccolta che comprende il racconto “INRI” (ndt: una feroce satira della figura di Cristo) di Moorcock… be’, se questo è lo spirito del libro, penso che me ne innamorerò, e non vedo l’ora che tu me lo invii. Ovviamente pretendo una copia autografata…

M. L’antologia comprende in effetti anche la versione originale di quel racconto di Moorcock (“Behold the Man”), leggermente accorciata. Gli altri racconti nel volume comprendono “The Sin of Jesus” di Isaac Babel’s, “Il vangelo di Marco,” di Borges, un mio adattamento del “Grande Inquisitore” di Dostoyevsky da “I fratelli Karamazov” (qui intitolato “The Inquisitor General”), “Il Gigante egoista” di Oscar Wilde e varie altre storie, alcune originali scritte da autori americani affermati, fra i quali Ray Bradbury, Jeffrey Ford, Karen Joy Fowler, Paul Di Filippo, Henry Kuttner (il cui racconto dà il titolo al libro), Barry Malzberg, Jack McDevitt, e Mike Resnick. Ci sono anche altre due miei racconti, “Sequel on Skorpios” e “Miriam.” Ti prometto che ti dedicherò e firmerò una copia e te la invierò, Francesco.

F. Grazie! Cosa puoi dirci del tuo romanzo mainstream inedito?

M. Il mio romanzo inedito, intitolato “An Owl at the Crucifixion”, è ancora alla ricerca di una collocazione, e ormai ho poche speranze di vederlo pubblicato finché sarò in vita. È la storia di un teenager, Jude Huckaby (quattordicenne all’inizio della narrazione), che apprende casualmente che il suo insegnante di teatro alla scuola superiore e insegnante del gruppo giovanile della domenica, Piet Scarboro, ha un amante. Un uomo. Il padre di Jude è un pastore della Chiesta Metodista Unificata a Chinaberry, Georgia, nel 1980, e la scoperta innesca una serie di eventi che cambiano per sempre la vita di Piet. È tutto quel che in questo momento sono in grado di anticipare.
Oh, be’ aggiungo che Peter Crowther, nel regno Unito, ha recentemente accettato un capitolo del romanzo, di circa 7000 parole, intitolato "Unfit for Eden," per la rivista che la sua casa editrice, la PS Publishing, pubblica con cadenza annuale o semestrale. "Unfit for Eden" è narrato in prima persona dall’amante di Piet, Dwight David Colter, cresciuto come testimone di Geova in un paesino sul limitare della Palude di Okefinokee in Georgia. Questo capitolo, virtualmente autosufficiente come racconto, non ha alcun elemento fantasy vero e proprio, ma per via del suo frenetico stile narrativo, alcuni lettori potrebbero (sottolineo l’uso del condizionale) scambiarlo per un testo di genere.

F. So che attualmente sei impegnato come docente di scrittura di narrativa presso il LaGrange College in Georgia. Cosa puoi dirci in merito? Ritieni che la scrittura sia qualcosa che si può imparare partendo da zero? Qual è il giusto equilibrio fra talento e tecnica?

M. Penso che un corso di scrittura creativa possa davvero insegnare ad altri come scrivere una buona opera di narrativa o una buona poesia. Ovviamente il talento non si può insegnare, ma alcune persone, se si impegnano molto, possono arrivare con il tempo a creare storie, romanzi, poesie, virtualmente indistinguibili in termini di qualità da quelle prodotte da scrittori geniali e di talento… benché questa evenienza sia alquanto rara, esattamente quanto lo è il talento di per sé. Nella mia classe al LaGrange College applichiamo l’intelligente strategia didattica di Anne Lamott, che consiste nell’affidare agli studenti “brevi compiti” mettendoli in condizioni di produrre, o meglio di attendersi, delle “bozze schifose”, e di imparare così dai loro stessi errori, per poi ripulire le bozze a renderle accettabili per… be’, per gli editori.

F. Quali sono i tuoi consigli per chi vuol essere uno scrittore di FS?

M. Leggere molto. Leggere molta FS. Scrivere molto. Scrivere molta FS. Sbagliare nello scrivere. Sbagliare nello scrivere FS. Riprovarci. E fare errori più piccoli. Non si tratta della mia ricetta per i principianti della scrittura, ma mi sembra il solo modo intelligente di procedere, anche se è probabile che richieda molto tempo. Insistete.


F. "Last but not least". Scrivi anche poesia. Uno scrittore di FS che è anche poeta. Come si conciliano le due cose?

M. Dipende se si vuole incorporare la poesia nella FS o scrivere poesia a contenuto fantascientifico. In ogni caso, non vedo alcuna contraddizione o incompatibilità fra queste due passioni...


(Un ringraziamento per la fotografia a Siviglia, di Serena Barbacetto).

Versione originale in inglese: QUI.

2 commenti:

ellef ha detto...

Grande Francesco!
intervista inusuale, ma me l'aspettavo... e straordinario anche Bishop
capace di guardare oltre, sulla spinta di intuizioni geniali, nonostante qualche zona d'ombra... i suoi libri già parlavano per lui

sentire un autore di fantascienza raccontarsi con tanta apertura, intelligenza e sensibilità è un manifesto magnifico, a favore della fantascienza e in barba a tutti i detrattori del genere.

preziose le tue provocazioni sul senso dell'umano e sulla possibilità di scrivere una storia della nostra specie secondo una chiave nuova; Bishop accetta la sfida senza reticenze, dimostrando una volta di più come la fantascienza possa essere il terreno ideale per affrontare il fondamentale interrogativo sull'Umano, servendosi dell'esplorazione di mondi oltre le stelle o dello studio di culture della "porta accanto" :-)))


d'altronde non nasconde le sue passioni e la formazione antropologica, ma sorprendentemente riesce a spingersi ben oltre il traguardo raggiunto da molti insigni e titolati antropologi: potere dell'arte!

...vecchie inquietudini, dei banchi di scuola, che risuonano forte

Francesco Troccoli ha detto...

Grazie elle, lietissimo di quel che dici, sottoscrivo in pieno! ^__^