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domenica 11 settembre 2011

Il misterioso diario del giovane Piotr

Questo racconto, vincitore del Premio Nella Tela 2011 di Edizioni XII, è stato pubblicato nella raccolta "Onda d'abisso" delle Edizioni Orecchio di Van Gogh (il racconto è anche disponibile in formato audio qui).



23 marzo 1916

Oggi mi è capitato di svegliarmi sul pavimento della cabina, avvolto fra le lenzuola e la coperta, e di rammentare subito un sogno. Ero in mare aperto, su un’imbarcazione veloce e leggera, che tagliava le acque dei tropici come la lama di un coltello. Non c’erano nubi né onde, e il sole mi bruciava la pelle. Ero a cavallo della prua, come un domatore vittorioso su una belva ammansita. Gridavo felice, e le mie parole si perdevano nel vento. Ed ero un bambino.
Ho aperto gli occhi e ho guardato le altre brande: erano tutte vuote. Mi sono messo in piedi e sono schizzato fuori. Dal ponte della Bakunin ho guardato in basso, e ho visto Vladimir che si esercitava sul ghiaccio. Stava provando un nuovo esercizio: le sue sfere di legno, scagliate in aria con una mano, percorrevano in successione una traiettoria ogni volta diversa: ora la forma di un otto, ora quella di un ovale perfetto, ora i margini di un triangolo o una serie di rimbalzi immaginari, per poi tornare ad adagiarsi nel palmo dell’altra mano. Il volto del giocoliere, impassibile, era illuminato dalla luce di un sole rosso, e basso sulla linea dell’orizzonte.
Ad un tratto mi sono reso conto di quanto fosse tardi. Era notte fonda. Mi sono strofinato via il ghiaccio dal naso. Ero ancora in pigiama.
Prima o poi daranno qualcosa da fare anche a me? Ho pensato, prima di tornare in cabina.
Da quando mi sono ammalato, si arrabbiano quando lascio la branda, e sono costretto a muovermi di nascosto.
Percorrendo il corridoio, ho avvertito l’odore dei cavoli e della pancetta affumicata e mi è presa una gran fame. Così, mi sono vestito in fretta e ho preso la direzione della cucina, due ponti più in basso.
Ida e Olga pelavano patate, mentre lo stufato sbuffava e scoppiettava liberando bolle dell’aria succulenta che mi aveva attirato laggiù. Come al solito, hanno fatto finta di non accorgersi di me. Poi però Olga ha sorriso con un angolo della bocca, e io ho sentito quanto bene mi voglia.


28 marzo 1916

Stamattina sono sceso sul ghiaccio senza che nessuno me lo impedisse, e ho guardato la nave dal basso. Forzando il manto della banchisa, la chiglia della Bakunin ha creato una serie di dossi che si succedono a spina di pesce per tutta la lunghezza dello scafo.
È un po’ come se le onde del mare si fossero congelate all’istante, anche se non è proprio così che deve essere andata. Anton, il nostromo, dice che se vai abbastanza vicino alle paratie dello scafo incagliato, puoi sentire il mare che scorre e gorgoglia, proprio sotto di te. Non so se posso credergli; Anton è un fanfarone. Ad ogni modo io non ho il coraggio di farlo, perché se avesse ragione e se davvero riuscissi a sentire l’oceano, inizierei ad avere il terrore di sprofondare nell’acqua.
Potrebbe succedere, lo so, perché ho sentito qualche giorno fa i due gemelli, che stavano parlando fra una prova e l’altra.
Anatoliy, il gemello nato sei minuti prima, raccontava a Vasiliy che una volta, durante le prove del vecchio numero con gli elefanti, Barnabo, un pachiderma indiano dalla pelle nera, dopo diversi tentativi in cui non c’era stato verso di farlo muovere, aveva spiccato un salto all’improvviso, e quando era atterrato aveva aperto una voragine. Mustafà, il proprietario, che lo adorava, aveva tentato di gettarsi in acqua per salvarlo, e i presenti gli erano dovuti montare addosso in cinque per evitare che ci riuscisse. Altri avevano gettato una fune nel grosso buco nel ghiaccio, come se potesse servire a qualcosa.
Solo dopo che l’acqua era tornata a congelarsi e la voragine si era chiusa, Mustafà era stato lasciato libero, e si era ritirato in cabina per una settimana. Quando ne era uscito, aveva deciso di vendere l’altro elefante al primo gruppo di Inuit che sarebbero venuti ad assistere allo spettacolo.
Ma Vasiliy, il gemello nato sei minuti dopo, non era d’accordo. Nella sua versione dei fatti, il secondo elefante era quello che ancor oggi usiamo per il nostro spettacolo. Io non so chi fa loro abbia ragione, ma non ha importanza, perché in entrambe le versioni non c’è dubbio che l’elefante Barnabo sia annegato sotto il ghiaccio.
Poi i gemelli hanno smesso di parlare, e hanno ricominciato ad esercitarsi.
Vasiliy indicava un punto; che fosse a bordo della Bakunin, sulla banchisa, o dovunque gli paresse, Anatoliy spariva da dove si trovava e riappariva nella posizione richiesta. Vasiliy ha fatto di tutto per mettere il fratello in difficoltà, ma Anatoliy è riuscito ad apparire persino in cima al bompresso. Ho idea che Vasiliy sia invidioso di quel che il suo gemello riesce a fare. Anatoliy invece è molto generoso, perché in fondo non ha nessun bisogno di Vasiliy per stupire gli spettatori.
Mi chiedo quale sia la vera dote di Anatoliy: l’illusionismo o… l’amore. Sarà forse per colpa di quei sei minuti di vita in più.
Mentre li guardavo volersi bene a modo loro, non ho smesso di pormi sempre la stessa domanda: fino a quando resteremo qui?


