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sabato 20 novembre 2010

Stelle della notte.

Questo racconto è stato selezionato per l'antologia Nuovi Autori Science Fiction numero 6, una raccolta a cui tenevo davvero molto partecipare, e ha poi ottenuto il terzo posto in occasione del concorso letterario Space Prophecies Episodio VII, ragione per cui ha trovato poi ospitalità anche nel numero 34 della rivista Living Force.



Dalla spiaggia, il disco del sole appariva insolitamente grande. La sua aura ammantava ogni dettaglio di una tinta rosso-arancio, che rendeva tutto vago e indefinito, come se le figure, le sagome, i confini di ogni elemento presente sulla scena fossero scolpiti nel rame incandescente. Così era per gli scogli in mare, per la fitta foresta e per le case in lontananza.
Si sarebbe potuto pensare alla stella di un altro sistema, e a un pianeta lontano che non fosse la Terra.
Una coltre di nubi bianchissime in avvicinamento da est sembrava immune a quell’aggressione cromatica, e nemmeno l’oceano, intensamente verde e cristallino, se ne lasciava contaminare. Terra, mare e cielo parevano essere stati prelevati da mondi diversi, e costretti ad una coesistenza tanto innaturale quanto armoniosa.
Tra il sibilare del vento, e lo scrosciare delle onde sulla riva, si udì il nitrito di un cavallo selvatico, lanciato al galoppo sull’arenile. Era nero e veloce.
-Ecco, figliolo, fa’ bene attenzione.- disse Luan Kefalios seguendo sullo schermo il cavallo in movimento.
La prospettiva cambiò all’improvviso, spostandosi sul mare, e poi la scena si interruppe, e al suo posto apparve una folla di individui immersi nel caos di una grande città.
Luan Kefalios attese alcuni secondi, perché anche la scena successiva fosse terminata, e scoccò al suo apprendista uno sguardo che imponeva una reazione.
-Maestro, cosa avrei dovuto vedere?
-Prima del cambio di scena, non hai notato nulla, ragazzo?
-Ecco, io…
-La prospettiva, Bardàn. La prospettiva stava mutando.
-Avete ragione, maestro.
-Il cambio di prospettiva prelude spesso a un cambio di scena. Notare certi dettagli non è facile, alla velocità a cui il sogno si svolge, ma devi abituartici. Durante i sondaggi di sicurezza non c’è il tempo per riavvolgere la registrazione e visionarla con maggiore attenzione.
Bardàn Safarian tacque.
-Quando ne avrai la possibilità, riprendi il sogno dall’inizio e studialo bene, d’accordo? Se lo facessimo ora,- mormorò Luan con una punta di fastidio accennando al governativo armato di tutto punto alle loro spalle –quest’uomo avviserebbe subito il Supervisore.
-Lo farò, Maestro Kefalios.
Due governativi entrarono nella sala. L’uomo che aveva sognato fu scollegato dalla macchina, risvegliato e congedato. Prima che se ne andasse, Bardàn lo vide scoccare un’occhiataccia attraverso la vetrata, come se quello potesse vederli.
-Sembra arrabbiato.- osservò il ragazzo.
-Lo saresti anche tu, se una volta al mese entrassero nei tuoi sogni.- sussurrò Luan.
Il maestro pensò con sollievo che mancavano solo tre sondaggi per completare il consueto ciclo di venti della mattinata. Il Governo pretendeva sempre più efficienza e rapidità: una maggiore frequenza di interventi significava un controllo più capillare della popolazione.
Come le volte precedenti, Bardàn attivò il registratore vocale, e Luan sentenziò:
-Sondaggio di sicurezza duecentosette barra diciassette. Soggetto maschio, anni ventotto, identificato come Andras Saudani, matricola cinque-sette-tre-tre. Analisi componenti base. Mare: senso civico elevato. Cielo con nubi: senso di libertà medio. Terra con sole rosso: attaccamento alla realtà debole. Cavallo: buona salute fisica. Non segni particolari. Conclusioni: elementi di buona salute fisica con lievi segni di confusione mentale onirica, rientranti nella norma. Attitudine alla ribellione al potere centrale, nulla. Soggetto governabile.
Bardàn ascoltò con attenzione, e poi, come al solito, si alzò e disse al personale all’esterno di far entrare il soggetto successivo.
Nella sala, scortato dai due governativi, comparve il soggetto numero diciotto. Era una giovane donna a aveva la pelle scura. Bardàn penso che fosse bellissima. I suoi capelli erano molto corti e i suoi occhi facevano pensare alle stelle della notte.
Fu fatta distendere, e la procedura ebbe inizio.
Mentre la addormentarono, il ragazzo avvertì una fitta al ventre. Per la prima volta dall’inizio del tirocinio, aveva paura che Luan ravvisasse segni di pericolosità sociale nel soggetto che veniva sondato.
Il sogno della donna ebbe inizio, e Bardàn contemplò il suo maestro mettersi all’opera.
Un neonato era adagiato su una grande foglia di felce, al chiaro di luna. Un grosso lupo lo portò via come se volesse sbranarlo, ma il piccolo veniva accolto nel branco. Poi comparve una stanza le cui pareti erano trasparenti.
Lo sguardo di Luan Kefalios sembrava rassicurante: non sembrava che quella donna corresse alcun rischio di essere arrestata. Ma Luan era pur sempre un servitore del potere centrale. E un giorno, lo sarebbe diventato anche lui. Era o non era lì per questo?
