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mercoledì 8 gennaio 2014

Cambiare la storia per conoscerla meglio... divertendosi. Un incontro con Giampietro Stocco.

La ripubblicazione del romanzo ucronico "La corona perduta", di Giampietro Stocco, romanziere, giornalista e fine conoscitore della storia al punto di divertirsi a immaginarne spesso versioni parallele o alternative, è stata l'occasione per immergersi nella piacevolissima lettura di questo romanzo e, successivamente, incontrarne l'autore nell'intervista che segue.
La trasformazione della storia in chiave fantastica può diventare uno strumento per approfondirne la conoscenza e, con l'occasione, divertirsi, sia nello scriverla, che nel leggerla. Un autore con le idee chiare, e non solo su questo. Ma andiamo nel dettaglio...


Ciao Giampietro, e benvenuto su queste pagine. È da poco uscita la riedizione de “La Corona perduta”. Si tratta anche in questo caso, come per tuoi precedenti romanzi, di una storia ucronica, ovvero ambientata in uno scenario di storia alternativa. Vuoi dirci qualcosa sulle ragioni che ti spingono a perseguire questo filone?

L'editore genovese Marco Cordero si è innamorato de La Corona Perduta dopo che questa uscì originariamente per i tipi di Short Stories nel 2008, cosa di cui ancora ringrazio gli amici Giorgio Sangiorgi e Luca Oleastri, che ne curò delle splendide illustrazioni. Quanto all'ucronia e del perché questo genere, bè, è questione ormai di un decennio circa, da quando cioè pubblico romanzi. Diciamo che è il mio modo di costruire mondi, giocare con la storia e con l'avventura. E divertirmi, shakerando, a vedere qual è il cocktail che ne viene fuori. In questo caso, la mancanza di Napoleone Bonaparte ci porta a un mondo di monarchi e di nobiluomini che si affianca a pulsioni avveniristiche. Ma mancando una dimensione democratica, ecco che la storia è storia di individui illustri, come dice l'ottimo Nico Gallo nell'interessantissima prefazione al mio romanzo. Un piccolo saggio che secondo me vale da solo l'acquisto del libro.


È possibile che una narrazione ucronica, soprattutto se organica e piena di precisi riferimenti come nel tuo caso, rischi di pregiudicare o alterare la conoscenza della storia (quella “del nostro universo”)?

E perché mai? Il cosiddetto revisionismo storico funziona, o dovrebbe funzionare solo nel caso si ignorino, e pesantemente, le basi reali della storia nella nostra linea temporale. Io scrivo ucronie raccomandando sempre a chi legge di documentarsi. Ragionare controfattualmente è per me uno stimolo alla conoscenza della storia, non alla sua negazione e tantomeno a operazioni ideologiche di stampo nostalgico.

Il che significa che bisogna conoscere la storia per scrivere un romanzo ucronico... Che consiglio daresti a chi intenda affrontare un simile genere?

Bisogna conoscerla bene, o quantomeno documentarsi per bene. Quindi il primo consiglio è leggere. Non limitarsi a quanto c'è su rete, che comunque è molto, ma andare per biblioteche, tirare fuori aneddoti, insomma, fare ricerca. Una solida base è fondamentale, esattamente come accade per chi scrive romanzi storici. Poi creare una linea temporale, uno schema, da cui provare, per esempio, a togliere di mezzo Napoleone Bonaparte e a far caso a quanti eventi di capitale importanza, primo tra tutti la Rivoluzione Francese, ne vengano drasticamente influenzati. Poi selezionare, per evitare di perdersi, e cercare la storia da cucire dentro questo schema. Ci si stupirà di quante ne possano uscire. La Corona Perduta è solo una delle contro-storie possibili.

Ne “La corona perduta” la deviazione della storia dal suo flusso canonico scaturisce appunto dall’assassinio di Napoleone per mano di un italiano. Pensi che le moderne democrazie occidentali non sarebbero mai nate senza il suo contributo? Voglio dire, alla lunga gli ideali laici, egualitari e anti-monarchici che animavano la rivoluzione francese furono traditi anche dal Bonaparte, che si dichiarò Re d’Italia e Imperatore dei Francesi, e il Congresso di Vienna mirò in ogni caso a rimuovere sistematicamente gli effetti del suo passaggio e della sua esistenza. A cambiare così drasticamente la nostra storia, insomma, è stato davvero Napoleone?

Direi di sì. Senza l'affermazione di un assolutismo laico quale il suo, gran parte dello Stato contemporaneo non sarebbe stato possibile. Di sicuro non la Francia che conosciamo. De Gaulle senza Bonaparte non è immaginabile. Così come la “grandeur” francese. O le basi del nostro stesso diritto. L'impero di Napoleone è poi quanto di meno monarchico e legittimista si può immaginare; è più vicino a una dittatura con commistioni ereditarie che non a una forma imperiale classica. E l'esperienza fu così devastante per le monarchie, che non a caso il Congresso di Vienna tentò di rimuoverla. Ma ormai era troppo tardi. Fosse stato stroncato sul nascere, invece, questo tentativo, sono convinto che la Restaurazione sarebbe stata più radicale e conservatrice, un po' come la descrivo io ne La Corona Perduta.

Veniamo più dalle nostre parti: nello scenario che hai creato, Genova è una metropoli moderna e multiculturale, e svolge un ruolo centrale dal punto di vista della politica europea, fino a farsi promotrice di un “Risorgimento italiano alternativo”. Roma, ancora capitale dello Stato Pontificio, è una città tutto sommato ancora poco integrata nella modernità. Da romano di nascita e genovese di adozione, sono scelte esclusivamente dettate da esigenze narrative o c’è dell’altro?

Ho cercato di sviluppare una Genova che da periferia d'Europa, ma ricca repubblica aristocratica, si evolva in una sorta di Stato plutocratico che si avvantaggi dei nefasti del decaduto vicino francese. Con l'aiuto di qualche politico di rilievo e le amicizie giuste fra le grandi Potenze, una Genova così si sarebbe potuta levare qualche soddisfazione diplomatica e geopolitica. A patto di essere meno riservata sulle proprie aspirazioni, ovviamente. Roma senza l'esperienza repubblicana, carbonara e garibaldina, cosa poteva essere se non periferia d'Europa e del mondo? Non a caso il mio papa alternativo, Giulio VI, prova a scagliare un masso nella palude. E che masso...

Hai affidato un ruolo primario a un aristocratico genovese, un personaggio intrigante, divertente e ben riuscito. Perché hai scelto un nobile, un rappresentante, suo malgrado, dell’ancien regime e non un popolano, un uomo oppresso, per dirigere le fila della ribellione all’oppressione? Per inciso, anche uno dei suoi fidi aiutanti è in realtà un nobile sotto copertura...

La risposta la dà Nico Gallo nell'introduzione: come accennavo prima, senza la dimensione borghese e democratica, che si devono per converso alla figura di Napoleone, il primo a incarnare il despota del XX secolo, ecco che tutto deve passare necessariamente per l'individuo. Se un moto di popolo viene represso da una guerra di monarchi, quale è stata quella delle grandi Potenze contro Napoleone – simile in parte a quella della coalizione che si mobilitò un secolo dopo contro la Russia bolscevica – ecco che a voler cambiare le cose rimangono i singoli illuminati. Gian Filippo Spinola a suo modo è un progressista, ma dentro di sé non mette in discussione il fatto di essere anzitutto un aristocratico. Una doppia faccia che, secondo me, senza la Rivoluzione Francese, avrebbe mantenuto tutta la “upper class” colta europea. La spinta progressista ci sarebbe stata, certo, ma non sarebbe stata verso la rottura completa del sistema di valori. Si sarebbe dovuto aspettare ancora parecchio, forse con meno traumi per il nostro mondo, e con un'attenzione maggiore verso le riforme graduali. O forse no. Il bello dell'ucronia è proprio la pluralità di mondi che può generare il verificarsi o no di un singolo fatto-chiave.

Le rivoluzioni le fanno i popoli o gli individui?

Io punto sugli individui che trascinano i popoli. E soprattutto sulle idee. Se l'idea funziona, ci vuole anche qualcuno che la sappia veicolare, e a quel punto una massa che la segua e la faccia propria. E forse anche la congiuntura giusta, la crisi sufficientemente pesante, una maggioranza di gente giovane e disposta a cambiare le cose in maniera radicale, un potere centrale fragile, governanti poco attenti. Non è che il popolo a un certo punto si svegli all'improvviso. Ci vuole un'opera assidua, pluriennale e sotterranea di più persone, un solido impianto ideologico di base e anche tanta fortuna...

Sembra evidente che tu ti sia divertito a giocare con i ruoli immaginari che hai attribuito a personaggi a noi ben noti: Elton John primo ministro inglese, il re Guglielmo d’Inghilterra che piange sua madre Diana, il generale Franco al servizio del Re di Borbone per guidare il massacro in Europa Orientale, e non hai dimenticato nemmeno Hitler, Mussolini e Salazar, che pure in uno scenario alternativo svolgono ruoli credibili, se non di primo piano come quelli che purtroppo hanno storicamente incarnato...

È l'altro aspetto creativo dell'ucronia, divertirsi coi personaggi realmente esistiti, immaginare vite parallele in quello che qualcuno chiama Multiverso. E' anche una debolezza comune a tutti gli scrittori ucronici, il complesso del Demiurgo. Insomma, in fondo creiamo mondi alternativi, perché non andare oltre e impastare i protagonisti della storia “vera” della materia che noi stessi abbiamo confezionato? E poi a me il signor Reggie Dwight sta simpatico...

Il conflitto che descrivi nel romanzo mi è parso un ibrido storico fra le due guerre mondiali, scatenato in sostanza da una perdita dell’equilibrio fra lo strapotere borbonico e le potenze più “democratiche”, in particolare la Gran Bretagna, gli Stati Uniti d’America e la Confederazione Americana. In sostanza il mondo che hai creato è arrivato alla nostra epoca senza aver attraversato la prima e la seconda guerra mondiale. La tesi di fondo è forse che la persistenza di regimi monarchici avrebbe garantito più a lungo un relativa stabilità evitando i conflitti?