30 marzo 1916

Molta agitazione a bordo.
Antip, il telegrafista, ha percorso la Bakunin in lungo e in largo, strillando ai quattro venti che convogli di truppe dell’Impero del Nord-Nord in marcia verso il Regno del Nord-Sud passeranno “più o meno a breve distanza dalla nostra nave”.
Quando è stato avvisato, il Comandante è andato su tutte le furie, e Antip ne ha pagato le conseguenze. Primo: come diavolo è venuto in mente ad Antip di gridare a tutti una notizia tanto riservata? Dopo tutto la Bakunin, benché non sia un vascello militare, issa da anni la bandiera di una delle parti in causa. Secondo: che cosa significa “più o meno a breve distanza”? Purtroppo Antip non ha saputo essere più preciso, perché il messaggio, che forse ha ricevuto per errore, era incompleto e, soprattutto, crittografato.
Essere coinvolti in una guerra non è una prospettiva allettante. D’altra parte, qualcuno ha detto che i soldati sarebbero ottimi clienti, e che potrebbero venire a vedere gli spettacoli in massa, e persino portare un po’ di allegria.
Ma non tutti, a bordo, sono di questo avviso. Avrora, la donna più bassa del mondo, si è dichiarata contraria a questa opportunità. Lei non lo ammetterà mai, ma tutti conoscono la ragione della sua ostinazione: ha paura per sua figlia, Ivanna. A differenza di sua madre, e grazie alla sola notte d’amore della vita di questa, trascorsa in compagnia di un molto affascinante e molto ubriaco uomo alto e biondo proveniente dalle province dell’Est-Nord, Ivanna è una ragazza alta, snella e desiderabile.
Una figlia così è quanto di più minaccioso possa esserci, per una madre bassa e fragile al cospetto di una torma di soldati molto alti, pesanti, affamati e infreddoliti.
So che per metterla al mondo Avrora rischiò la vita, e certo non se la farebbe portar via da uno di quegli sciagurati. Magari uno alto, bello e biondo, come il padre.
Io ho quasi diciotto anni e non so cosa darei per poter dormire con Ivanna. Talora la guardo e mi perdo nei suoi occhi, nelle sue curve dolci e nella sua bocca rossa, morbida e sottile. A volte mi sfiora, forse senza rendersene conto, ed io tremo; poi accenna un sorriso e fugge via.
Immancabilmente, la visione di tanta bellezza mi porta a ricordare di quando, nato da poche ore, venni preso a bordo della Bakunin.
Tutto ciò che so è quanto mi è stato riferito: fu la donna stravedente, a salvarmi.
Mi aveva trovato a poche centinaia di metri dal vecchio bordello del porto di Fyodorograd, infagottato in uno scialle di lana che esalava un misto di profumo per baldracca da due soldi e pesce andato a male nonostante il freddo.
Irina.
Non era solo una veggente, ma molto di più. Sapeva leggere la mente della gente, e in essa poteva vedere cosa la vita avesse in serbo per loro. Una vera dannazione, che durante gli spettacoli usava con cautela e molta, molta parsimonia.
Morì di polmonite settica tre mesi dopo avermi trovato, durante la navigazione in mare aperto. Mi dicono tutti che era tanto vecchia quanto bella, e che quando il Comandante aveva protestato per il mio arrivo, lei si fosse limitata a dirgli:
-Ho visto il futuro di questo piccolo. Tutti lo chiameranno Piotr, e starà con noi. Anche lui ha una sua dote. E noi lo ameremo.
A causa di queste donne, nella mia vita bellezza, solitudine e amore sono diventati tre elementi fra loro indissolubili.