Bardàn sapeva che il sogno, quello vero, che si svolgeva nell’inconscio della ragazza, era piuttosto diverso da quel che lui e il maestro potevano vedere. La Macchina realizzava la migliore riproduzione possibile, anche se le immagini dei sogni non erano esattamente qualcosa che poteva ridursi a una rappresentazione puramente visiva. Ma per le operazioni di controllo condotte dal Governo era più che abbastanza.
Terminata la visione, Luan sbuffò per la noia e registrò la sua valutazione di rito. Non risultò che vi fossero segni di ribellione al potere centrale, e Bardàn tirò un sospiro di sollievo, anche se l’idea di non rivedere più il soggetto diciotto (seppe dalla registrazione che si chiamava Myriam) gli dava un profondo dispiacere. 
-Un momento, mastro Kefalios.- Era la voce del Supervisore, che aveva fatto irruzione nella saletta.
-Riavvolgete il sogno fino alla scena del lupo, prego.- ordinò.
Luan fece cenno a Bardàn di obbedire, e poco dopo lanciò uno sguardo al Governativo, che arrossì e abbassò lo sguardo. Doveva essere stato lui a sollecitare l’intervento dell’altro.
-Cos’è quella?- digrignò il Supervisore indicando un piccolo marchio impresso sul dorso del lupo nel fermo immagine. Si trattava di una specie di virgola rossa.
-Cosa? Ah, quella? Non è nulla. Un simbolo causale. Ce ne sono a dozzine in tutti i sogni, e non hanno alcun valore.- lo rassicurò Luan.
L’immagine venne ingrandita.
-Un simbolo casuale? L’emblema del Partito della Liberazione un simbolo casuale? Mi meraviglio della vostra superficialità, Kefalios! Arrestate quella donna.- proruppe l’altro rivolgendosi ai suoi sgherri.
Luan protestò vivamente, pur sapendo che non sarebbe servito a nulla.
Il Governo si serviva di quel genere di personaggi per controllare l’operato degli Interpreti. A differenza di questi, i Supervisori non avevano alcuna preparazione per comprendere e decodificare i sogni, ed il loro ruolo era esclusivamente politico. E spesso si aggrappavano a dettagli insignificanti nei quali ritenevano si annidasse il germe della rivolta.
Prima di essere portata via, Myriam riuscì a protendere le braccia e aprire i palmi delle mani sulla vetrata. Le avevano già messo le manette.
Per un istante, a Bardàn sembrò che lei lo avesse visto, anche se sapeva che non era possibile. Il ragazzo avrebbe voluto fare qualcosa, ma sapeva che contro una decisione del Supervisore nemmeno il parere dell’Interprete avrebbe potuto scagionarla. Figurarsi a cosa poteva servire la parola di un giovane apprendista.
Bardàn pensò che non avrebbe mai dimenticato le stelle della notte che brillavano nei suoi occhi tristi.
Luan e il ragazzo eseguirono gli ultimi due sondaggi della mattinata e infine lasciarono il Ministero della Sicurezza.
Come le altre volte, si incamminarono verso la Città Vecchia. Quel giorno c’era un tempo magnifico; il sole brillava sovrano nel cielo terso, e la mezzaluna nascente era così nitida che vi si distinguevano i profili degli insediamenti coloniali che ne ricoprivano gran parte della superficie. Il traffico in quota, sopra le loro teste, era scarso, e l’aria era fresca e pulita.
Ma in Bardàn invece regnava l’oscurità.
-Maestro,- disse il ragazzo sospirando –davvero quel simbolo era insignificante?
-È il mio apprendista che me lo chiede, o il cerbiatto innamorato?
Bardàn abbassò lo sguardo.
-Non sono certo di voler apprendere la vostra arte.- replicò poi fievolmente.
-Male. Potrai fare un gran bene alla collettività, ragazzo, quando sarai diventato un Interprete dei Sogni.
Un gran bene. Pensò il giovane. Arrestare persone che vogliono solo vivere in libertà. Davvero un gran bene.
Era ormai un mese che Bardàn era stato affidato a Luan, e non era la prima volta che assisteva ad un arresto. In realtà era accaduto raramente, e quasi sempre a causa dell’interferenza dei Supervisori. 
Eppure, una volta era stato proprio Luan a riscontrare segni di rivolta in un individuo, e a far sì che fosse imprigionato. Si era trattato di un uomo anziano e molto malridotto.
Tutti gli arrestati sarebbero stati decontaminati. In altre parole, la loro personalità sarebbe stata in gran parte cancellata, e sarebbe stata fornita loro una nuova identità. Il germe della rivolta veniva così estirpato per sempre.
I due raggiunsero il bivio presso cui si sarebbero salutati, per prendere ciascuno la propria strada.
Come di consueto, il giovane chinò il capo in segno di rispetto, e prese congedo:
-Grazie per i vostri insegnamenti. A domani, maestro.
Quel giorno, per la prima volta, Luan non ricambiò il suo saluto, ma sentenziò:
-Penso che tu sia pronto per la seconda fase dell’apprendistato, Bardàn Safarian.
Il ragazzo impallidì. Nessuno gli aveva mai detto che vi sarebbe stata una “seconda fase”. Del resto, nessuno gli aveva nemmeno mai spiegato troppe cose della società in cui viveva.
Era solo un apprendista interprete, e a quel tempo gli unici sogni di cui conosceva il significato erano i propri.
O almeno, così si illudeva che fosse.