Più che una tesi è un'ipotesi di lavoro. Tempo addietro il buon Stefano Baccolini mi intervistò sul tema ucronia e didattica storica e già allora si parlò di come le due dimensioni potessero interferire al fine di una migliore comprensione della storia che si studia a scuola e all'Università. Ero e sono convinto che il metodo sia assolutamente proponibile, e che anzi si scoprirebbero tante pieghe interessanti di eventi fondamentali e no, che sono stati strumentalizzati dalla politica e che la politica non gradisce si studino in modo critico, perché ciò le toglierebbe legittimità. In un Paese rassegnato al tronismo televisivo e sempre meno familiare con la lettura critica un mezzo simile potrebbe essere cruciale per cambiare le cose. Non è un caso, penso, se l'ucronia sia vista con fastidio da certuni e certi altri cerchino di mettervi sopra il cappello per puro spirito revanscista: due posizioni che sono lontane mille miglia dalla mia, come spero si sia capito.

Quali sono i tuoi riferimenti, italiani e stranieri, nella narrativa storica alternativa?

Molti parlano di P.K.Dick: bè direi di sentirmi senz'altro più vicino a scrittori come Harry Turtledove, ma anche a Kim Stanley Robinson. Nella mia narrativa sono peraltro ravvisabili altre fonti: l'amico scrittore Claudio Asciuti ha chiamato in gioco Sturgeon, io mi sento onorato e un po' inadeguato. Continuando con gli autori di sf, visto che credo di appartenere anche a quel genere, inserirei anche un tributo a Robert Silverberg e a Harry Harrison. Direi che di ucronici italiani non ne vedo come modello personale. Mi è piaciuta molto però la trilogia di Enrico Brizzi che è iniziata con L'inattesa piega degli eventi. E, ovviamente, Il Canto oscuro dell'amico Alessio Brugnoli.

Se applichiamo una definizione rigorosa, condivisibile o meno, la fantascienza sfrutta un’invenzione più o meno originale nel campo scientifico; salvo i  casi in cui vi sia una causa spiegabile che crei universi alternativi, in una pura ucronia, come la tua, questo non succede. Semplicemente si immagina che un dato evento o flusso storico sia accaduto in modo diverso o non sia accaduto affatto. Questo tipo di ucronia, la fanta-storia, è davvero fantascienza?

Non mi piace ragionare per schemi. Un romanzo ucronico può anche essere fantascientifico. Per esempio, ne La Corona Perduta si ipotizzano armi progettate su studi dello scienziato Nikola Tesla. In questo senso la storia alternativa può assolutamente ibridarsi con altri generi e reinterpretarli. Lo ha fatto anche Mario Farneti col fantasy, e certe ambientazioni distopiche di China Mièville sono una meraviglia da cui ogni scrittore ucronico dovrebbe trarre lezioni preziose. Se solo si riuscisse a uscire dal pantano del fantastico italiano, dove prima di aprire bocca devi dichiarare a quale parrocchia appartieni, si potrebbe, ne sono convinto, fare e scrivere di molto. Si guardi Tullio Avoledo: un grande scrittore fantastico che è costretto a travestirsi da mainstream perché altrimenti non venderebbe. Il segreto di Tullio è stato questo, oltre a tenersi fuori dalle polemiche; così come tenersi fuori dalla mischia ha giovato a Dario Tonani, che dalla sua ha però anche un grande romanzo come Mondo 9. Insomma, forse il futuro è in queste poche indicazioni: buone idee, poche chiacchiere, molti fatti. E, aggiungo io, niente schemi da scuola di partito o da salottino letterario in dodicesima.

Sono d’accordo. Alla luce della tua notevole esperienza editoriale in questo genere di narrazione, trovi che l’editoria italiana sia ricettiva ad essa? E cosa pensi in generale del panorama editoriale di genere nel nostro paese?

E allora dillo che vuoi provocare... Scherzi a parte, chi mi conosce sa che non mi tiro indietro e che in passato, anche insieme con altri che purtroppo non ci sono più, ho contribuito, con vivacità, a esprimere la mia. Detto con franchezza, l'ucronia come scuola di revanscismo destrorso secondo me non ha futuro. Lo ha se si ibrida con altri generi, come dicevo prima. Generi che aprano le famose porte dell'immaginazione: di nuovo China Mièville insegna. Però occorre tanta immaginazione, ci vogliono idee e tanta applicazione. Con una buona idea nasce spesso anche un buon romanzo e sfido a trovare un editore che fiuti l'affare e si tiri indietro. Poi però c'è la questione dei costi, e tanti altri problemi che sarebbe noioso elencare, ma che poi sono le ragioni per cui un editore lascia anziché lanciarsi. C'è, inoltre, la questione pubblicazione-autopubblicazione: molti ottimi autori escono oggi dal self-publishing, ma per adesso sembra più un ghetto che un'opportunità. Quindi l'universo ebook, che in molti stanno esplorando, non sempre con soddisfazione, ma siamo ancora agli inizi. Quel che conta però secondo me è un'altra cosa: se in Italia ci fosse un gruppo di scrittori di genere agguerrito e propositivo, sono sicuro che si affermerebbe. Invece prevale la stagnazione e tutta la carica sembra risolversi nella sindrome dei polli di Renzo: la guerra tra poveri. In pochi si sottraggono a questo triste schema, rimuginano e razzolano nel proprio ristretto cortile e tendono a una litigiosità patologica. Nessuno o quasi è indenne, ci sono passato anch'io. Fino a rendermi conto di quanto le polemiche servissero a poco. Adesso è giunto il momento di fare un salto di qualità. Creare una cesura, cercare di fare della narrativa credibile, che possa affacciarsi con convinzione a un mercato che cambia. Vedremo se sarà la strada giusta.

Ce lo auguriamo. A cosa stai lavorando adesso?

A dire il vero a un progetto di sf molto particolare, una space opera rivisitata. Procede, si ferma, riprende. Mi diverte molto. E poi, con l'amico Alessio Brugnoli stiamo elaborando un'interessante linea temporale che può a mio avviso diventare una favolosa ucronia. Staremo a vedere.

Grazie del tuo tempo.

Grazie a te.




mercoledì 4 gennaio 2012

Un'intervista a Ursula K. Le Guin su L'Unità.

Riprendiamo integralmente dal Blog "Segnalazioni" l'interessante intervista a Ursula K. Le Guin pubblicata su L'Unità di ieri 3 gennaio a seguito dell'uscita dell'ultimo romanzo dell'autrice, dal titolo Lavinia, per i tipi della Cavallo di ferro. Rammentiamo che tutti i post sull'amatissima Ursula, compreso questo, in Fantascienzaedintorni sono accessibili a questo link.

Fotografia: copyright © by Marian Wood Kolisch

l’Unità 3 gennaio 2012
L’intervista. Ursula Le Guin
L’Eneide narrata da Lavinia
Parla la scrittrice californiana femminista, anarchica e autrice pioniera dei romanzi
di fantascienza. Stavolta guarda al passato e porta alla ribalta la moglie di Enea. «Quale traguardo per le donne di oggi? Non dover mai indossare un burqa né fisico né morale»

di Maria Serena Palieri

URSULA LE GUIN
BERKELEY, 1929
Figlia di Alfred Kroeber, un’autorità nel campo dell’antropologia, e della scrittrice Theodora Kroeber, Ursula Le Guin vive nell’Oregon, si definisce anarchica e femminista ed è una dei rari esponenti della letteratura utopica moderna. Ha vinto cinque premi Hugo e sei premi Nebula, i massimi riconoscimenti della letteratura fantastica, ed è considerata una delle principali autrici viventi di fantascienza. La profondità e attualità dei suoi temi, che spaziano dal femminismo all’utopia e al pacifismo, hanno reso i suoi romanzi noti e apprezzati ben oltre il tradizionale circolo di lettori di genere. Tra le sue opere si ricordano in particolare «La mano sinistra delle tenebre» (1969) e «I reietti dell’altro pianeta» (1974). Dal terzo e quarto libro del ciclo fantastico di «Earthsea» pubblicato tra il 68 e il 72 - è stato tratto nel 2005 il film di animazione «I racconti di Terramare» diretto da Goro Miyazaki, figlio del maestro Hayao Miyazaki.