31 marzo 1916

Noi lavoriamo ovunque il destino ci porti. In montagna come in pianura, in campagna come in città, in riva al mare, o in mezzo ad esso.
Suppongo che avessi nove anni quando il vecchio Gedeon disse questa frase mentre contemplava un orizzonte tropicale, e ricordo che a quel tempo giocavo a credermi abbastanza cresciuto, e che mi sforzai di non fantasticarci troppo sopra; liquidai le parole “lavorare in mezzo al mare” come un’espressione poetica e avvincente, ma ben lungi dallo stuzzicare la mia credulità. Avevo già iniziato a scrivere, e aspiravo ad essere considerato ben più che un moccioso cresciuto su una nave.
Ma oggi, so che Gedeon diceva semplicemente il vero.
Non è la prima volta che la Bakunin rimane intrappolata fra i ghiacci, e anzi, fra gli artisti a bordo alcuni sperano che accada, un po’ perché molti fra loro amano il gelo, un po’ perché gli spettacoli allestiti sul ghiaccio attirano molti più spettatori di quel che si potrebbe immaginare.
Ci sono le tribù del Sud che risalgono verso settentrione a caccia di uccelli e foche, e quelle dell’Est, che fuggono dai loro persecutori usando enormi slitte trainate da grossi lupi; ci sono cacciatori di frodo, pescatori di balenotteri, estrattori di olio di pesce, esploratori incauti, clandestini in transito fra i continenti e fuggiaschi in generale.
E poi c’è il Popolo delle Donne, che vive più a Nord di ogni altro, nella zona del ghiaccio perenne.
Non tutti credono che esista davvero. Io però le ho viste venire da noi, e ho parlato con una di loro. Vivono da qualche parte, vicino al polo. Hanno pochi uomini e li tengono prigionieri, e sanno come far nascere molte più bimbe che bimbi.
Per dirla tutta, c’è anche il fatto che da queste parti la concorrenza è piuttosto bassa.
Insomma, i clienti non mancano, e modestamente, lo spettacolo che offriamo noi della Bakunin è quanto di meglio vi sia sulla piazza.
Oggi è stato spiegato il tendone. Due dei tre alberi della nave, che dopo l’invenzione del motore a vapore non hanno più incontrato altro impiego, costituiscono due dei cinque vertici; per gli altri tre si è usata la solita tecnica, con le funi e i pilastri. In questo modo i tre ponti della Bakunin si possono usare per assistere agli spettacoli, come in un teatro.
È un sistema molto ingegnoso!
Il nostro tendone è dipinto di strisce gialle e rosse. È fatto così perché si possa vedere e riconoscere da lontano. Chissà che effetto grandioso, sulla spianata di ghiaccio.