****

Un buon Interprete poteva fare ben altro oltre a sondare i sogni dei potenziali sovversivi. Quello era un dovere, a cui i migliori erano chiamati dal Governo. Ma per il resto, l’attività degli Interpreti dei Sogni, che proveniva da una tradizione antichissima, poteva essere praticata a piacimento. Molti, e fra essi lo stesso Luan, temevano che presto o tardi quella libertà sarebbe stata soppressa.
C’era stato un tempo, nel lontano passato, in cui l’interpretazione dei sogni non veniva eseguita grazie alle macchine. Gli Interpreti semplicemente ascoltavano le parole del sognatore e ne ricavavano una spiegazione verbale. L’arte di leggere i sogni aveva avuto origine nelle religioni e nei sistemi di pensiero della più remota antichità. Sovente, in alcune epoche, era stata bandita, ma poi, all’inizio dell’Era Industriale, secoli e secoli prima, ne erano state scoperte le valenze terapeutiche, e grazie ad essa molte persone erano state curate dalle peggiori malattie della mente.
Poi, l’avvento delle prime macchine per il sondaggio aveva fatto il resto: leggere i sogni, avere accesso ad essi, non era più tanto difficile, se si disponeva del denaro sufficiente per acquistarne una.
Una buona macchina poteva fare molto: riproduceva il sogno, lo rendeva comprensibile, inseriva suoni e rumori che nell’inconscio del soggetto erano assenti, e creava una versione audiovisiva che ne rappresentava una efficace approssimazione.
Ma comprenderne il significato profondo, il senso che si celava dietro alle immagini che componevano scene e sequenze, era di certo un talento ad appannaggio di pochi.
Fra quei pochi, vi era senza dubbio Luan Faruk Kefalios.
-Non è un posto in cui ho portato tutti i miei apprendisti, questo.- disse il Maestro mentre infilava una chiave nella toppa di una vecchia cancellata in ferro in un vicolo.
Dopo che furono entrati, discesero lungo una scala e varcarono una porta. Bardàn vide una dozzina di persone che sedevano sul pavimento sporco di una stanzetta dai muri scrostati. Al loro ingresso, nessuno di loro fiatò, ma alcuni lo guardarono con diffidenza.
Luan aprì una porta, fece entrare il ragazzo, gli indicò una sedia, e disse:
-Potrai rimanere per il tempo che vorrai. Ricordati solo di tacere.
Poi, dopo una pausa, aggiunse:- Io non addormento nessuno, qui.- e sorrise.
Luan sedette ad una scrivania, e gridò in direzione della porta:
-Avanti il primo!
Un’anziana donna entrò, si tirò dietro la porta e sedette davanti all’interprete. Dopo i convenevoli, arrivò subito al punto.
-Ho sognato un cavallo zoppo, Luan. Un lipizzano da parata.- la donna si esprimeva con un accento che denotava la sua origine popolare. Sembrava esperta di cavalli. Di certo lavorava nelle stalle imperiali. -E sai una cosa?- continuò –All’inizio trottava svelto. E poi, appare un miliziano. E quello stupido animale si mette a zoppicare. Quando mi sono svegliata mi facevano male le gambe, diamine!
-Basta così?- domandò Luan.
-E cos’altro vuoi che ti dica!
-L’interpretazione è semplice, Iris. Sei una donna forte. Il cavallo rappresenta la tua vitalità, ma il Governo cerca di spezzarla. Ma tu resisterai. Continua così. Quando ti faranno il prossimo sondaggio?
-Fra due settimane.
-D’accordo. Cercherò di essere assegnato a te. C’è qualcos’altro che vuoi dirmi?
-No, cosa diavolo dovrei dirti ancora? Non rammento altro.- ribatté la donna con aria scontrosa, ma soddisfatta.
A Bardàn le parole di Luan suonarono artificiose e contraddittorie.
Dopo quello di Iris, il ragazzo assistette all’interpretazione di dozzine di altri sogni.
Luan non usava macchine; le parole di quella gente erano più che abbastanza per lui. Inoltre, era evidente che l’Interprete non applicava affatto i criteri parametrici standard. Il cavallo del sogno di Iris, per esempio, non doveva rappresentare la sua salute fisica, come da manuale? Cos’era invece la “vitalità” di cui Luan aveva parlato? E quello non era stato il solo esempio del totale stravolgimento del canone a cui aveva assistito quel pomeriggio nello scantinato di Luan Kefalios. Il mare, che secondo i criteri standard rappresentava il senso civico, ora era stato indicato come segno di purezza, e il cielo (la libertà?) era stato spiegato in un sogno come la Società delle Stelle (una compagnia di navigazione interplanetaria), e in un altro invece come un lungo viaggio verso la luna… per non parlare del fatto che Luan faceva continuamente domande, e quelli a volte si contraddicevano, o aggiungevano dettagli; insomma, senza l’ausilio di una macchina, come era possibile che l’interpretazione avesse un valore oggettivo? E che senso poteva esserci se non l’aveva?
Bardàn si sentì confuso e inquieto. All’inizio non si era neppure reso conto che in barba al suo ruolo di Interprete governativo addetto ai sondaggi di sicurezza, Luan non aveva fatto altro che incitare tutti quegli individui alla ribellione, sebbene invitandoli a rimanere prudentemente nell’ombra. Non c’erano dubbi: i loro sogni erano pieni zeppi di quelli che il Governo avrebbe classificato come “segni inequivocabili di sovversione”.
Forse Luan era impazzito? O peggio, era un emissario del Partito della Liberazione? Se le cose stavano così, ora anche lui poteva essere considerato un pericoloso elemento ribelle… Bardàn fu preso dall’angoscia, e dopo che l’ultimo soggetto ebbe ricevuto la sua interpretazione, chiese il permesso di congedarsi. La sua voce tremava.
Il ragazzo si alzò e prese la direzione della porta. Ma Luan fu più svelto, lo raggiunse, e sulle prime Bardàn temette che gli impedisse di uscire.
-Oggi hai visto due realtà molto diverse fra loro, figliolo.- sibilò il maestro fissandolo negli occhi. -La prima, ti permetterà di sopravvivere. Ma la seconda farà di te un essere umano. Sei tu che devi scegliere.
Con il cuore in gola, Bardàn uscì, risalì le scale, e si diresse in tutta fretta in città. Il tramonto era ormai a buon punto, e il cielo era striato di ampie pennellate rosse.
Ma non servì affatto a rasserenare il suo animo.
Quella notte, Bardàn Safarian sognò un mostro alato che si impossessava di lui, e lo scaraventava sugli scogli di un mare profondo e torbido, e il suo corpo che non veniva più ritrovato.
Al risveglio, decise che avrebbe interrotto il suo apprendistato e abbandonato per sempre quella strada insidiosa.


Molti anni più tardi.