Ci voleva una scrittrice della Napa Valley, California, e glottoteta, cioè esperta in una forma di esperanto, così come creatrice di prodigiosi mondi d’invenzione come l’Earthsea del suo ciclo più celebre, insomma ci voleva qualcuno che viene da un altro cosmo per dare voce a Lavinia, la moglie laziale di Enea, da duemila e trent’anni sepolta silente nelle pagine dell’Eneide. Ci voleva in altre parole Ursula K. Le Guin, scrittrice di culto per molte generazioni, con il suo romanzo Lavinia, uscito negli Usa nel 2008 e ora in libreria da noi (Cavallo di ferro, traduzione Natascia Pennacchietti e Costanza Rodotà, pagine 315, euro 16,00). Lavinia è un romanzo che, per il tramite della figlia del re Latino, ci racconta appunto in modo inedito la nascita della nostra civiltà. E così Ursula K. Le Guin, ora, ce ne spiega la genesi.
Nell’«Eneide» virgiliana Lavinia è menzionata undici volte, soprattutto come promessa sposa di Enea. Non ha voce e i suoi unici segni di vita sono un timido rossore e gli occhi modestamente rivolti in basso. Perché ha deciso di dedicarle un romanzo di 314 pagine? E cosa può dirci Lavinia che Virgilio non ci abbia già detto?
«In realtà, io non ho deciso nulla. Ma rileggendo l’Eneide mi sono interrogata su Lavinia chi fosse davvero, come fosse, cosa pensasse dell’uomo venuto da Troia e molto presto lei ha cominciato a parlarmi. Tutto ciò che dovevo fare era ascoltare cosa avesse da dirmi. (E leggere qualcosa sul Lazio nell’Età del Bronzo!)».
Che differenza c’è tra scrivere un libro ambientato in un mondo immaginario, come lei ha fatto con i suoi romanzi fantasy, scrivere un romanzo di fantascienza ambientato nel futuro o in un presente parallelo, come lei ha anche fatto, e scrivere un romanzo come questo, storico, ambientato nel passato?
«La differenza è davvero piccola, una volta che chi scrive ha creato appieno e con chiarezza l’ambiente, il mondo del suo romanzo, sia con un solido lavoro di fantasia sia con una ricerca storica sul luogo e il tempo».
Lei ha raccontato di avere riletto in latino, in quest’occasione, il poema di Virgilio. E, se non sbaglio, si è laureata con degli studi sul nostro Risorgimento. Vado errata? E qual è in ogni caso il suo legame con il nostro paese?
«Sono laureata in realtà in letteratura rinascimentale francese e italiana. Ed è una laurea che ho conseguito un bel pezzo fa. In realtà, poi, temo di poter leggere meglio Petrarca che l’Unità. So del vostro Risorgimento, dunque, quello che può sapere ogni persona interessata a tutti i grandi movimenti di liberazione europei del XIX secolo. La mia conoscenza imperfetta del latino mi concede solo una lettura molto lenta, ma questo è un buon modo di leggere Virgilio».
Negli ultimi vent’anni, grazie a Harry Potter, il fantasy è diventato un vessillo globalizzato. Le piace il ciclo della Rowling? Sente qualche somiglianza con lei?
«Per dirla schietta, no. Però sono felice che il fantasy alla fine venga visto per ciò che è sempre stato, una delle più antiche e grandi forme letterarie».
Lei è anarchica e femminista. E ha quasi 82 anni. Nel corso della sua vita ha visto il mondo migliorare o peggiorare?
«L’anarchismo è un meraviglioso attrezzo con cui criticare tutte le altre teorie politiche. Il termine femminismo viene usato in così tante accezioni, molte ostili, ed è usato con tanta incuria, spesso tanta ignoranza, che non ha senso dire di qualcuno che sia femminista, oppure no. L’unico suffisso in “ista” che accetto come etichetta è quello della parola “taoista”. Quanto al “mondo” sta andando verso tempi duri davvero, perché per almeno duecento anni non abbiamo usato la Terra in modo saggio e responsabile».
Le donne occidentali oggi quale traguardo dovrebbero porsi?
«Non indossare mai, mai, mai un burqa. Né un burqa fisico né mentale né morale né religioso». 
Doris Lessing anche lei femminista, anche lei, tra le altre cose, scrittrice di fantascienza in tempi recenti ha espresso un giudizio drastico sulle giovani scrittrici inglesi: colpevoli, a suo dire, di frivolezza e vittimismo. Cosa ne pensa?
«Forse Doris Lessing non ricorda più quanto difficile sia la vita per i giovani, giovani scrittori, giovani scrittrici. Ma devo aggiungere che il binomio “frivolo e vittimista” descrive una bella fetta della narrativa contemporanea, scritta da uomini come da donne, da giovani come da vecchi, e non solo inglesi. Non possiamo però essere tutti profondi e generosi come José Saramago. E lui ci ha messo cinquanta-sessant’anni per conquistare quella saggezza e quella gentilezza».
Quali sono, se ci sono, gli errori piccoli, grandi, enormi compiuti dal femminismo?
«Non mi piace generalizzare. Posso dire che non credo che il femminismo abbia fatto grandi errori. Credo che molti uomini facciano un grande errore nel considerarlo ostile a se stessi e che molte giovani donne facciano un grande errore a pensare di non averne bisogno e che esso non abbia niente a che fare con loro».
Lei ha confessato che in questa parte della sua vita preferisce scrivere poesia anziché prosa. L’età e la condizione fisica influenzano la creatività di uno scrittore? Scrivere un romanzo lungo è anche una prova di forza fisica?
«Proprio così. Anche una novella chiede una pazzesca chiamata alle armi di tutte le mie energie vitali. Un romanzo però chiede che io mantenga energia e forza a pieno ritmo per mesi o per anni. Solo nel pieno della mia forza fisica, corporea, potrei cominciarne uno nuovo, sapendo che acquistando velocità mi trascinerebbe con sé. Ma la mia energia è esaurita da svariati acciacchi dell’età e non posso più intraprendere lunghi viaggi. Mi mancano molto, i lunghi viaggi.
Quando una poesia viene da me porta con sé la sua stessa energia, mi prende e mi porta con sé è come lottare con un angelo che ti trasporta in cielo».

venerdì 30 dicembre 2011

Un'intervista al sottoscritto.

Ringraziando Davide Longoni per la sua sempre cortese attenzione nei riguardi del sottoscritto, ecco il link a una mia intervista rilasciata al portale La Zona Morta
Fate attenzione se non siete in casa da soli: il sito a cui verrete indirizzati è dotato di colonna sonora. L'intervista è leggibile qui. Buona lettura.

domenica 23 ottobre 2011

La mia intervista nel Blog di Edizioni XII.

Gli amici di Edizioni XII, mi hanno intervistato in relazione al Premio Nella Tela 2010. Più precisamente è stato Matteo Carriero, che ringrazio per l'attenzione che mi ha voluto dedicare. Nell'intervista, accessibile qui, ho avuto modo di parlare dei miei progetti in corso, con particolare riferimento al romanzo che verrà pubblicato da Armando Curcio Editore l'anno prossimo.
Il racconto Il misterioso diario del giovane Piotr, che vinse il Premio, è disponibile in questo Blog (elenco link sulla destra).


martedì 8 marzo 2011

Cosa attendersi dal seguito di BLADE RUNNER? La parola ai produttori.

Tratto da: Io9, traduzione dall'originale a mia cura.
 
È noto che vi sarà un sequel o un prequel di Blade Runner. Il Blog Io9 ha posto le domande più scottanti ai produttori, Andrew Kosove, Broderick Johnson e Bud Yorkin. Scopriamo quindi se si tratterà di Blade Runner 2 o di Blade Runner: le origini.

Si tratterà di un prequel o di un sequel?
Kosove: Ancora non siamo in grado di dirlo. Quando lo sapremo, lo renderemo pubblico. È troppo presto per rispondere. Quel che possiamo dire è che è stato attivato un processo attraverso il quale ascolteremo diverse idee di autori e possibili registi, che insieme agli autori le presenteranno. Attualmente siamo aperti tanto a un prequel quanto a un possibile sequel.

Per quale ragione avete acquistato i diritti di Blade Runner?
Johnson: è uno dei nostri film preferiti, e abbiamo pensato che l’universo creato nel film è pieno di idee e potenzialità. Siamo intellettualmente affascinati, e pronti ad esplorare i temi evocati dal film e tutto il pensiero retrostante. In fin dei conti è questa la ricetta di un bel film. Insieme ai personaggi. Esplorare tutto ciò è la grande opportunità di una vita.

Che tipo di storia pensate che Blade Runner abbia intrapreso e che possa essere proseguita ulteriormente?
Kosove: è una domanda molto interessante. Penso che dal nostro punto di vista ciò che ci ha indotti a muoverci adesso è il fatto che stiamo vivendo (e penso che siamo molto fortunati in tal senso) una sorta di era della rivoluzione industriale della tecnologia. Il cambiamento in corso è rapidissimo. Di conseguenza, e a causa del fatto che Philip K. Dick è stato molto acuto nell’immaginare un mondo che, sebbene oggi non esista, è in veloce avvicinamento, c’è tutto il potenziale per pensare a come sarà il mondo nel nostro immediato futuro. O almeno per riflettere su come potrà essere dopo Blade Runner, dal momento che oggi vi sono nuovi elementi che fanno parte del nostro modo di essere, che sono diventati parte della nostra coscienza, che non era possibile prevedere molti anni fa. Due settimane fa, mi trovavo all’aeroporto di Dallas, dove ho visto un robot che andava in giro per tutto il terminal a fare le pulizie, e che parlava con le persone, in modo addirittura fluido. È stato straordinario, e in quel momento ho appreso che eravamo in procinto di intraprendere il progetto di continuazione di Blade Runner, e ho pensato a quanto in fretta il mondo stia progredendo, a quanto fossero realistiche le idee di Philip K. Dick, e a quanto materiale sia oggi disponibile per svilupparne un progetto, che sia un prequel o un sequel.

È interessante che menzioniate il mondo prima o dopo Blade Runner. Il film era ambientato infatti nel 2019, che non è poi così lontano. Avete pensato a come gestire la questione delle date?
Kosove: è una questione da affrontare in relazione alla decisione di fare un prequel o un sequel; se si tratterà di prequel, la scena dovrà svolgersi nell’immediato futuro. Quindi la mia risposta è che il nostro immediato futuro potrebbe in effetti apparire molto diverso da quello attuale. Proprio come quello attuale è profondamente differente da quello di otto anni fa. Non ritengo che un prequel sia da escludere, ma allo stesso tempo siamo interessati alla possibilità di un sequel. Negli ultimi anni la Alcon si è sempre basata sulla qualità dei registi con cui abbiamo avuto il privilegio di lavorare, sull’apertura alle nuove idee e la creazione di un ambiente libero. Siamo interessati ad ascoltare idee, e solo in seguito decideremo in quale direzione procedere. 

Certo, la nostra è solo una chiacchierata informale per capire l’umore del momento. Possiamo almeno sapere se vi piacerebbe che venisse spiegata la vicenda della ribellione dei replicanti che apre la narrazione di Blade Runner? La spiegazione del motivo per cui sono diventati illegali. 
Kosove: sarebbe una direzione eccellente e affascinante. Posso dire questo: il Pentagono sta esplorando ogni possibile maniera di svolgere combattimenti senza la necessità di utilizzare esseri umani. Lo si vede bene con l’uso dei droni. La logica conseguenza di tutto ciò è esattamente il mondo immaginato da Philip K. Dick, nel quale si sta raggiungendo la situazione in cui ad esseri non umani sono affidate responsabilità alle quali gli esseri umani preferiscono abdicare. Ma cosa accadrebbe se vi fosse dell’umanità anche in queste “persone”? L’idea che suggerisci sarebbe quindi un ottimo modo di aprire un nuovo film. È per questo che abbiamo bisogno di un approccio a mente completamente libera.

C’è davvero molto materiale anche solo nelle citazioni casuali relative all’apparizione dei vari replicanti, come “oh, lei è un modello per il piacere, lui è un androide da combattimento.” Insomma, sono spunti aperti.
Bud Yorkin: avremo i Replicanti, ovviamente. È una parte importante del progetto di partenza. Sicuramente ci saranno i Replicanti. A tale proposito, i Replicanti possono essere di molti tipi, e possono essere coinvolti in molte maniere in cui l’uomo vive e lavora. Insomma, saranno diversi in qualcosa. E certamente, hai ragione, saranno parte integrante dell’ambiente che costruiremo.
Kosove: penso che questo sia un aspetto unico in Blade Runner, e che assolutamente debba essere riaffrontato in questo periodo della storia dell’umanità. È qualcosa che investe il significato stesso dell’identità dell’essere umano. Cosa significa essere umani, avere empatia, avere sentimenti? Questo concetto essenziale, alla luce della tradizione di Blade Runner, che ne ha fatto addirittura un’icona, per noi si traduce nell’irresistibile sfida intellettuale di immaginare un capitolo di Blade Runner immediatamente precedente la storia o in alternativa ad essa successivo. Ed è per questo che siamo scesi nell’arena e siamo felici di lavorare a questa opportunità con la Alcon e Bud [Yorkin].