1 aprile 1916

Nessuno aveva voglia di lavorare, oggi. I gemelli, con i loro giochetti di sparizione, hanno fatto prendere grandi spaventi a tutti. Aleksandra, la donna che ringiovanisce invece di invecchiare, in un sol giorno ha perso almeno due mesi di vita; in effetti le sono spariti dalla pelle della guancia destra due brutti nei che anni fa le avevano dato molto dolore, e lei ne è assai felice. Dice che è successo perché è stata una giornata piena di scherzi e di divertimento, e lei non vede l’ora di diventare una donna giovane e bella.
Io non so se devo essere contento, invece. Nessuno lo dice apertamente, ma abbiamo tutti paura di come possa finire la sua vita. Io ho la mia idea, ma non ho nessuna voglia di parlarne adesso.
Ho già visto cosa è successo a un uomo che aveva la sua stessa dote, ma non lo dico in giro, e poi spero che per lei sarà tutto differente.
Quando mi sarò ripreso, tornerò alle mie mansioni. Io pulisco le stalle, le gabbie, e mi prendo cura di tutte le bestie.
Al contrario di quel che state pensando ora, non è affatto un mestiere umile.
È la mia dote.
Io so comunicare con gli animali. Dalle farfalle, ai gatti selvatici, alle bestie più strane, rare e mostruose che possiate immaginare. Sono io che do da mangiare ai leoni e alle tigri, che faccio spostare l’elefante quando ce n’è bisogno, e sono sempre io ad ordinare agli scimpanzé di rientrare in gabbia quando diventano troppo capricciosi; anche se in verità non sempre mi danno ascolto subito.
Spero che gli Inuit portino con sé qualche bel cane da slitta, perché mi farebbe piacere sentire le loro storie dei lunghi viaggi sul mare ghiacciato. Sono sicuro che prima o poi accadrà.
Nessuno ascolta le storie degli animali, ma posso giurare che c’è sempre parecchio da imparare.
E non si tratta affatto di parole.


3 aprile 1916
   
Dicono che la temperatura stia salendo, ma io sono ancora troppo malato per accorgermene. Se riuscissi a comprendere il vento, il sole e il mare con la stessa facilità con cui so ascoltare le tigri nelle gabbie o i lupi nella tundra, forse tutto sarebbe più semplice. Ma mi fido dei miei amici, e loro dicono che presto ripartiremo. Il ghiaccio si scioglierà, e prima di allora il tendone verrà smontato. La Bakunin sarà libera di navigare, e il Comandante darà l’ordine di spingere le macchine avanti tutta, e restituirà a ciascuno la sua libertà.
Ho sentito il vecchio Roman, l’incantatore degli uccelli femmina, dire che in realtà saremo noi a decidere quando andar via. Non sono sicuro di aver capito bene cosa intendesse, ma ho preferito riderci sopra.
Poi… devo essermi addormentato. E mentre ero immerso nei miei sogni, sono sicuro che il Comandante è passato nella mia cabina. Non chiedetemi perché, ma l’ho sentito, in qualche modo. Ho percepito il suo affetto per me. Intenso e malinconico. In questi ultimi tempi avverto la preoccupazione di tutti, e tanta, tantissima tristezza. Il Comandante ha sostato a lungo nella mia cabina, mentre dormivo profondamente, senza dire una parola, guardandomi assopito nella mia branda. Poi una candela si è spenta, e lui è uscito.
Forse la mia dote non si limita agli animali. Deve esserci qualcosa che Irina, prima di morire, non ha detto a nessuno, su di me.
Non vedo l’ora di guarire.


20 aprile 1916

C’è stato l’ultimo spettacolo sul ghiaccio.
Tutti sapevano che sarebbe stato così, e alla fine me ne sono convinto anch’io. È stata l’ultima esibizione della Bakunin sulla banchisa artica nella primavera del 1916. Per la successiva, il pubblico pagante dovrà aspettare l’inverno di quest’anno, e non è nemmeno detto che la nave torni da queste parti, né che il mare ghiacci così a lungo. La rotta della Bakunin è sempre disponibile alla deviazione improvvisa, così come il destino di chi vi abita è sempre suscettibile di essere violato.
Ho assistito allo spettacolo dall’oblò della mia cabina, come uno spettatore pagante di rango. Con me c’erano Olga e Ida, che ci tenevano a farmi compagnia e non hanno detto una parola per tutto il tempo. Hanno portato la zuppa di cipolla, e così ci siamo anche rifocillati.
È stato lo spettacolo più grandioso della mia vita. In tutti i numeri gli artisti hanno dato il meglio di sé, e a un certo punto ha parlato il Comandante in persona, che ha ringraziato per la loro presenza i Soldati Imperiali del Nord-Sud, gli Inuit, le Donne, i Cacciatori e i Pescatori di frodo. Un pienone!
Be’, bisogna anche dire che oggi lo spettacolo era gratuito. È tradizione, per la Bakunin. L’ultima esibizione della stagione è un omaggio per il resto del mondo. Alla fine, il Comandante ha persino speso in pubblico delle parole per me, augurandomi che io stia bene presto.
Abbiamo pianto. Io, Olga, Ida. Nella mia cabina, sì, abbiamo pianto.
Amici miei, come posso dirvi quanto vi amo?
Alla fine, è andato in scena il numero più atteso. L’uomo che scioglie il ghiaccio. Non lo avevo ancora visto in azione.
Il tendone è stato smontato in tutta fretta! Hanno partecipato tutti, anche il pubblico ha fatto del suo meglio, e la presenza dei Soldati Imperiali si è rivelata preziosa.
Sotto ai nostri occhi increduli, la banchisa si è spaccata, e in piena notte abbiamo rivisto il mare. L’oceano artico ci ha dato il benvenuto, stormi di gabbiani si sono levati in volo, e la sirena della Bakunin ha iniziato a echeggiare assordante nell’aria gelida e stellata, celebrando la libertà.