Ignoro a quale destino sia andato incontro il mio Maestro, ma mi piace immaginare che si dedichi ancora a restituire alle persone che si recano da lui una libertà che pensavano persa.
A distanza di quarant’anni dal giorno in cui Luan Kefalios mi svelò la sua attività clandestina, ciò che meglio ricordo di quei tempi è la mia ingenuità. Fu grazie ad essa, che lui scelse me.
Il mio vecchio aveva sempre e solo cercato di sottrarre alle grinfie del Governo ogni soggetto che era stato costretto a sondare, mentre una parte di me, prima che mi mettesse a parte di tutto il resto, aveva sempre sospettato di lui, e diffidato del potere che aveva.
Se si fosse opposto, lo avrebbero arrestato. Perciò, sondava e scagionava tutti quelli che poteva, occultando la vera interpretazione dei sogni e fornendo al Governo una versione tanto falsa quanto tranquillizzante.
In merito all’anziano, il solo uomo che di sua iniziativa aveva fatto arrestare, be’, mi disse che era il suo migliore amico, il cui più grande desiderio era dimenticare gli orrori che aveva sopportato nel corso dell’esistenza. Perciò loro due si erano detti addio il giorno prima, e si erano messi d’accordo affinché quello passasse per un ribelle, perché così gli avrebbero cancellato la memoria e avrebbe vissuto in serenità quanto gli era rimasto.
Alle volte i Supervisori avevano imprigionato qualcuno, questo è vero, ma se al posto di Luan ci fosse stato un altro, di certo sarebbero stati molti di più. Grazie a lui, molte donne e molti uomini ebbero salva la vita, e poterono lottare perché quel periodo buio della nostra storia avesse fine.
In merito a me, è solo da qualche anno, che ho davvero ritrovato la pace.
Per la precisione, avvenne tre anni fa.
Mi trovavo nel mio studio, e stavo pulendo gli elettrodi della Macchina. Quelle attuali sono talmente sofisticate da far impallidire i rudimentali attrezzi che si usavano ai tempi del mio apprendistato.
Venne da me un uomo. Il suo nome era Kenner e disse che aveva sessant’anni. Sul volto portava scalfiti i segni del tempo e della sofferenza. Quando entrò, si guardò in giro come se l’ambiente gli risultasse familiare, come se stesse cercando qualcosa. Il suo sorriso era gravido di malinconia.
Sapevo che in anticamera c’era una donna ad attenderlo. Era venuta con lui. Forse era sua moglie.
Kenner mi disse che aveva un sogno ricorrente ed io gli proposi di collegarci. Dopo qualche esitazione, accettò. Disse anche che era la sua prima volta.
Lo feci distendere, e bastò sfiorarlo perché dormisse: quell’uomo aveva una gran voglia di liberarsi da qualcosa che lo opprimeva.
Collegai gli elettrodi e accesi la Macchina. Con una certa disinvoltura, superai gli strati della conoscenza logica, della razionalità, del calcolo semplice e di quello complesso. In breve tempo raggiunsi il suo inconscio più profondo, e mi lasciai andare alla massa fluttuante di immagini che vi incontrai.
C’era un bosco, sul calar della sera. Non v’era traccia di esseri umani, oltre a Kenner. Fui lui, per l’intera durata del sogno.
La mia Macchina è un modello di ultima generazione; i vecchi schermi sono superati, oggi  l’Interprete entra nel flusso onirico e lo vive in prima persona, come se fosse il proprio. Con tutte le immagini, e le sensazioni. Con tutto il corredo di angoscia, eccitazione, dolore, paura, gioia, tenerezza o amore. È una tecnica piuttosto rischiosa, e ci sono dei limiti prestabiliti che non è salutare superare.
La notte stava per scendere sul bosco. Una sottile inquietudine stava montando in fretta. Si udivano il ruggito delle belve, il latrato dei lupi e lo squittio di animali minori. Ero armato, e correvo. Obbedivo a qualcuno che aveva le mie stesse sembianze. Kenner che dava comandi a Kenner. Kenner che prendeva ordini da Kenner. Ero prigioniero di me stesso.
Fui circondato da un branco di lupi. Ero terrorizzato, e presi a sparare. Ne uccisi molti, tranne uno, che catturai con estrema facilità. L’animale non oppose alcuna resistenza.
In una scena successiva mi ritrovai in una sala piena di cunicoli, porte chiuse e corridoi. La sala diventava sempre più grande, e le pareti erano bianchissime. Alla fine divenne un vero labirinto. Era impossibile uscire; non c’era soffitto, e non era possibile scalare le pareti, perché erano alte e levigate.
Fra le pieghe del labirinto intravidi il mio lupo, e voltai un angolo, per raggiungerlo. Presi a camminare sempre più in fretta; lo inseguivo. Stavo correndo.
Riuscii ad afferrarlo, e fra le mie mani si trasformò in un cucciolo di cane. Era bianco, con delle piccole macchie nere. Mi accostai e lo accarezzai. Il cagnolino prese a scodinzolare e mi leccò le mani. Gli diedi dell’acqua, e del cibo.
All’improvviso trovai l’uscita del labirinto, e lo lasciai andare. Rimasi nudo, senza armi e senza vesti indosso. Mentre il cucciolo si allontanava, lo vidi trasformarsi di nuovo nel lupo, lanciato in corsa verso la foresta.
Era già lontano ormai, ma sapevo che sul suo collo… c’era una piccola virgola rossa.
Fui aggredito all’improvviso da un caos di emozioni, che solo in parte erano quelle di Kenner, nel quale mi ero immedesimato, e che provenivano anche dal mio vissuto.
D’istinto, afferrai gli elettrodi ed ebbi la prontezza di staccarli dalla mia testa. Mi rannicchiai su me stesso. Provavo dolore allo stato puro, e ci vollero diversi minuti per riprendermi.
Un Interprete non dovrebbe mai avere accesso all’inconscio di un soggetto con il quale abbia condiviso una parte della vita, per quanto breve possa essere stata. 
In quel mentre, Kenner si risvegliò, e anche lui iniziò a tornare allo stato di coscienza.
Rimanemmo sospesi in quel limbo per alcuni minuti, a guardarci, in silenzio. Lui, disteso sul lettino, io, seduto accanto. Ciascuno con il proprio ricordo di quel giorno, ma con lo stesso sogno appena vissuto.
Quando mi parve di esser tornato in forze, ruppi il silenzio.
-Lei era un governativo, non è vero? Fu lei, quarant’anni fa, a chiamare il supervisore.- mormorai. –Fu lei, a farla arrestare.
-Feci in modo che fuggisse, dopo pochi giorni. Più tardi, entrai anch’io nella resistenza.- si limitò a replicare.
-Sì, è quel che ho visto, nel sogno.
-La fuori c’è qualcuno che conosce, dottor Safarian.- sussurrò Kenner, mentre le lacrime iniziavano a rigargli il volto.
In qualche modo lo avevo saputo sin dal momento in cui era arrivato. Quel che non sapevo più, invece, era chi fra noi due fosse l’Interprete dei Sogni, venuto a guarire le ferite dell’esistenza dell’altro.
Ormai era la sua donna, ma non aveva importanza.
Mi alzai, e uscii dallo studio, sperando che negli occhi di Myriam avrei rivisto ancora, per una volta, le stelle della notte.

venerdì 19 novembre 2010

NASF 6: vincitore e selezionati.

Pubblicato l'elenco dei selezionati per l'antologia NASF 6, di prossima uscita. Daniele Picciuti, al quale vanno i miei più sentiti complimenti, è il vincitore assoluto della sesta edizione del concorso "Nuovi Autori Science Fiction".


L'uscita della raccolta è prevista entro la fine dell'anno.
I selezionati sono: Daniele Picciuti, Giuseppe Picciariello, Roberto Marzano, Matteo Mancini, Marco Greganti, Mauro Cancian, Alessandro Castelli, Domenico Verrengia, Andrea Viscusi, Cinzia Bettineschi, Luigi Rinaldi, Filippo Sottile, Caterina Venturi, Diego Bortolozzo, Enrico Arlandini, Diego Vagni, Gloria Scaioli, Marco Migliori, Luca Romani, Ser Stefano, Raffaele Nucera, Giacomo Scotti, Andrea Andreoni,  Michele Angelo Deliso, Ciro Giordano, Guido Pacitto, Riccardo Carli Ballòla, Valerio Tosi, Francesco Troccoli, Federico L. Granzotto, Antonella Iacoli, Jonathan Concas, Andrea Franceschin, Filippo Armaioli Magi, Fabrizio Leonardi, Anna Montella, Chiara Zanini, Jenny Perelli, Stefano Bovi, Biancamaria Massaro, Paolo Braga.

domenica 26 luglio 2009

NASF 5 - il bando...

Copio dal forum NASF testualmente:

Bando di concorso di www.assonuoviautori.org per racconti di fantascienza, quinta edizione, a cura di Carlo Trotta e Massimo Baglione.

X-Punk / OOPArt


La quinta edizione di Nuovi Autori Science Fiction, dopo varie discussioni sul nostro forum di sci-fi con molti autori delle edizioni precedenti (autori che ringraziamo per la partecipazione!), vede come tema la contrapposizione tra due generi letterari: X-Punk e OOPArt.

A proposito del genere OOPArt, Wikipedia dice: OOPArt è un termine che deriva dall'acronimo inglese Out of Place Artifacts (reperti o manufatti fuori posto), coniato dal naturalista americano Ivan Sanderson per dare un nome ad una categoria di oggetti che avrebbero una difficile collocazione storica, ossia un anacronismo. Essi sono tutti quei reperti archeologici o paleontologici che, secondo comuni convinzioni riguardo al passato, si suppone non sarebbero potuti esistere nell'epoca a cui afferiscono le datazioni iniziali.

Per X-Punk intendiamo tutti i generi fantascientifici che hanno per suffisso la parola "Punk", ovvero CyberPunk, SteamPunk eccetera, con tutti i loro sottogeneri.