Avete interpellato Ridley Scott?
Kosove: la risposta molto sintetica a questa domanda è la seguente. Non riveleremo se abbiamo interpellato Ridley Scott o meno, ma possiamo affermare che l’approvazione da parte di Ridley Scott del nostro progetto è molto importante per la Alcon. È importante per Bud [Yorkin], e di certo noi tutti nutriamo il massimo rispetto per lui come regista. È uno dei più grandi registi viventi ed è uno dei più grandi registi di tutti i tempi. Perciò è ovvio che per noi sia così importante.

Quando è stata diffusa la notizia, il pubblico si è diviso in due fazioni. Alcuni pensano che sia una buona notizia, perché oggi c’è la tecnologia per rendere tutto ciò straordinario, mentre molti altri sono preoccupati che Hollywood possa corrompere l’eredità di Blade Runner. Vi sentite di dire qualcosa in risposta ai loro dubbi?
Kosove: apprezzerei molto se si facesse chiarezza su questo: Alcon non è proprietà della Warner Bros. Nulla di tutto questo è sostenuto da WB. Siamo un’azienda di produzione e finanziaria completamente indipendente. La nostra relazione con la Warner, che è molto salda, nacque nei primi anni di vita della nostra azienda. Loro distribuiscono tutti i nostri film. Prima di tutto, siamo noi a sostenere interamente i costi, e inoltre, per rispondere, forse in parte, ai dubbi dei fan di Blade Runner, va detto che la cosa potrebbe decollare, oppure no. È possibile che faremo il film, ma non escludiamo che ciò possa non avvenire mai. Ma quello che posso darvi per certo oggi è che la nostra maniera di procedere non sarà quella di raccogliere un gruppo di quindici manager intorno a un tavolo per gestire il processo creativo. Io e Broderick incontreremo autori e registi e cercheremo di pensare alla direzione da intraprendere e al tipo di storia che ci ispiri fiducia. A quel punto, garantiremo autonomia artistica a chi lavorerà, per farne un gran bel film. Penso che indipendentemente dal successo che abbiamo avuto con Alcon (pensate alla collaborazione con Chris Nolan su Insomnia, o il lavoro fatto con i fratelli Hughes per Codice Genesi o con Jonathan Hancock per Blind Side), la filosofia del credere nel lavoro del regista, dandogli solo delle linee generali e lasciando che svolga il suo lavoro, ci abbia molto ben ripagati. E questo è il modo in cui procederemo anche stavolta. Non ho un modo migliore di questo per rispondere alla domanda.

Avete in mente un autore o un regista con il quale, idealmente, iniziereste il lavoro domani stesso?
Kosove: idealmente? Sì, il nostro amico Chris Nolan con cui abbiamo realizzato Insomnia.

Buono a sapersi. Questo vuol dire che intendete perseguire il crudo realismo proprio del film originale.
Kosove: sinceramente, non si tratterà di un remake di Blade Runner. Non abbiamo acquistato i diritti legali per il remake, né siamo interessati a procedere in questa direzione, vogliamo semplicemente fare un prequel o un sequel. Però, di certo lo stile che Chris Nolan ha utilizzato per Batman è esattamente ciò a cui aspiriamo, chiunque sarà il regista, sia che Ridley Scott voglia unirsi a noi, sia che si tratti di un altro. È esattamente questo il tipo di film che abbiamo in mente per Blade Runner.

giovedì 17 febbraio 2011

L'intervista ad Alberto Cola, vincitore del Premio Urania 2009.

Con grande piacere riporto la versione italiana della mia intervista ad Alberto Cola, vincitore del Premio Urania 2009 (ovvero l'edizione più recente), appena pubblicata in lingua inglese su The Portal, sito internazionale che si occupa di fantastico e fantascienza a livello mondiale, con il quale collaboro da qualche tempo. 
Sono convinto gli autori italiani meritino maggiore attenzione, anche a livello internazionale, di quella che è oggi loro riconosciuta, e mi auguro che questo pur modesto contributo, insieme alla precedente pubblicazione dell'intervista ai curatori di Ambigue Utopie, possa andare in questa direzione.
Il prossimo pezzo che pubblicherò nel portale, relativamente alla cultura del fantastico in Italia, sarà con tutta probabilità dedicato alla Carboneria Letteraria, il collettivo di autori italiani di cui da poco tempo sono onorato di far parte anch'io, e di cui è membro lo stesso Alberto.
(L'intervista, per la quale ringrazio il Carbonaro Premio Urania 2009, è accessibile in versione inglese seguendo questo link).



Francesco - Ciao Alberto, e benvenuto. Partiamo dalla motivazione della tua recente vittoria del Premio Urania con il tuo terzo romanzo, Lazarus: “per le superiori qualità stilistiche, l’eccellente inventiva e il tratteggio di una civiltà tecnologica in cui il ritorno dei morti è la premessa per una problematica indagine sul futuro.” Si direbbe che si tratti di un romanzo in cui si mescolano elementi fantascientifici e horror. Che direzione sta prendendo la letteratura fantastica dal tuo punto di vista? Che differenze ci sono in tal senso fra l’Italia e il mondo anglofono?

Alberto - Ciao tutti. No, nulla di horror. Solo un po’ di sana science fiction che, come spesso accade, fa da specchio alle nostre paure, alle domande che continuiamo a porci senza trovare le risposte adatte. Di mio poi amo scrivere con contorni sfumati, nel senso che i miei lavori “soffrono” di una certa commistione di generi, ma non è questo il caso. Credo che la commistione sia il reale salvacondotto per la narrativa di genere, e del resto sperimentare e travolgere il lettore con coordinate sempre più aleatorie ritengo sarà una vera panacea per questo tipo di letteratura. E senza dubbio il mondo anglofobo è più aperto rispetto all’Italia.

F. Il protagonista di Lazarus è un redivivo Yukio Mishima. Cosa ti ha indotto a questa scelta? Che importanza ha che il protagonista sia un uomo che nella realtà si tolse la vita per i suoi ideali? E che fosse uno scrittore?

A. Mi è sempre rimasto difficile resistere al fascino che un intellettuale come Mishima (definirlo solo scrittore sarebbe riduttivo) riesce a emanare anche a 40 anni dalla sua morte. Diciamo che un uomo in grado di prendere su di sé la responsabilità delle proprie scelte è raro. Ai giorni nostri avrebbe fondato un partito per proteggersi, lui invece scelse una strada che gli donò una reale immortalità. Che poi sia personaggio controverso e scomodo non fa che aumentare le sue peculiarità.

F. In un’intervista hai dichiarato che il romanzo parla (anche) di “falsa immortalità”. Puoi spiegarci cosa significa?

A. L’immortalità che gli uomini cercano attraverso l’effimero, l’inutile, l’artefatto. E da questo punto di vista invece l’irruzione di Mishima in una società futura dove ciò è portato all’estremo, rappresenta una contraddizione all’ennesima potenza. Tra coloro che cercano il modo per perpetrare la propria vita e resistere al tempo, l’unico dotato di una reale immortalità è colui che ha scientemente cercato la morte.

F. Quali sono i tuoi riferimenti nell’ambito della letteratura di genere (stranieri e italiani)?

A. Gaiman, Ballard, Simmons… Coloro che dal mio punto di vista hanno, o avevano, la capacità di tradirti a ogni pagina con l’inaspettato. Per quanto riguarda gli italiani il discorso è più complesso. Credo il più conosciuto sia Evangelisti, ma esistono molti altri bravi autori degni di questo nome “rinchiusi”, passami il termine, nei loro confini.


F. Veniamo così alla situazione dell’editoria in Italia. In un’intervista hai affermato che in questo paese “…sembra che uno scrittore debba per forza passare per un premio per pubblicare”. Così è stato in effetti sia per Lazarus che per Ultima Pelle, vincitore del Premio Kipple, oltre che per vari tuoi racconti. E’ davvero così? Ci racconti come la pensi?

A. L’Italia è un paese molto particolare. La narrativa di genere non ha mai realmente attecchito e qua da noi il perché è argomento che si dibatte da decenni. Malgrado la presenza di un nutrito e capace gruppo di autori, le difficoltà sono sempre infinite. Gli stessi romanzi che hai citato erano stati rifiutati in passato da altri editori con le motivazioni più diverse, ma alla fine il problema è sempre che gli incerti dati di vendita condizionano le scelte. Se poi è più colpa del mercato che non recepisce, o degli editori che non riescono a educarlo in tal senso, non saprei dirti. Sta di fatto che a soffrirne sono quegli autori che avrebbero davvero qualcosa da dire in un panorama più ampio a livello internazionale. Ma avendo la fortuna di essere dotati di una visibilità quasi nulla…

F. Hai mai pensato di far tradurre un tuo romanzo in altre lingue, o hai aspettative o progetti editoriali in tal senso?

A. Al momento no. Ma restiamo sempre in mezzo al guado: e poi, chi si prenderebbe la briga di pubblicarlo senza un minimo di nome da spendere? Esistono ancora editori che fanno gli editori a livello puro, cioè che azzardano investendo su uno sconosciuto? Ti autorizzo a dare il mio numero di telefono, se vuoi.

F. In queste settimane stiamo assistendo all’esplosione dell’editoria digitale. Cosa ne pensi come lettore, e inoltre come autore, anche alla luce del fatto che il tuo primo romanzo, Goliath, è da poco uscito in versione e-book?

A. Di sicuro non dispiace che una tale innovazione irrompa in un mercato per certi versi asfittico. Sta di fatto che una reale maturazione commerciale è ben lungi dall’essere a portata di mano, quindi al momento non mi faccio troppe illusioni né mi pongo troppe domande.

F. Scrivi sulla base di una struttura ben ponderata in partenza o ti lasci prevalentemente andare all’improvvisazione?

A. Metà e metà. So sempre da dove partire e dove dovrò arrivare. Poi nel mezzo ci sono tante cose che si accavallano e chiedono attenzione, personaggi che indicano una strada e altri che si oppongono. Ma alla fine fanno quel che dico io, anche se un pizzico di sana anarchia è sempre presente.

F. So che fai parte di un collettivo di autori italiani, la Carboneria Letteraria. Puoi dirci qualcosa in merito alla tua partecipazione ai progetti che ne sono scaturiti e, più in generale, sulla Carboneria stessa?

A. Si tratta di un collettivo formato da molte voci, assolutamente indipendenti, autonome e singolari. Per il momento ci siamo limitati a pubblicare antologie di varia natura come “Primo incontro”, “Frittology”, “Uomini a pezzi”… in futuro chissà. Ciò che ci contraddistingue può essere riassunto nella prima frase del nostro manifesto: “La Carboneria Letteraria, come dice il nome stesso, è un'associazione segreta di Pulcinella volta alla cospirazione letteraria, al consumo di carboidrati con degno accompagno di beveraggi ed altre espressioni artistiche”. In sostanza, al di là di usare le parole come scusa, l’aspetto più importante è la passione da condividere con autori che per prima cosa sono persone, e in quanto tali hanno molto da raccontare. Che poi incidentalmente questi racconti finiscano su carta è un dettaglio alternativo.