21 aprile 1916

Giornata di navigazione.
Oggi ho capito molte cose. Di me, della mia vita, di questa mia dote. E dei miei amici. Della mia grande Famiglia. Dell’unico mondo che mi abbia voluto e amato, fino alla fine.
All’improvviso ho anche capito che sono guarito. Sono uscito sul ponte, seminudo, e mi sono accorto che non sentivo più alcun freddo. La neve scendeva lieve, e si scioglieva rispettosa al contatto con un calore infinito di corpi umani.
La Bakunin ha navigato serena, verso la linea di un orizzonte grigio e indefinito, adagiata su di un incerto e labile confine fra mare e cielo.
I miei amici erano tutti lì, sul ponte principale.
Ed io ho sentito come il loro amore, che non è morto con me, mi avesse illuso di essere ancora nel mondo, e di poter godere ancora di sguardi, parole, lacrime e sorrisi.
Ma era giunto il momento di andare.
Una musica di violino, come in un momento che solo ora rammento, avevo chiesto che fosse.
E il mio corpo, che scivolava nel mare, avvolto in un lenzuolo rosso, ricamato con lettere d’oro:

Piotr Irinavic Ivanov, 10 febbraio 1898 – 23 marzo 1916

E poi, mi sono visto, a cavallo di una prua, come un domatore vittorioso su una belva ammansita. Gridavo felice, e le mie parole si perdevano nel vento.
Ed ero un bambino.

lunedì 16 agosto 2010

Onda d'Abisso a Senigallia.

Si è svolta il 4 agosto scorso, presso la Libreria Io Book di Senigallia, la presentazione della raccolta “Onda d’Abisso”, appena pubblicata per i tipi de L'orecchio di Van Gogh.
In una città in preda all’inconsueta atmosfera retrò del Summer Jamboree, fra nostalgici ricordi personali di Happy Days e una promessa di qualche ora in spiaggia al mattino successivo non mantenuta a causa di una tromba d’aria estiva nel perfetto stile neo-monsonico europeo, Giuseppe d'Emilio e Chiara Bertazzoni hanno condotto una bella serata, alternando letture di estratti dei racconti degli autori presenti, brevi interviste agli stessi e brani musicali del terzetto Evy. Insieme ad Onda d'Abisso è stato anche presentato il volume "Uomini a pezzi" (Eclissi Editrice).
Per il sottoscritto è stata l’occasione per conoscere o ritrovare, fra gli autori presenti, amici vecchi e nuovi, come Marica Petrolati, Gabriele Lattanzio, Alberto Cola, Gabriele Falcioni, Ramona Corrado (che è autrice di tutte le foto che ho spudoratamente rubato al suo album nell’insostituibile Facebook), i due presentatori già citati e naturalmente il curatore, Alessandro Morbidelli (che avevamo intervistato in merito qui).
Ricordo che il volume può essere acquistato online su IBS oppure ordinato direttamente presso l’editore, scrivendo a info@orecchiodivangogh.it.
La prossima presentazione di Onda d'Abisso è prevista per sabato 4 settembre, alle ore 11:00, presso la libreria Metrò, in Corso Giuseppe Garibaldi 91, Ancona, nell’ambito del Festival Adriatico Mediterraneo 2010.  
Gli autori, ben trenta, sono: Pelagio d'Afro (da uno spunto di Valerio Evangelisti), Danilo Arona, Alberto Cola, Andrea Angiolino & Francesca Garello, Alessandro Morbidelli, Elena Vesnaver, Giuseppe Di Bernardo, Ramona Corrado & Giuseppe D'Emilio, Manuela Maggi, Milena Debenedetti, Angelo Marenzana, Francesco Troccoli, Gabriele Lattanzio, Marinella Lombardi, Cristiana Astori, Igor De Amicis, Marica Petrolati, Alessandro Cartoni, Luigina Sgarro, Chiara Bertazzoni, Mauro Marcialis, Simonetta Santamaria, Paolo Agaraff, Bartolomeo Badagliacca, Matteo Severgnini, Sofia Bolognini, Lorenzo Trenti, Bruno Zaffoni, Mauro Smocovich & Sacha Rosel, Massimo Mongai.