Le opere partecipanti dovranno seguire queste tracce o, più in dettaglio, potranno ispirarsi a casi già esistenti di OOPArt o a racconti famosi del genere X-Punk. Con i seguenti link accederete alle informazioni su Wikipedia che possono aiutarvi a comprendere meglio i temi proposti:

http://it.wikipedia.org/wiki/Oopart
http://it.wikipedia.org/wiki/Steampunk
http://it.wikipedia.org/wiki/Cyberpunk


L’opera, anche più di una e per più generi, deve essere inviata via email in una cartella compressa o in un unico file contenente la seguente documentazione:

il racconto, in formato .odt, .rtf o .doc (OpenOffice, Word), non superiore alle 20.000 battute (spazi inclusi), con carattere Times o Arial 12, tutto in nero, interlinea singola, formato pagina A4, senza formattazioni del testo (nessun corsivo o grassetto). Il testo può contenere immagini ma, in caso di selezione, saranno stampate in bianco e nero;
un breve riassunto;
dichiarazione di proprietà e di unicità dell’opera
Il sottoscritto “…” dichiara che l’opera in allegato intitolata “…” è inedita e di mia esclusiva proprietà. In fede… “firma” (per “firma” intendiamo il nome per esteso dell’autore);
note personali e breve biografia
dati anagrafici, e-mail ed eventuale sito personale che, in caso di pubblicazione nell’opera, saranno inseriti sotto il nome dell’autore. Dati anagrafici ed e-mail sono obbligatori;
autorizzazione a pubblicare l'opera
in caso di valutazione positiva da parte della commissione interna, l’opera sarà inclusa nella raccolta cartacea NASF 5.
Autorizzo la pubblicazione dell’opera intitolata “…” per i soli fini del concorso di letteratura fantascientifica NuoviAutori.org Science Fiction, quinta edizione. In fede… “firma” (per “firma” intendiamo il nome per esteso dell’autore).

Il materiale deve essere inviato entro il 30 ottobre 2009 a nuoviautorifantascienza@yahoo.it.

A differenza delle scorse edizioni, i testi contenenti gravi errori grammaticali e/o formali saranno respinti, sperando in questo modo di instillare la buona abitudine di rileggere con calma l’opera prima di spedirla, soprattutto perché possono essere lette da figure meno pazienti di noi.

Alcuni consigli per migliorare il testo:

Dialoghi
ognuno ha le proprie preferenze riguardo la sintassi di un dialogo tra i personaggi, noi preferiamo usare il trattino. Di seguito un piccolo esempio, fate attenzione agli spazi:
- Sei sicuro? - chiese Mario.
- Certo che sì! - rispose l’altro, poi aggiunse: - Perché non dovrei?
- Va bene, ho capito, non ti scaldare!

“ d” eufoniche
è preferibile evitare l’uso della “d” eufonica tra vocali non uguali. Per esempio ”ed ora, ad unire, od altro” è meglio trasformarle in “e ora, a unire, o altro”.
Ovviamente, “ed era, ad amare, od oltre” restano invariati;

Punteggiatura
il punto, la virgola, l’esclamativo e l’interrogativo non vogliono spazi prima, ma ne esigono uno dopo. Tra le virgolette (“queste qui”) non ci devono essere spazi tra esse e il testo che contengono, invece è obbligatorio tra esse e il resto del testo (così “forse” è più chiaro);

Puntini di sospensione
i puntini di sospensione… sono sempre tre, nessuno spazio prima… e solo uno dopo;
Spazi
evitare di inserire spazi inutili, soprattutto a inizio frase o per impaginare il testo;

Tabulazioni
evitare di usarli, soprattutto a inizio frase o per impaginare il testo.

I testi selezionati saranno inseriti nell’antologia cartacea NASF 5 che uscirà orientativamente entro Natale 2009. I testi restano di proprietà degli autori e sono da intendersi “in prestito” esclusivamente per questa pubblicazione.
Benché non vi sia alcun obbligo di acquisto, contiamo molto sulla vostra riconoscenza verso questo difficile e impegnativo progetto letterario. Il costo di una raccolta è sicuramente inferiore al costo di un qualsiasi concorso a pagamento, che pagate a prescindere dall'essere selezionati o meno e, considerando anche che non avete affrontato spese di spedizione per inviarci le vostre opere, potrete certamente concedervi un regalo fantascientifico.
A partire da questa quinta edizione, per la pubblicazione ci appoggeremo al "print on demand" del sito http://www.ilmiolibro.it/ di proprietà del Gruppo editoriale L'Espresso. Vi invitiamo pertanto, prima di partecipare a questo concorso, a prendere visione del sito così da non avere questioni a libro edito.
Ogni autore sarà periodicamente informato sull’andamento del concorso, o su aggiornamenti a esso correlati, presso l’email fornita con i dati personali. E’ altresì possibile consultare la pagina online di NASF sulla quale saranno costantemente riportati gli aggiornamenti, oppure visitare il forum dedicato a questo concorso.

La partecipazione al concorso è gratuita.

I dati personali, in base alla legge per la privacy, saranno utilizzati solo ed esclusivamente per la gestione del concorso ed eventuali contatti tra http://www.assonuoviautori.org/ e l’autore stesso.

La commissione è formata da:

Carlo Trotta, web master di www.assonuoviautori.org;
Massimo Baglione, collaboratore e co-responsabile;
Lettori volontari e competenti, scelti per la loro dedizione al progetto, ai quali saranno sottoposte le opere in modo anonimo.

Per qualsiasi informazione e per inviare le opere: nuoviautorifantascienza@yahoo.it.

Sito: www.assonuoviautori.org/NASF/NASF.htm
Forum: www.assonuoviautori.org/forumnasf/

Ci auguriamo di ripetere il discreto successo delle precedenti edizione, convinti di riuscire a fare ancora meglio!

Cordialmente,
lo Staff di assonuoviautori.org.

venerdì 22 agosto 2008

Riconoscimenti e premi nel genere FS

Vincitore del Premio Giulio Verne - Levantecon 2011
Vincitore del Premio Nella Tela 2010
Vincitore del Premio SFIDA (RiLL) 2009
Vincitore del concorso Space Prophecies Episodio V (2009)
Vincitore del Premio Archimede 2008 per il miglior racconto fantastico nell’ambito del Premio Siracusa Trofeo Papiro D’oro - Decadramma D’argento
Vincitore del Premio Apuliacon 2007
Vincitore del Premio Akery 2006

Secondo classificato al Premio Ipazia Città di Salerno 2010
Secondo e terzo classificato al concorso Space Prophecies, Ep. VI (2010)
Secondo classificato al concorso (Demito Editore) “Le Ali della Fantasia” 2009
Secondo classificato al Trofeo Ri.L.L.2008.
Secondo classificato al Premio Akery 2008
Secondo classificato al Premio Akery 2007

Terzo classificato al concorso Space Prophecies, Ep. VII (2011)
Terzo classificato al Premio Oltrecosmo 2007
Segnalato al concorso Città di Salerno 2009
Finalista al concorso Semhain 2009
Finalista al Premio Ferrara&Ghost 2008
Finalista Premi NASF1, NASF2, NASF3, NASF4, NASF 6 (2005-2010)
Finalista al Premio Apuliacon 2006
Finalista al Premio Tabula Fati 2005
Terzo classificato al Premio Red Pill 2006
Settimo classificato al Premio Oltrecosmo 2005
Segnalato al Premio Space Prophecies 2006

Alka Seltzer

Questo racconto è stato finalista al Premio Energheia 2006 ed al Premio N.A.S.F. 2, in seguito ai quali è stato rispettivamente pubblicato nelle antologie "I Racconti di Energheia", Edizioni Energheia, 2007, Matera e "Nuovi Autori Science Fiction 2", 2006. E' stato anche terzo classificato al "Premio Interrete Shorts" 2005, e sesto classificato al concorso "Città di Melegnano" 2005.