F. Alberto Cola si riconosce come autore esclusivamente di genere o intende cimentarsi anche con altre forme di narrativa?

A. Il sottoscritto ama la parola scritta in quanto tale. Il genere è un dettaglio fornito dal gusto, ma la voglia di cambiare non può che essere salutare per chi scrive. Come in tutti gli aspetti della vita, osservare le cose da prospettive differenti rinnova la passione, no?

Questa intervista, realizzata a gennaio 2011, è stata pubblicata in lingua inglese su The Portal.

mercoledì 21 luglio 2010

Alessandro Morbidelli presenta Onda d'Abisso.

Come in precedenza annunciato (qui), esce in questi giorni, per i tipi de L'Orecchio di Van Gogh, l'antologia "Onda d'Abisso", che raccoglie trenta racconti del mistero accomunati da uno sfondo unico: il mare. Il volume comprende anche un mio racconto scritto ad hoc. Ho intervistato Alessandro Morbidelli, curatore dell'antologia, perché ci presenti il volume.

Ciao Alessandro, ci racconti come è nata l’idea dell’antologia Onda D’Abisso?
Credo che ogni persona nata e cresciuta a poca distanza dal mare si senta, a un certo punto della propria vita, in debito con la natura. Magari per tutte le emozioni, tutti i silenzi, tutti gli episodi vissuti a stretto contatto con un ambiente che è mutevole e magico, che cattura lo sguardo e lo immobilizza su un’altra dimensione. Una fessura per scrutare l’anima del mondo, il suo essere primitivo e perfetto. “Onda d’Abisso” nasce perché volevo parlare di mare e volevo che fossero in molti a parlarne. Nasce perché mi sentivo in debito e non solo con il mare, ma anche con la letteratura che mi ha accompagnato da bambino. Danilo Arona, che tra l’altro partecipa all’antologia con un racconto bellissimo e inquietante, mi ricordava qualche giorno fa come la narrativa “su mare” sia uno dei miti di fondazione del fantastico italiano. Se poi pensiamo a certe letteratura weird, dagli inizi del novecento, ma anche prima, ci rendiamo conto di come il mare sia una fonte letteraria di una potenza visiva impressionante. L’uomo è attratto tanto dall’inquietudine quanto dall’ignoto. “Onda d’Abisso” è uno sguardo ulteriore, un affacciarsi dalla scogliera, verso i flutti, alla ricerca della paura e di noi stessi.

Puoi dirci qualcosa anche su L’Orecchio di Van Gogh (nome alquanto curioso per una casa editrice)?
L’Orecchio di Van Gogh è una piccola realtà editoriale nata nel 1998 nelle Marche. Il perché di questo nome, onestamente, lo ignoro. Dovremmo chiederlo ad Andrea Rossi e a Marco Refe, i due personaggi dell’Orecchio che hanno appoggiato sin da subito questo progetto. La loro collana “I germogli”, dedicata alla narrativa, è giovane, ma ha già pubblicato ottimi prodotti, ultimo in ordine temporale il nuovo romanzo di Michele Monina.

Alla luce della sua importanza per te personalmente e come filo conduttore dell'opera, come viene trattato il mare nell’antologia?
Il mare, in “Onda d’Abisso”, è descritto dagli occhi dell’uomo che racconta, sia esso un narratore in prima persona o un narratore esterno. Ed è proprio con l’uomo che si rapporta, nei suoi tre stadi in cui uomo e mare diventano una cosa sola, per questo ho diviso l’antologia in tre sezioni: la prima è dedicata al rapporto uomo-mare quando ancora non esiste il contatto fisico tra i due e si chiama “Sponde”. Qui viene narrato perlopiù il gioco di sguardi, più o meno minacciosi, che i due si scambiano dall’alba dei tempi. Una seconda sezione riguarda le “Superfici” ed è quindi immancabile il riferimento alle epopee marinaresche che tanto hanno caratterizzato un certo tipo di letteratura, ma non solo: il contatto è solo accennato, uno sfiorarsi che nega la compiacenza e al tempo stesso un perdersi nel deserto. La terza categoria, “Abissi”, vede l’immersione totale nel mistero, nell’ignoto di un mondo che è quasi del tutto sconosciuto anche ai giorni nostri. Il rapporto è pieno e maturo, profondo e fisico. Non c’è più la possibilità di tornare indietro. Gli autori che hanno partecipato all’antologia hanno colto questo aspetto del progetto e l’hanno valorizzato ognuno con le proprie suggestioni. Questo è senza dubbio il punto di forza di “Onda d’Abisso”.

Possiamo affermare che Onda D’Abisso è un’opera di genere?
In Onda d’Abisso c’è il racconto fantastico, quello horror, quello legato a certe ispirazioni derivate da autori quali H. P. Lovecraft e E. A. Poe, ma c’è anche avventura, cronaca romanzata e fantascienza. Forse definirlo new weird, se proprio lo vogliamo definire in un certo modo, è la cosa più giusta da fare.

Com’è avvenuta la selezione degli autori, e quali indicazioni sono state fornite loro?
Ho mandato numerosi inviti ad autori che conoscevo e che grazie al mescolatore di mondi per eccellenza che è Facebook (non per fare pubblicità, tanto è gratuito) ho avuto modo di trovare con una certa facilità. Molti degli autori fanno parte della Carboneria Letteraria, un laboratorio, di cui faccio parte, che già in passato ha proposto prodotti editoriali interessanti e che in questi giorni esce con un’opera i cui racconti prendono spunto da terzine dell’Inferno dantesco (Uomini a Pezzi, Eclissi editore). Altri maestri hanno accettato con piacere di partecipare proprio per la particolarità del progetto, e questo mi ha profondamente riempito di gioia. Con alcuni di loro avevo collaborato alla piccola antologia-culto Bloody Hell edita da Demian, altri li ho contattati grazie ad alcune conoscenze che sono state molto utili in questo. Valerio Evangelisti, poi, mi ha fatto dono di un suo pezzo, che ho fatto elaborare e “riarrangiare” dallo scrittore collettivo Pelagio D’Afro, di chiara ispirazione lovecraftiana: non potevo sperare di meglio. Ne approfitto per ringraziare tutti gli autori che hanno partecipato e anche quelli che non hanno fatto parte del progetto, ma che si sono degnati di rispondermi “picche” con una semplice mail.

Quali saranno i prossimi eventi di presentazione del volume?
Il 29 luglio presenteremo in anteprima “Onda d’Abisso” a Marzocca di Senigallia (AN). La presentazione doveva far parte di un festival annuale chiamato “Arte d’aMare”, ma gli organizzatori sono rimasti così colpiti dall’antologia che hanno deciso di dedicare una serata esclusiva a Onda, con accompagnamento musicale, reading e proiezione di fotografie dedicate al mare del maestro Marco Priori, che con la sua arte fotografica ha colto in pieno le atmosfere dell’antologia. Vorrei ringraziarlo per aver regalato un suo scatto alla quarta di copertina e per aver apprezzato quello della copertina vera e propria, che è opera mia. Successivamente, il 4 agosto, Onda sarà ospite, insieme alla già citata antologia “Uomini a Pezzi”, di una serata di presentazione presso la libreria io Book di Senigallia (AN), con la speranza che le folte schiere di appassionati che percorreranno le strade della città ammaliati dal Summer Jamboree, si lascino trasportare dalle onde e ascoltino il richiamo del sommo poeta. Il 4 settembre, inoltre, Onda sarà presentata in seno al festival Adriatico Mediterraneo, importantissima vetrina culturale che ogni estate attira un considerevole numero di persone.

So che hai appena pubblicato anche un romanzo. Un anno intenso ed importante per te…
Un anno molto importante, è vero. “Ogni cosa al posto giusto” è uscito a inizio luglio per Robin edizioni e sta ricevendo molti complimenti dagli appassionati di noir. È una sensazione molto particolare passare davanti alla vetrina di una libreria e vedere il tuo titolo esposto. Mi è successo e per l’emozione quasi non mi sono fermato. Il romanzo è la storia di un vendicatore anomalo, Bruno Pedrini, che muovendosi in una realtà attuale cerca di rendere giustizia a un vecchio prete morente, vittima di un orribile crimine negli anni della sua giovinezza. In questo viene aiutato da personaggi pittoreschi come Berto, un vecchio paralitico che conosce le tre grandi verità della vita, e Silvia, una escort trasformista che non fa altro che mettere il nostro nei guai. Una vicenda frizzante, che però vorrebbe puntare l’attenzione sul tema dell’assistenza ai malati attraverso le facce di chi dedica a questi il proprio tempo: vittime, eroi, carnefici, siamo tutti sulla stessa barca.


Onda d'Abisso, Ed. Orecchio di Van Gogh 2010. Gli autori: Pelagio d'Afro da uno spunto di Valerio Evangelisti, Danilo arona, Alberto Cola, Andrea Angiolino & Francesca Garello, Alessandro Morbidelli, Elena Vesnaver, Giuseppe Di Bernardo, Ramona Corrado & Giuseppe D'Emilio, Manuela Maggi, Milena Debenedetti, Angelo Marenzana, Francesco Troccoli, Gabriele Lattanzio, Marinella Lombardi, Cristiana Astori, Igor De Amicis, Marica Petrolati, Alessandro Cartoni, Luigina Sgarro, Chiara Bertazzoni, Mauro Marcialis, Simonetta Santamaria, Paolo Agaraff, Bartolomeo Badagliacca, Matteo Severgnini, Sofia Bolognini, Lorenzo Trenti, Bruno Zaffoni, Mauro Smocovich & Sacha Rosel, Massimo Mongai.

domenica 6 giugno 2010

Michael Lawson Bishop: gli alieni, la preistoria, e l'essere umano di oggi.

Michael Lawson Bishop, USA, classe 1945, vincitore del Premio Nebula per due volte e del Locus quattro volte, autore di decine di romanzi (di cui molti tradotti e pubblicati in Italia) di genere fantascientifico e fantasy, oggi alla ricerca di un editore per un inedito romanzo mainstream.


Michael (sito web personale qui) ha accettato subito e con estrema gentilezza di rispondere alle domande che seguono, in un'intervista che avevamo annunciato già qualche tempo fa.

La riportiamo integralmente, nella convinzione che nelle parole di questo grande scrittore vi siano spunti di estremo interesse, e non soltanto dal punto di vista letterario.