mercoledì 21 luglio 2010

Alessandro Morbidelli presenta Onda d'Abisso.

Come in precedenza annunciato (qui), esce in questi giorni, per i tipi de L'Orecchio di Van Gogh, l'antologia "Onda d'Abisso", che raccoglie trenta racconti del mistero accomunati da uno sfondo unico: il mare. Il volume comprende anche un mio racconto scritto ad hoc. Ho intervistato Alessandro Morbidelli, curatore dell'antologia, perché ci presenti il volume.

Ciao Alessandro, ci racconti come è nata l’idea dell’antologia Onda D’Abisso?
Credo che ogni persona nata e cresciuta a poca distanza dal mare si senta, a un certo punto della propria vita, in debito con la natura. Magari per tutte le emozioni, tutti i silenzi, tutti gli episodi vissuti a stretto contatto con un ambiente che è mutevole e magico, che cattura lo sguardo e lo immobilizza su un’altra dimensione. Una fessura per scrutare l’anima del mondo, il suo essere primitivo e perfetto. “Onda d’Abisso” nasce perché volevo parlare di mare e volevo che fossero in molti a parlarne. Nasce perché mi sentivo in debito e non solo con il mare, ma anche con la letteratura che mi ha accompagnato da bambino. Danilo Arona, che tra l’altro partecipa all’antologia con un racconto bellissimo e inquietante, mi ricordava qualche giorno fa come la narrativa “su mare” sia uno dei miti di fondazione del fantastico italiano. Se poi pensiamo a certe letteratura weird, dagli inizi del novecento, ma anche prima, ci rendiamo conto di come il mare sia una fonte letteraria di una potenza visiva impressionante. L’uomo è attratto tanto dall’inquietudine quanto dall’ignoto. “Onda d’Abisso” è uno sguardo ulteriore, un affacciarsi dalla scogliera, verso i flutti, alla ricerca della paura e di noi stessi.

Puoi dirci qualcosa anche su L’Orecchio di Van Gogh (nome alquanto curioso per una casa editrice)?
L’Orecchio di Van Gogh è una piccola realtà editoriale nata nel 1998 nelle Marche. Il perché di questo nome, onestamente, lo ignoro. Dovremmo chiederlo ad Andrea Rossi e a Marco Refe, i due personaggi dell’Orecchio che hanno appoggiato sin da subito questo progetto. La loro collana “I germogli”, dedicata alla narrativa, è giovane, ma ha già pubblicato ottimi prodotti, ultimo in ordine temporale il nuovo romanzo di Michele Monina.

Alla luce della sua importanza per te personalmente e come filo conduttore dell'opera, come viene trattato il mare nell’antologia?
Il mare, in “Onda d’Abisso”, è descritto dagli occhi dell’uomo che racconta, sia esso un narratore in prima persona o un narratore esterno. Ed è proprio con l’uomo che si rapporta, nei suoi tre stadi in cui uomo e mare diventano una cosa sola, per questo ho diviso l’antologia in tre sezioni: la prima è dedicata al rapporto uomo-mare quando ancora non esiste il contatto fisico tra i due e si chiama “Sponde”. Qui viene narrato perlopiù il gioco di sguardi, più o meno minacciosi, che i due si scambiano dall’alba dei tempi. Una seconda sezione riguarda le “Superfici” ed è quindi immancabile il riferimento alle epopee marinaresche che tanto hanno caratterizzato un certo tipo di letteratura, ma non solo: il contatto è solo accennato, uno sfiorarsi che nega la compiacenza e al tempo stesso un perdersi nel deserto. La terza categoria, “Abissi”, vede l’immersione totale nel mistero, nell’ignoto di un mondo che è quasi del tutto sconosciuto anche ai giorni nostri. Il rapporto è pieno e maturo, profondo e fisico. Non c’è più la possibilità di tornare indietro. Gli autori che hanno partecipato all’antologia hanno colto questo aspetto del progetto e l’hanno valorizzato ognuno con le proprie suggestioni. Questo è senza dubbio il punto di forza di “Onda d’Abisso”.