A quel tempo ero un vero fan del farmaco...


Alka seltzer

Anche quella sera, con il solito gesto automatico passò un dito sullo schermo della televisione, esaminò attentamente che non rimanesse un solo granello di polvere sul polpastrello e tirò un sospiro di sollievo.
Prese il telecomando rivestito di cellophane e, dopo aver disteso il telo di stoffa sul divano, ci si spalmò sopra e accese l’apparecchio.
Frank era rientrato a casa stanco morto come sempre, nauseato da quella vita fatta di rituali ripetuti ormai quasi automaticamente. La sveglia alle sette, dopo le poche ore a fatica strappate all’insonnia, il cappuccino rigorosamente decaffeinato e reso tiepido con un cucchiaino di latte freddo, la doccia anch’essa tiepida, nonostante il rigido inverno inglese, per evitare l’odiosa calura durante la rituale quotidiana vestizione in divisa con tanto di giacca a collo serrato dal cappio della cravatta.
Rituali professionali piuttosto ovvi si mescolavano a rituali privati che considerava altrettanto obbligatori. Stabilire l’esatto confine tra gli uni e gli altri non sarebbe stato facile, ammesso di voler tentare.
E poi un’altra lunga giornata trascorsa dietro la polverosa scrivania, nella grigia stanza condivisa con due rumorosi colleghi negli uffici della “Eco-Control”, l’azienda addetta al monitoraggio dell’inquinamento atmosferico per conto della Contea di Berkshire.
Dopo aver conseguito la laurea in chimica ed essere entrato nell’azienda grazie alla segnalazione di un amico paterno, il modesto stipendio gli aveva consentito di separarsi dalla famiglia d’origine qualche anno prima per tentare di cavarsela da solo; aveva preso un minuscolo appartamento in affitto nella cittadina di Wokingham per riappropriarsi della sua vita, ben al riparo dalle violente ansie della sorella, dalla depressione cronica del padre e soprattutto dalle instancabili cure della cara madre, che pure aveva sempre adorato il figliolo benedetto che il cielo le aveva mandato, il suo bimbo bisognoso di attenzione, l’unica realizzazione della sua infausta vita.
Si era fatto infinocchiare proprio da loro, gli amati genitori, e ignorando le proprie aspirazioni personali, ammesso che ancora ne avesse, si era iscritto alla facoltà di chimica; l’azienda paterna, a lui destinata, una piccola ditta di reagenti chimici all’ingrosso, era poi fallita pochi mesi prima che terminasse gli studi, schiacciata dai debiti e dalla concorrenza delle multinazionali, e il giovane si ritrovò con una laurea in una disciplina che trovava detestabile, ma che pur rappresentava l’unica strada verso l’emancipazione.
Pur rammaricandosi di questa e di altre scelte sbagliate, aveva pensato che forse un giorno avrebbe avuto un’altra occasione e si era messo a fare il chimico per la contea.
Misurava il tasso atmosferico di idrocarburi aromatici prodotti dal gas di scarico delle automobili, la quantità di metalli pesanti nei pesci del fiume, il livello di radioattività ambientale prodotta dalla centrale nucleare della zona, e tornava ogni giorno a casa percorrendo in bicicletta quasi nove chilometri in mezzo ai gas di scarico, per ritrovarsi a mangiare carne in scatola sognando il pesce fresco del fiume, e con il timore costante di non riuscire a pagare la bolletta dell’elettricità che dalla centrale nucleare veniva irrorata nella piccola verde contea.
Lavorare al controllo dell’inquinamento aveva acuito la sua competenza in fatto di polveri e germi, e il rigore con cui intendeva mantenere la sua abitazione perfettamente asettica era almeno pari a quello imposto dalla Contea per il monitoraggio della contaminazione ambientale.
Ma nonostante tutto, in Frank la speranza non era ancora morta.
Qualcosa che spezzasse il torpore della ripetizione sarebbe pur dovuto succedere prima o poi, che fosse per caso, destino o buona sorte, entità tra le quali non aveva nessuna preferenza filosofica o ideologica, purché qualcosa accadesse.
Dopo la parca e fredda cena, come sempre preparò il bicchiere di Alka Seltzer, l’anti-acido per la notte e lo pose con cura sul comodino alla sua destra, nella solita posizione vicino al piccolo lume rosso. Lesse due colonne di cronaca locale di quel giorno, il 2 gennaio 2006, e si addormentò.
Con la porta della stanza chiusa, come sempre.
Al mattino fu svegliato presto da un grido che sferzò aggressivamente i suoi timpani e stuprò il silenzio del bel sogno che per una volta stava facendo.
-Ella! Vuoi uscire dal bagno, maledizione?
Era da molto tempo che a Frank non capitava di essere svegliato in un modo così brutale; sulle prime, nel dormiveglia, pensò che i vicini stessero facendo più baccano del solito e non si rese conto che quei rumori confusi e sgradevoli erano molto più vicini a lui di quanto potesse immaginare.
Quella voce stridula e vagamente familiare si attenuò, mescolandosi ad un’altra, lamentosa e più dimessa, e prolungando il fastidioso rumore di fondo.
Frank vide buio fuori dalla finestra, pensò che fosse ancora piuttosto presto per alzarsi e decise di tentare di riprender sonno.
Dopo pochi secondi udì un rumore crescente di passi concitati, pareva una corsa su per una serie di gradini, e si sentì disorientato; viveva in una villetta bifamiliare, e i vicini, come lui, non avevano scale in casa. Il rumore divenne sempre più forte e Frank, preoccupandosi, decise di accendere la luce; sollevò il braccio destro verso il comodino e pigiò l’interruttore, che gli parve più duro del solito, ma era stanco e non diede importanza a questo particolare.
Notò però immediatamente che il suo alka-seltzer non era più dove lo aveva lasciato e si chiese che fine avesse fatto; da anni aveva l’abitudine, anch’essa rituale, di prepararlo ogni sera nel timore di attacchi di gastrite notturna, che in realtà quasi mai poi si presentavano.
Il rumore di passi era cessato, proprio dietro la porta chiusa della stanza da letto, cedendo il posto ad un inquietante silenzio. Alla vista di un’ombra che si insinuava sotto la fessura tra la porta e il pavimento, il cuore del ragazzo iniziò a batter forte e tutte quelle piccole stranezze si composero in uno strano presentimento: era ormai certo che li fuori ci fosse qualcuno.
La vista era ancora debole al risveglio, ma la stanza gli sembrava diversa e all’improvviso la porta si spalancò con forza; Frank ne fu terrorizzato e non credette ai suoi occhi quando vide comparire una gracile ragazza dall’aspetto scialbo e trasandato.
-Frank!- esclamò lei guardandolo con occhi infuocati di rabbia -hai preso tu il mio dentifricio?
Il ragazzo la fissò incredulo, aprì la bocca per rispondere, ma la voce gli si smorzò in gola come in un principio di soffocamento. Richiuse gli occhi e li riaprì diverse volte, sperando che quella figura sparisse. Cercò di convincersi che stesse ancora dormendo, tormentato dall’ennesimo incubo.
Ma era tutto orrendamente reale: di fronte a lui c’era proprio sua sorella Eleanor.
Due sole sillabe si trasformarono in un flebile suono emesso dalla bocca di Frank, con la lingua che si chiuse a fatica sui denti per pronunciare, lentamente, il nomignolo con cui l’avevano sempre chiamata tutti:
-Ella…
-Frank!- aggiunse la ragazza sempre più rabbiosa e impaziente –devo uscire tra due ore, lo sai che mi serve molto tempo per prepararmi, ti ripeto la domanda: hai preso tu il mio cazzo di dentifricio?
Frank si guardò intorno e riconobbe la stanza dov’era sempre vissuto nella casa dei suoi genitori.
Era lì che si era svegliato. Era lì che si trovava.
Iniziò a cercare una spiegazione razionale all’assurdità in cui era precipitato, riuscì a dare un senso alle parole che pronunciò e le chiese:
-Ella, cosa… cosa è successo? Sono… arrivato qui stanotte? Ho avuto un incidente? Sto sognando? Sono impazzito?
Alzò la voce e terminò l’angosciata raffica di domande gridando:
-perché diavolo sono qui?
La ragazza non rispose e uscì dalla stanza spazientita tirando la porta per sbatterla con tutta la forza possibile e raggiungendo lo scopo di fare un gran fracasso. Era sempre stato quello il suo modo di manifestare il proprio disappunto.
Frank si guardò in giro con più attenzione e osservò che in quella stanza tutto era rimasto come l’aveva lasciato anni prima; questo non lo stupì affatto, si alzò e si guardò le gambe e poi più su, le braccia: indossava il pigiama blu che era certo di non aver mai portato con sé quando aveva traslocato, così come era certo di odiare quel maledettissimo indumento da ragazzino che sua madre gli aveva regalato anni addietro. Vide un calendario appeso alla parete e pur non soffermandosi a guardarlo attentamente ebbe all’improvviso un illuminante atroce sospetto, prese il telecomando e accese la TV sul primo canale della BBC, che stava trasmettendo la replica del telegiornale della notte che si chiudeva in quel momento con le solite previsioni meteorologiche.
“Per domani, 3 gennaio 2002, si prevede pioggia intensa su tutto il Berkshire…”
Il dubbio di aver udito o capito male la voce dello speaker fu fugato dalla data in sovrimpressione, che tragicamente corrispondeva: January 3, 2002.
In quello stesso istante udì una voce femminile, che lo chiamava dal basso:
-Francis, visto che ormai sei sveglio, vuoi accompagnare tu papà al lavoro?
Francis.
C’era solo una persona che lo chiamava così in tutta la Gran Bretagna.
Sentì la forza nelle gambe mancare, dapprima si inginocchiò sul pavimento e poi cadde in avanti proteggendosi all’ultimo momento con le braccia.
Si rialzò e corse a guardarsi allo specchio: non aveva più i baffi, né il pizzetto; perfino il taglio dei capelli era proprio quello che aveva usato negli anni precedenti.
Annaspava per non annegare in quel mare nero in cui era stato gettato, dovette iniziare a respirare a bocca aperta, vide la finestra e l’aprì.
Iniziavano le prime luci dell’alba di quella mattina di quattro anni prima.