Michael ha dato prova di appartenere a quella cerchia di personaggi che, pur essendo entrati di diritto nella storia del genere, rivelano grande sensibilità, attenzione ai propri estimatori, disponibilità a mettersi completamente in discussione e... voglia di crescere. Ancora.



F. Caro Michael, grazie per il tempo che vorrai dedicarmi. Sono onorato di avere l’occasione di svolgere quest’intervista.
Queste sono le prime righe di Wikipedia alla voce su di te: “Michael Lawson Bishop è un pluripremiato autore americano. In quarant’anni e trenta libri, ha creato una quantità di opere che lo collocano fra i più importanti autori della letteratura di genere fantascientifico e fantasy.” Hai vinto il Nebula due volte, il Locus quattro volte, e ricevuto svariate candidature al Premio Hugo. Qual è il tuo pensiero sulla tua figura nella mondo della FS?

M. Penso di essere fortunato ad avere ancora oggi una reputazione simile nei campi della fantascienza e del fantasy, soprattutto considerando che negli anni recenti ho concentrato la mia attenzione su altri generi di scrittura, soprattutto storie ambientate nel mondo contemporaneo che non si è rivelato facile piazzare sul mercato (benché alcune abbiano trovato ospitalità in riviste letterarie) e un romanzo mainstream ambientato nei primi anni ’80, che da molti editori è stato “rispettosamente rifiutato”, per usare l’ironica espressione del mio agente.

F. Ti sei laureato e specializzato in lingua inglese. A che età ha iniziato a scrivere? È avvenuto per caso, o per scelta? E perché proprio la fantascienza?

M. Iniziai a scrivere con la convinzione che un giorno sarei diventato un vero scrittore quando ero, mi pare, in settima elementare (ndt: ultimo livello della scuola elementare di alcuni stati USA), all’età di dodici o tredici anni. A quei tempi i miei autori preferiti erano Edgar Allan Poe, Jack London, e svariati autori di “dog stories” per ragazzi, come Marshall Saunders, Albert Payson Terhune, Eric Knight, e Jack O’Brien. Iniziai a scrivere fantasy e horror soprattutto perché in seguito la mia tesi di laurea avrebbe riguardato le opere di H. G. Wells e Ray Bradbury, oltre ad altri.

F. I temi antropologici ed esotici rappresentano una parte fondamentale della tua opera sin dal tuo primo romanzo in assoluto ("A Funeral for the Eyes of Fire"), scritto nuovamente e ripubblicato cinque anni dopo con il titolo "The Eyes of Fire" ("Occhi di fuoco"). C’è una ragione specifica per questo interesse così particolare per uno scrittore?

M. Frequentai un eccellente corso di antropologia presso l’Università della Georgia, ad Athens, tenuto da un professore di nome Charles Hudson, che fu autore di opere sugli Indiani del Sud-Est degli Stati Uniti che rappresentano una pietra miliare. Durante il corso ebbi modo di leggere gli importanti studi di Colin Turnbull sui pigmei della foresta pluviale di Ituri in Congo, nel libro "Il popolo della foresta", e tanto questa lettura quanto l’entusiasmo di Hudson per la sua materia d’insegnamento accesero il mio interesse nei confronti di altre culture e altre popolazioni, e di quella ingenuità adattativa che gli esseri umani mostrano in ambienti estremi, che si tratti di giungla, deserto o taiga.

F. Immagino che ti sarà già stato detto dozzine di volte che tu e U. K. Le Guin avete un modo molto simile di osservare l’essere umano. Si tratta di un approccio antropologico comune a entrambi, non è così? Più in generale, quali autori di FS (e non) sono stati più importanti per te, o quali hai amato di più?

M. Dopo aver deciso di iniziare a leggere fantascienza – in una sorta di programma autodidattico di genere, potremmo dire – mi sono imbattuto nelle opere di autori il cui approccio antropologico risultava congeniale alla mia immaginazione. Fra essi c’è senza dubbio Ursula K. Le Guin, in particolare il suo romanzo “La mano sinistra delle tenebre”, con cui vinse sia il premio Hugo che il Nebula, ma anche precursori del calibro di Wells (“La macchina del tempo”), George P. Elliott (“Among the Dangs”), e Chad Oliver (autore di svariate storie molto sagaci dal punto di vista antropologico). Ma Ursula K. Le Guin resta la favorita, e un romanzo come “Il mondo della foresta” risuona con le mie corde persino oggi, forse perché stimola la riesumazione del mio debito personale nei confronti de “Il popolo della foresta” di Colin Turnbull e allo stesso tempo perché prende una posizione decisa e necessaria sulla devastazione e sulla totale immoralità della guerra nella quale in quel periodo gli Stati Uniti rimasero invischiati in Vietnam.

Vorrei anche aggiungere che ho profondamente amato "I Viaggi di Gulliver" di Jonathan Swift. I quattro viaggi nei quali l’opera è suddivisa, la cui descrizione è ovviamente attribuita dall’autore a Gulliver, sono in realtà ben più di quattro acuti resoconti etnografici di altrettante popolazioni di fantasia; si tratta di un’opera satirica che rappresenta un vero e proprio studio antropologico immaginario. Non lo si può leggere senza provare sbalordimento, e ad ogni rilettura si ha la netta sensazione di scontrarsi con qualcosa di totalmente nuovo rispetto alla volta precedente.

F. La crescente esigenza di confronto fra culture diverse nel mondo degli anni ’70 stimolò probabilmente gli autori di FS ad essere particolarmente sensibili a questi temi? Cosa ne pensi, e cosa ritieni sia sopravvissuto oggi di quella sensibilità?

M. Iniziai a scrivere in un periodo in cui gli scrittori di FS – in particolare quelli che inaugurarono o furono coinvolti nel movimento New Wave della prima metà degli anni ‘60 fino ai primi anni ’70 – avevano accettato la responsabilità di un approccio più cosmopolita alla materia delle proprie opere. Come si poteva scrivere di specie senzienti di altri mondi senza accettare il fatto tangibile che la nostra cultura anglo-americana rappresentava solo una piccola percentuale dell’intero scibile umano, ossia di arte, lingue, musica, agricoltura, ricerca scientifica e strategie di sviluppo sostenibile di questo pianeta? Come si poteva pensare di esplorare altri sistemi solari, altre galassie, o la natura dell’infinito, immediatamente, senza avere desiderio di studiare in lungo e in largo le caratteristiche della nostra specie di appartenenza, prima di gettarsi nell’avida curiosità che alimenta l’ambita corsa verso le stelle?

A questo punto, comunque, non sono più in grado di riconoscere una particolare spinta motivazionale o emozionale negli attuali autori di Fantasy e FS, benché ritenga che la nostra vecchia passione per l’esplorazione spaziale sia caduta preda di uno scoraggiamento derivante dalla crisi economica di gran parte del mondo e della comprensione delle difficoltà di effettuazione di voli spaziali di lunga durata con equipaggi umani. Di conseguenza, sembra che al giorno d’oggi il fantasy abbia spesso spodestato la fantascienza come narrativa fantastica d’elezione nel mercato. Nonostante io non pensi di poter essere classificato, se non per qualche opera, come scrittore di fantascienza “hard”, sono in parte dispiaciuto di questo sviluppo. Benché io ritenga che validi autori abbiano prodotto alcune opere fantasy avvincenti e di valore durevole, come ad esempio “Little, Big” di John Crowley, in genere trovo in effetti che molti scrittori che ricorrono alle figure tipiche del fantasy o dell’horror (elfi, fate, orchi, vampiri, lupi mannari, zombi e quant’altro) solo raramente riescano a elevarli al di sopra dei recessi letterari del prevedibile, quando non del ridicolo totale.

F. Il romanzo "Occhi di fuoco" affronta le difficoltà legate alle differenze fra sistemi culturali e la possibilità di un incontro fra essi. Qual è la tua definizione personale di “diversità”? Pensi che gli ostacoli alla coesistenza possano essere superati, e come? In altre parole, esiste una definizione generale di “umanità” che possa rappresentare il solo fattore critico in grado di abbattere qualunque tipo di barriera, o le diverse identità culturali/nazionali/religiose restano in conflitto reciproco per definizione?

M. In realtà non ho mai pensato di poter postulare una definizione personale di “diversità”. Potrei invece affermare che la diversità, sulla Terra, esiste come dato di fatto incontestabile. La ignoriamo a nostro rischio e pericolo. Possiamo comunque superare alcune barriere alla reciproca comprensione apprendendo altre lingue (area nella quale, mi spiace doverlo ammettere, ho delle lacune), visitando altri luoghi, leggendo narrativa e poesia di altri paesi (in lingua originale o tradotta), trascorrendo periodi prolungati presso popolazioni diverse dalla nostra dal punto di vista etnico, religioso o culturale, e così concludendo che vi si sono scoperte perlomeno altrettante cose valide, utili, ed esteticamente ricche, di quante inutili, sconcertanti o disgustose ci si attendeva di trovare. Bisogna uscire dal circolo vizioso dei nostri pregiudizi, gusti e identità, un movimento a cui la maggior parte di noi tende a resistere, ritenendolo arduo quando non del tutto impossibile. Ma persino se riusciamo a farlo, non riusciamo ad abbattere proprio tutte le barriere, e talora arriviamo persino a scoprire che alcuni comportamenti (nostri o degli altri) concorrono a contrastare la totale accettazione, o la comprensione, dell’oggetto dello studio, in quanto ci sembrano negativi al punto di poterli tollerare soltanto se svisceriamo completamente la nostra identità: un problema che è il cuore dell’attuale scontro fra l’occidente industrializzato e alcune fazioni islamiche militanti.

F. Nel romanzo "Il segreto degli Asadi", derivante dallo sviluppo di un racconto più breve, che fu candidato al Premio Hugo e al Nebula, hai descritto una sorta di “involuzione” di una specie intelligente.
La storia è molto intrigante: il lettore fatica a capire cosa sia accaduto sia agli Asadi che al disperso Professor Chaney. A causa di questa sorta di “regressione”, gli Asadi hanno perduto la loro intelligenza e sono gradualmente caduti in una condizione in cui mostrano ancora un comportamento “sociale” che rivela antichi segni della loro cultura emergenti in cerimonie e rituali, fra cui pratiche di cannibalismo che hai descritto realisticamente e senza censura. Gli esseri umani li odiano e li trattano alla stregua di animali. Dunque la perdita della razionalità equivarrebbe a una regressione ad una condizione animalesca? Qual è il tuo pensiero in merito? Puoi approfondire la condizione in cui sono precipitati gli Asadi?