Impiegò una settimana a calmarsi e ricostruire il ricordo della sua vita di allora. La prima notte che trascorse nel suo secondo anno 2002 non riuscì a dormire e si maledì per questo, perché aveva sperato che così come era arrivato lì sarebbe magari potuto andarsene semplicemente dormendo. La seconda notte si imbottì del sonnifero di sua madre. La terza notte, ipotizzando che l’ultima speranza valida fosse riuscire a dormire un sonno normale e senza il “trucco” del sonnifero, riuscì ad addormentarsi per tre brevissime ore. Alla quarta notte si rassegnò all’idea che si sarebbe svegliato nuovamente in quella casa e in quell’anno.
All’inizio aveva tentato di raccontare ai familiari la sua versione sui quattro anni successivi e sulla notte del due gennaio duemilasei, ma suscitò dapprima ilarità e poi crescente preoccupazione. Decise quindi di tacere e prese a concentrarsi sull’osservazione di tutti i dettagli, anche quelli più insignificanti, per tentare di capire cosa fosse successo.
Escludendo, per puro ottimismo, che fosse uscito completamente fuori di testa, le spiegazioni razionali, benché incredibili, potevano essere soltanto due: un salto all’indietro nel tempo o un passaggio in un mondo parallelo. Ma dopo pochi giorni di attenta osservazione vide, ascoltò, sentì e visse episodi che aveva già visto, ascoltato, sentito e vissuto a suo tempo; questa semplice osservazione rese la prima ipotesi molto più probabile.
Il caso, il destino, la sorte.
Tre entità tra cui non aveva mai avuto preferenze.
Era lecito, e soprattutto, aveva senso chiedersi a quale delle tre si dovesse attribuire l’accaduto?
Escluse l’idea che fosse avvenuto tutto per caso, perché accettandola sarebbe necessariamente dovuto arrivare alla conclusione che ripristinare il corso normale della sua vita sarebbe stato verosimilmente impossibile. Solo accettando l’ipotesi d’esser stato predestinato a tutto questo diventava lecito chiedersene il perché e sperare in una qualche possibile inversione degli eventi, una volta assolta chissà quale “missione” o compito. Ma anche in questo caso l’unica possibilità che aveva era rivivere pazientemente tutto, aspettare e nel frattempo tenere gli occhi ben aperti, sperando di cogliere differenze, segni o segnali.
Il caso, il destino, la sorte.
Alla fine della seconda infernale settimana si soffermò sulla terza entità, che fino ad allora non aveva giudicato degna di considerazione: la sorte.
E fece l’ipotesi di aver avuto, finalmente, il colpo di fortuna che aveva sempre atteso, l’occasione della sua vita, quella di non ripetere gli errori già fatti e cambiare per sempre il corso delle cose.
Smise così di pensare al futuro che conosceva e decise di progettarne uno diverso: avrebbe smesso di rivivere passivamente la sua vecchia vita; era il 16 gennaio 2002 e da quel momento in poi avrebbe fatto tutto il necessario per renderla migliore di come la conosceva.
Stabilì inoltre che sarebbe stato indispensabile sfruttare la conoscenza degli eventi a proprio completo vantaggio personale. E magari anche della sua disgraziata famiglia.