M. Preferirei definirla una “devoluzione,” ma la tua descrizione del processo subìto dagli Asadi nella storia è efficace. Ciononostante, non sono del parere che la perdita della facoltà razionali, delle capacità di calcolo, risulterebbe necessariamente in una forma di vita completamente animalesca nel senso più dispregiativo della parola. Arriverei quasi a intuire che attraverso questa “devoluzione” ad un simile stato, la specie diventi in grado di vivere più serenamente ed efficientemente nel suo ambiente di quanto potesse come forma di vita cosiddetta razionale, in quanto come forma di vita razionale la sua accresciuta potenza intellettiva la conduceva ad affrontare qualunque ostacolo con un atteggiamento aggressivo che in realtà poi rappresentava una minaccia alla sua stessa sopravvivenza. (In effetti, non sembra proprio il ritratto dell’Homo sapiens sapiens?)

In merito agli Asadi, sono un enigma, concepito come un enigma, in grado di evolvere di nuovo verso l’intelligenza o decadere completamente verso l’estinzione. La presenza di esseri umani sul loro mondo potrebbe condannarli a quest’ultimo destino, sempre che l’inizio del romanzo non fallisca lo scopo di dare a intendere che sono già condannati.

F. Come si concilia tutto ciò con la teoria dell’evoluzione di Darwin?

M. Se devo essere del tutto sincero, la devoluzione degli Asadi non ha basi scientifiche troppo solide. Penso (e preciso che stiamo parlando al giorno di oggi di una storia nata da un punto di vista di almeno quaranta anni fa) di aver voluto rappresentare con questa specie aliena una versione degradata dell’umanità, una drammatica metafora di tutte le maniere in cui noi esseri umani procuriamo danni a noi stessi, sovvertiamo la nostra stessa intelligenza, e mettiamo a repentaglio anche i frutti delle nostre migliori intenzioni. Nei primi anni ’70 mi riferivo indubbiamente alla guerra del Vietnam, alle tensioni razziali, alla crisi petrolifera e quant’altro, mentre oggi potrei facilmente citare la catastrofe per la perdita di petrolio in corso nel Golfo del Messico, le guerre in Iraq e in Afghanistan, e la crisi finanziaria mondiale, oltre a svariate altre questioni irrisolte. Perciò come posso argomentare in merito alla collocazione degli Asadi rispetto all’evoluzionismo di Darwin, quando la loro origine, oltre che nel mio amore per l’antropologia, risiede nel mio debito letterario nei confronti del grande scrittore satirico anglo-irlandese Jonathan Swift?

F. Passiamo ora al tuo capolavoro, “Il tempo è il solo nemico”. Ho amato questo libro. È uno dei cinque che porterei con me su un’isola deserta. Sembra che ci sia molto della tua vita i questo romanzo, non è così? Un padre nell’USAF, una parte della storia che si svolge in Spagna…

M. Si, alcune parti del romanzo sono state ispirate dalla mia vita, soprattutto l’anno che trascorsi in Spagna con mio padre dall’estate del 1962 all’inizio dell’estate del 1963. (A proposito, grazie per aver definito “Il tempo è il solo nemico” come il mio capolavoro, un giudizio che apprezzo da parte tua, benché io consideri “Ancient of Days” o forse “Fragili stagioni” opere di fantascienza migliori. E sono ancor più convinto del valore del mio romanzo inedito, che a me piace anche più di questi due. Allo stesso tempo, percepisco tutti questi romanzi come imperfetti, in maniere diverse e talora scoraggianti, che sarebbe oggi troppo complesso modificare e migliorare).

Mio padre era di stanza presso la base del Comando Aereo Strategico, a circa trenta miglia da Sivigilia, a Morón de la Frontera, ma noi vivevamo in un appartamento nella città di Siviglia in una palazzina di tre piani a Calle Leoncillos 15. Eravamo al secondo piano (che voi europei chiamate il primo piano), mentre i padroni di casa vivevano al primo piano (il piano terra), e un aviere americano di nome Pete Tanaguchi, sua moglie tedesca Ilsa e la loro figlia piccola Nisei vivevano al terzo piano (il secondo per voi); lavavamo i panni tutti insieme sul tetto, e avevamo una bella vista sulla Giralda, l’alto campanile dell’enorme cattedrale gotica della città. E comunque, i contenuti antropologici di “Il tempo è il solo nemico” provengono dalla mia lettura di paleo-antropologi del settore quali Louis B. Leakey, Mary Leakey, il loro figlio Richard Leakey, e il cacciatore di fossili di proto-ominidi rivale della famiglia Leakey, Donald Johansson. Feci una considerevole quantità di ricerche per scrivere il romanzo, ma la caratterizzazione dei personaggi proveniva dalla mia esperienza personale o dall’osservazione diretta, o da una loro combinazione.

F. Il tipo di viaggio nel tempo che hai inventato in questo romanzo mi sembra del tutto originale. Non penso di aver mai letto di un viaggio nel tempo che avviene grazie ad una sorta di “memoria” iscritta nel flusso del tempo, e che ha inoltre per destinazione l’epoca preistorica…

M. L’idea coinvolge anche la presunta suscettibilità del viaggiatore nel tempo a ciò che i ricercatori del sonno chiamano "sogni vividi". È una nozione immaginaria, non dotata di forti basi scientifiche e quindi può rappresentare un punto debole della storia. Potrei anche indicare nell’imprevista apparizione del deus-ex-machina, ovvero gli astronauti dello Zarakali (il paese africano immaginario in cui la storia si svolge, ndt), nel Pleistocene onirico, come un secondo punto debole, poiché il protagonista e il congegno temporale dell’ Air Force hanno evocato questo territorio fantasma a partire dalla sua attività onirica. Al giorno d’oggi, perdonami, ma rabbrividisco un pochino quando rileggo questi passaggi del romanzo.

F. Dall’antropologia esotica alla paleo-antropologia, dagli alieni agli abilini, e la storia prosegue in un certo senso in “Ancient of days” (che include il racconto vincitore del Locus Award “Her habiline husband”), libro purtroppo non disponibile in lingua italiana. Come si spiega questo passaggio? Sei interessato allo studio del Pleistocene?

M. Con il passare del tempo (come alcuni hanno notato), ho trasferito l’ambientazione delle mie storie dai pianeti esterni di lontani sistemi in luoghi più riconoscibili qui sulla Terra. Sono ancora interessato al Pleistocene, certamente, ma sono molto più interessato a tentare di tracciare lo sviluppo della nostra umanità dalle più lontane origini della nostra specie fino al tempo presente.
Il libro “Ancient of Days”, per esempio, segue il percorso di un esemplare intelligente di Homo habilis (a cui un po’ sfacciatamente ho dato nome Adamo), erede di una tribù perduta di suoi simili in un’isola al largo di Haiti, che lotta per essere accettato dagli americani del ventunesimo secolo negli Stati Uniti sud-orientali. In verità, per inciso, preferisco questa storia a “Il tempo è il solo nemico”, e vorrei aggiungere che i tre racconti fra loro collegati che ne costituiscono il contenuto rappresentano nell’insieme la continuazione tematica, per non dire diretta, del romanzo precedente. Così come il protagonista umano in “Il Tempo è il solo nemico” arriva a riconoscere che gli abilini sono ben più di divertenti animali bipedi, i due protagonisti umani di “Ancient of Days” riconoscono in Adamo uno di loro, in realtà dotato persino di qualità intellettuali e morali superiori.



F. A me pare che questi libri abbiano segnato la tua evoluzione intellettuale. In altre parole, sembra ci sia una storia di profonda fiducia nelle potenzialità degli esseri umani.
Joshua trova più umanità fra gli abilini che fra gli esseri umani moderni. Gli abilini non parlano, la loro intelligenza è ridotta. La loro capacità di sfuggire al pericolo non supera quella degli animali. Sopravvivono e sono costantemente terrorizzati. Eppure hanno sentimenti umani. Ho quasi pianto quando ho letto la scena dell’incidente in cui uno di loro si uccide con la pistola di Joshua, e in un’altra scena molto toccante Joshua fa l’amore con una di loro, e finisce per innamorarsi di lei.
Questa “regressione” storica è molto diversa da quella subita dagli Asadi. Sembra che la domanda su cosa definisca l’essere umano abbia trovato finalmente una risposta in questo libro… la scintilla dell’umanità non è dunque il pensiero razionale, ma l’emozione, l’irrazionale, l’amicizia, l’amore, o persino l’odio, la gelosia. Gli aspetti non logici dell’intelligenza. Qual è il tuo pensiero in merito?

M. Non intendo in alcun modo aggirare la tua domanda, ma posso rispondere solamente dicendo che penso tu abbia ben inquadrato l’origine dell’umanità degli abilini descritti in “Il tempo è il solo nemico”, esattamente con le parole “gli aspetti non logici dell’intelligenza”, della loro come della nostra; ciononostante, gli scienziati guarderebbero piuttosto con interesse alla prossimità fra il corredo genetico abilino e quello umano e anche alla capacità delle due specie di generare una prole vitale e fertile (una capacità che nel romanzo ho dato per scontata, senza alcuna solida evidenza scientifica). Trovo gratificante, tuttavia, che tu abbia accettato gli abilini come umani sulla base della loro intensa relazione con Joshua e ovviamente fra i membri del loro gruppo.

F. Il pensiero occidentale, dalla Grecia antica fino all’illuminismo, (per non parlare del Cristianesimo) si basa sull’idea idea che ogni essere umano sia tarato da una sorta di natura maligna (che possiamo definire malattia, violenza, aggressività o qualunque altra forma di natura negativa originaria) sin dalla nascita, e che esclusivamente il pensiero razionale possa permettere il controllo di essa tramite la coercizione degli aspetti emotivi. Ne "Il tempo è il solo nemico" si direbbe che tu vada ben oltre una simile prospettiva: nella tua storia gli esseri umani sembrano per loro natura inclini a muoversi l’uno verso l’altro piuttosto che l’uno contro l’altro…

M. Così risulta dall’osservazione degli eventi narrativi, e molto di questa tendenza sociale intra-specie, descritta nel romanzo, deriva da ciò che io vedo come la naturale riluttanza dell’essere umano a uccidere i propri simili… in assenza di un insegnamento consapevolmente mirato a capovolgere questa riluttanza, come avviene nei campi di addestramento militare o terroristico, o nei campi di football (una misera battuta, chiedo scusa). D’altra parte, Joshua e gli abilini stabiliscono una relazione perché il protagonista si sforza di dimostrarsi loro amico ed essi non trovano alcuna ragione per cui valga la pena mangiarlo o allontanarlo. Spesso, è in condizioni di sopravvivenza – che si può fare molto poco per modificare – che si decide se due esseri apparentemente simili si combatteranno o diverranno alleati.