La notte di capodanno fra il 2005 e il 2006 nel Berkshire fu memorabile.
Milord Francis Summers, per gli amici Frank, organizzò una festa eccezionale, pagata di tasca propria, alla quale tutti i VIPs della contea furono invitati. Fu l’occasione per molti di conoscere personalmente questo giovane prodigio della statistica, a soli ventiquattro anni già Professore Associato all’Università di Oxford, l’esperto più accreditato del Regno Unito nel calcolo delle probabilità, ma soprattutto il vincitore di innumerevoli concorsi e scommesse nell’arco dei quattro anni precedenti. Rugby, ippica, calcio, cricket, automobilismo e perfino la lotteria nazionale: non vi era un unico campo del gioco in cui Lord Francis non avesse dato prova delle sue eccezionali capacità di previsione. Collaborava inoltre saltuariamente con i servizi meteorologici di mezzo mondo, ed era riuscito addirittura a minimizzare i danni prodotti dal famigerato maremoto del 26 dicembre 2004 nell’Oceano Indiano, impresa per la quale era stato insignito del Premio Nobel per la Pace l’anno successivo.
In pochi anni lo spiantato studente fuori corso di chimica era diventato lo statistico più brillante che il mondo avesse mai conosciuto, e insieme uno degli uomini più ricchi e potenti d’Inghilterra.
Si era anche procurato molti detrattori, soprattutto tra gli altri statistici, che in quanto tali ben sapevano che la sola competenza nel calcolo non bastava a spiegare le sue stupefacenti capacità di previsione.
Come si era ripromesso, Frank aveva dispensato generosità anche a tutta la sua famiglia: attraverso cospicui finanziamenti aveva impedito il fallimento della ditta paterna e grazie alle altolocate conoscenze aveva trovato un impiego stabile e redditizio alla sorella Eleanor; aveva inoltre provveduto a sua madre, che trascorreva l’esistenza ormai più su navi da crociera e alberghi di lusso sparsi per i cinque continenti che in Inghilterra.
Ma quella gran bella festa di capodanno era per il giovane inglese la segreta occasione per festeggiare con due giorni d’anticipo la ricorrenza del giorno più fortunato della sua vita: il due gennaio duemilasei era ormai alle porte, e quella data era ormai diventata indimenticabile, come tutto quello che era avvenuto dopo, o per meglio dire, come tutto quello che era avvenuto prima.
Il primo giorno di gennaio si alzò nel pomeriggio e si fece accompagnare in aeroporto, dove l’attendeva un jet privato che lo avrebbe portato a Parigi insieme alla compagna, Vanessa, una splendida fotomodella africana.
Atterrarono alle otto e mezza della sera e furono portati in albergo. Trascorsero la giornata successiva in giro per la città, a scaricare le decine di carte di credito Gold che Frank possedeva. Quella stessa sera Vanessa partì per Milano per una sfilata e lui fu contento di poter rimanere solo in quella importante ricorrenza.
“Mai come in questo caso la parola ‘ricorrenza’ è adatta…” pensò, sorridendo sornione, mentre preparava in bagno il suo Alka Seltzer che mise sul comodino anche quella sera, nella stessa posizione; il denaro e il successo non avevano potuto cambiare proprio tutto.
Si infilò sotto le abbondanti lenzuola, adagiò il capo tra i tre cuscini di seta e sfiorò l’interruttore digitale per spegnere la luce.
Stentava a prender sonno.
Fu colto all’improvviso dal pensiero che tutto sarebbe potuto accadere di nuovo. Quale tragedia sarebbe stata, la vanificazione degli sforzi fatti fino a quel momento per conquistare il successo.
Ma si calmò, pensando che se proprio avesse dovuto ricominciare da capo quei quattro anni, e per la seconda volta, stavolta avrebbe fatto addirittura meglio, cambiando tutto di nuovo. E poi ancora, se necessario, anche una terza, una quarta volta, sempre meglio, sempre di più.
Quale miglior sorte di poter rivivere all’infinito quattro anni di vita da giovane, sano e con l’opportunità di conquistare il mondo?
Si addormentò sereno con quest’idea nella testa.

L’atmosfera di Parigi nel periodo invernale è notoriamente fantastica; gli addobbi natalizi impreziosiscono ogni dettaglio, gli alberi, le vetrine dei negozi, l’ingresso dei grandi alberghi. Dopo il tramonto la Senna si tinge dei mille punti di colore della notte parigina che sembrano disegnare il percorso di una vita piena di allegria e priva di dolori.
A quell’ora i clochard entrano nelle stazioni della metropolitana per ripararsi dal morso del gelo, approfittando di una bontà di facciata che da anni si porge loro almeno dalla Vigilia di Natale fino all’Epifania.
Il calendario obbliga tutti ad essere felici, nessuno deve rimanere immune all’intensa ondata di religioso amore per il creato.
I bateaux mouche scivolano lentamente lungo il fiume, e l’eco degli altoparlanti che descrivono ai turisti le bellezze della città si compone con il sussurrato e cortese parlare delle signore parigine indaffarate nelle eleganti compere del centro in un rumore di fondo raffinatamente francese.
Fu esattamente quello il rumore che interruppe dolcemente il sonno di Frank la mattina successiva.
Si svegliava lentamente, ad occhi chiusi lasciava che i suoni gli accarezzassero i timpani, e fu sollevato nell’udire chiaramente che si trovava ancora a Parigi, la città in cui si era addormentato la sera del famigerato 2 gennaio.
Ma il rumore francofono della strada, che da frequentatore ormai assiduo della capitale ormai ben conosceva, gli sembrò poi molto, troppo vicino.
-Frank, Frank! Svegliati!- percepì un grido in inglese con forte pronuncia statunitense e nello stesso istante avvertì un forte puzzo di benzina che lo costrinse ad aprire gli occhi.
John, un barbone statunitense adottato dalla capitale francese da anni, lo stava scuotendo per svegliarlo in tutta fretta.
-Frank, cazzo, muoviti, sta arrivando la polizia e non dobbiamo farci beccare, lo sai che a quest’ora ci tollerano solo se stiamo nella stazione di Place D’Italie con gli altri! Dai, forza, my friend, guarda, ti ho persino rimediato una bustina di Alka Seltzer, sei contento? Qualcuno deve averla buttata via per sbaglio proprio nel nostro bidone. Alzati, per Dio, Frank!
L’alito putrido e pesantemente alcolico di John ebbe l’effetto di svegliare completamente il povero Lord Francis, che si vide vestito di stracci e cartoni addosso alla scalinata d’ingresso del ristorante Chez Mario, che a quell’ora era chiuso.
Quasi per caso, l’occhio di Frank cadde sulla data della copia sbrindellata di “Le Figaro” sotto la quale pareva avesse dormito: si aggrappò al vicino idrante dei vigili del fuoco e iniziò a urlare disperatamente, resistendo all’arresto da parte dei sopravvenuti gendarmi della Sureté.
Era il 3 gennaio 2010.
Se avesse voluto leggere la settimanale rubrica scientifica del quotidiano francese, Frank avrebbe trovato il trafiletto intitolato “Corsi e ricorsi: il tempo ha una struttura dinamica non circolare” firmato dal Professor Etienne, titolare della cattedra di fisica alla Sorbona.
Ma il caso, il destino o la sorte, gli risparmiarono questa cinica provocazione.
La prima volta in cui era stato preda del diabolico “due gennaio” Frank aveva agito senza poter capire; questa volta aveva capito ma non poteva agire.

Il due gennaio duemilasei era passato.
Una volta per tutte.