F. D’altra parte, un romanzo come “L’alternativa” (in cui hai rappresentato un futuro mondo distopico), come omaggio a Philip K. Dick, rivela chiaramente la tua ammirazione per questo autore, il cui pensiero sull’essere umano era certamente più negativo…

M. Penso che Philip K. Dick avesse molta fiducia in quello che avrebbe definito “il piccolo uomo,” ovvero quel particolare essere umano che, pur essendo privo di potere politico, religioso o militare, continua comunque a fare ciò che gli è richiesto, che si tratti di fabbricare vasi, incidere gioielli, o essere diplomatici, anche se il mondo, o le forze del male, cospirano contro la sua modesta creatività, e anche se la realtà stessa tenta di sovvertire l’ordine in cui vive. Ammiro Dick non per il punto di vista negativo sull’umanità che potrebbe avere o non avere avuto, ma per i suoi eroi immancabilmente creativi, uomini o donne, persone che tentano di mettere da parte le loro debolezze a favore dei propri punti di forza, nonostante le soverchianti difficoltà che devono affrontare. Questi personaggi esprimono una nobiltà di cui le persone che detengono il vero potere sono spesso del tutto sprovviste.

F. I tuoi romanzi “Who made Stevie Crye?”, “Count Geiger’s Blues” (non disponibili in italiano), e “Fragili stagioni” sono lavori del tutto diversi, con elementi umoristici, fantastici e horror, talora mescolati fra loro…

M. In verità, “Who Made Stevie Crye?” è una satira a sé stante dei romanzi horror, soprattutto di “Cujo”, di Stephen King, che fu molto popolare nel periodo in cui lo scrissi. Prevedibilmente, Stephen King lo interpretò come un virulento attacco alla sua immagine e alla sua opera, mentre in realtà per me si trattò di un attacco più o meno serio nei confronti dei molti suoi emuli, e di un rispettoso atto di scherno a danno dei risibili eccessi di un solo romanzo di Steven King in particolare. Il romanzo ha i suoi estimatori, tanto che è andato a finire nell’elenco dei “Migliori 100 Romanzi Fantasy”, ma non è mai stato prodotto in edizione economica qui negli Stati Uniti ed è ora fuori catalogo sia qui che in Inghilterra.
Count Geiger’s Blues”, come “Ancient of Days” e il racconto “Death and Designation Among the Asadi,” possiede un’intenzionale sovrastruttura satirica. L’oggetto sono stavolta i fumetti dei supereroi e il loro onnipresente assunto che gli incidenti con le radiazioni procurino in qualche modo poteri miracolosi a coloro che ne sono contaminati, un’idea che trova piena realizzazione nella storia a fumetti "Watchman" di Alan Moore e Dave Gibbons, in particolare nel personaggio del Dottor Manhattan. In effetti, “Count Geiger’s Blues” deve molto sia a Watchman che al romanzo di Michael Chabon “Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay”, vincitore del Premio Pulitzer. Il sottotitolo del mio romanzo è “Una commedia,” in omaggio a Dante e a William Saroyan, ma l’epilogo dimostra che è una follia ritenere le radiazioni un fenomeno del tutto benigno.
Fragili stagioni” è ambientato nel mondo del baseball professionale nel profondo Sud (degli Stati Uniti) durante la seconda guerra mondiale. Ma al tempo stesso la storia rappresenta un sequel di “Frankenstein” di Mary Shelley. Mi sono molto divertito nello scrivere questo romanzo, ma ho anche sudato le sette fatiche nella ricerca del background e nella messa a punto dei vari elementi della trama. In effetti, ho dovuto inventare tutti i dettagli della stagione estiva del 1943 di una squadra minore di baseball, gli Highbridge Hellbenders, nelle cui fila giocano all’apice della guerra sia il narratore, Danny Boles, che il suo misterioso e grottesco compagno di stanza, Hank Clerval. La Twentieth Century Fox ha comprato i diritti del romanzo per farne un film, ma non è mai riuscita a trovare un regista che accettasse la sfida. “Fragili stagioni” è attualmente fuori catalogo negli Stati Uniti, e fra i romanzi che ho scritto è il mio preferito.


F. Cosa pensi del genere “fantasy”? Mi riferisco anche al tuo “Unicorn Mountain”.


M. Questo romanzo nacque dal mio profondo interesse per l’epidemia di AIDS verificatasi nei primi anni ‘80, dalla mia ammirazione per l’opera di Philip K. Dick, e dal fascino che hanno sempre esercitato su di me gli Indiani d’America del Sud-Est del Colorado, gli Ute. Il romanzo è la storia di una specie di unicorno che proviene da un’altra dimensione e arriva nell’attuale stato del Colorado, una specie affetta da una forma di febbre equina specifica degli unicorni, geneticamente simile al virus umano dell’AIDS. Nella trama anche la magia indiana (il ballo del palo Ute) trova un suo spazio. Dopo tutto questo tempo, non sarei in grado di rammentare il percorso che mi portò giorno dopo giorno a sviluppare quel romanzo, ma posso dire che se qualcuno avesse interesse a ripubblicarlo, insisterei per rivedere i testi, abbreviandolo e attenuando il livello di concitazione dei dialoghi.


F. Sei religioso? Credi in Dio? Quali sono i principali fattori culturali della tua educazione umana e artistica?

M. Se mi fornisci il tuo indirizzo, Francesco, ti spedirò una copia di un’antologia che ho curato personalmente per la Thunder’s Mouth Press, una raccolta di racconti intitolata “A Cross of Centuries: Twenty-five Imaginative Tales about the Christ”. La prefazione al libro ti fornirà tutte le informazioni sulla mia posizione in merito alla religione, che forse va oltre quel che sei disposto a sapere.

F. Penso che si tratti della raccolta che comprende il racconto “INRI” (ndt: una feroce satira della figura di Cristo) di Moorcock… be’, se questo è lo spirito del libro, penso che me ne innamorerò, e non vedo l’ora che tu me lo invii. Ovviamente pretendo una copia autografata…

M. L’antologia comprende in effetti anche la versione originale di quel racconto di Moorcock (“Behold the Man”), leggermente accorciata. Gli altri racconti nel volume comprendono “The Sin of Jesus” di Isaac Babel’s, “Il vangelo di Marco,” di Borges, un mio adattamento del “Grande Inquisitore” di Dostoyevsky da “I fratelli Karamazov” (qui intitolato “The Inquisitor General”), “Il Gigante egoista” di Oscar Wilde e varie altre storie, alcune originali scritte da autori americani affermati, fra i quali Ray Bradbury, Jeffrey Ford, Karen Joy Fowler, Paul Di Filippo, Henry Kuttner (il cui racconto dà il titolo al libro), Barry Malzberg, Jack McDevitt, e Mike Resnick. Ci sono anche altre due miei racconti, “Sequel on Skorpios” e “Miriam.” Ti prometto che ti dedicherò e firmerò una copia e te la invierò, Francesco.

F. Grazie! Cosa puoi dirci del tuo romanzo mainstream inedito?

M. Il mio romanzo inedito, intitolato “An Owl at the Crucifixion”, è ancora alla ricerca di una collocazione, e ormai ho poche speranze di vederlo pubblicato finché sarò in vita. È la storia di un teenager, Jude Huckaby (quattordicenne all’inizio della narrazione), che apprende casualmente che il suo insegnante di teatro alla scuola superiore e insegnante del gruppo giovanile della domenica, Piet Scarboro, ha un amante. Un uomo. Il padre di Jude è un pastore della Chiesta Metodista Unificata a Chinaberry, Georgia, nel 1980, e la scoperta innesca una serie di eventi che cambiano per sempre la vita di Piet. È tutto quel che in questo momento sono in grado di anticipare.
Oh, be’ aggiungo che Peter Crowther, nel regno Unito, ha recentemente accettato un capitolo del romanzo, di circa 7000 parole, intitolato "Unfit for Eden," per la rivista che la sua casa editrice, la PS Publishing, pubblica con cadenza annuale o semestrale. "Unfit for Eden" è narrato in prima persona dall’amante di Piet, Dwight David Colter, cresciuto come testimone di Geova in un paesino sul limitare della Palude di Okefinokee in Georgia. Questo capitolo, virtualmente autosufficiente come racconto, non ha alcun elemento fantasy vero e proprio, ma per via del suo frenetico stile narrativo, alcuni lettori potrebbero (sottolineo l’uso del condizionale) scambiarlo per un testo di genere.

F. So che attualmente sei impegnato come docente di scrittura di narrativa presso il LaGrange College in Georgia. Cosa puoi dirci in merito? Ritieni che la scrittura sia qualcosa che si può imparare partendo da zero? Qual è il giusto equilibrio fra talento e tecnica?

M. Penso che un corso di scrittura creativa possa davvero insegnare ad altri come scrivere una buona opera di narrativa o una buona poesia. Ovviamente il talento non si può insegnare, ma alcune persone, se si impegnano molto, possono arrivare con il tempo a creare storie, romanzi, poesie, virtualmente indistinguibili in termini di qualità da quelle prodotte da scrittori geniali e di talento… benché questa evenienza sia alquanto rara, esattamente quanto lo è il talento di per sé. Nella mia classe al LaGrange College applichiamo l’intelligente strategia didattica di Anne Lamott, che consiste nell’affidare agli studenti “brevi compiti” mettendoli in condizioni di produrre, o meglio di attendersi, delle “bozze schifose”, e di imparare così dai loro stessi errori, per poi ripulire le bozze a renderle accettabili per… be’, per gli editori.

F. Quali sono i tuoi consigli per chi vuol essere uno scrittore di FS?

M. Leggere molto. Leggere molta FS. Scrivere molto. Scrivere molta FS. Sbagliare nello scrivere. Sbagliare nello scrivere FS. Riprovarci. E fare errori più piccoli. Non si tratta della mia ricetta per i principianti della scrittura, ma mi sembra il solo modo intelligente di procedere, anche se è probabile che richieda molto tempo. Insistete.


F. "Last but not least". Scrivi anche poesia. Uno scrittore di FS che è anche poeta. Come si conciliano le due cose?

M. Dipende se si vuole incorporare la poesia nella FS o scrivere poesia a contenuto fantascientifico. In ogni caso, non vedo alcuna contraddizione o incompatibilità fra queste due passioni...


(Un ringraziamento per la fotografia a Siviglia, di Serena Barbacetto).

Versione originale in inglese: QUI.