Possiamo affermare che Onda D’Abisso è un’opera di genere?
In Onda d’Abisso c’è il racconto fantastico, quello horror, quello legato a certe ispirazioni derivate da autori quali H. P. Lovecraft e E. A. Poe, ma c’è anche avventura, cronaca romanzata e fantascienza. Forse definirlo new weird, se proprio lo vogliamo definire in un certo modo, è la cosa più giusta da fare.

Com’è avvenuta la selezione degli autori, e quali indicazioni sono state fornite loro?
Ho mandato numerosi inviti ad autori che conoscevo e che grazie al mescolatore di mondi per eccellenza che è Facebook (non per fare pubblicità, tanto è gratuito) ho avuto modo di trovare con una certa facilità. Molti degli autori fanno parte della Carboneria Letteraria, un laboratorio, di cui faccio parte, che già in passato ha proposto prodotti editoriali interessanti e che in questi giorni esce con un’opera i cui racconti prendono spunto da terzine dell’Inferno dantesco (Uomini a Pezzi, Eclissi editore). Altri maestri hanno accettato con piacere di partecipare proprio per la particolarità del progetto, e questo mi ha profondamente riempito di gioia. Con alcuni di loro avevo collaborato alla piccola antologia-culto Bloody Hell edita da Demian, altri li ho contattati grazie ad alcune conoscenze che sono state molto utili in questo. Valerio Evangelisti, poi, mi ha fatto dono di un suo pezzo, che ho fatto elaborare e “riarrangiare” dallo scrittore collettivo Pelagio D’Afro, di chiara ispirazione lovecraftiana: non potevo sperare di meglio. Ne approfitto per ringraziare tutti gli autori che hanno partecipato e anche quelli che non hanno fatto parte del progetto, ma che si sono degnati di rispondermi “picche” con una semplice mail.

Quali saranno i prossimi eventi di presentazione del volume?
Il 29 luglio presenteremo in anteprima “Onda d’Abisso” a Marzocca di Senigallia (AN). La presentazione doveva far parte di un festival annuale chiamato “Arte d’aMare”, ma gli organizzatori sono rimasti così colpiti dall’antologia che hanno deciso di dedicare una serata esclusiva a Onda, con accompagnamento musicale, reading e proiezione di fotografie dedicate al mare del maestro Marco Priori, che con la sua arte fotografica ha colto in pieno le atmosfere dell’antologia. Vorrei ringraziarlo per aver regalato un suo scatto alla quarta di copertina e per aver apprezzato quello della copertina vera e propria, che è opera mia. Successivamente, il 4 agosto, Onda sarà ospite, insieme alla già citata antologia “Uomini a Pezzi”, di una serata di presentazione presso la libreria io Book di Senigallia (AN), con la speranza che le folte schiere di appassionati che percorreranno le strade della città ammaliati dal Summer Jamboree, si lascino trasportare dalle onde e ascoltino il richiamo del sommo poeta. Il 4 settembre, inoltre, Onda sarà presentata in seno al festival Adriatico Mediterraneo, importantissima vetrina culturale che ogni estate attira un considerevole numero di persone.

So che hai appena pubblicato anche un romanzo. Un anno intenso ed importante per te…
Un anno molto importante, è vero. “Ogni cosa al posto giusto” è uscito a inizio luglio per Robin edizioni e sta ricevendo molti complimenti dagli appassionati di noir. È una sensazione molto particolare passare davanti alla vetrina di una libreria e vedere il tuo titolo esposto. Mi è successo e per l’emozione quasi non mi sono fermato. Il romanzo è la storia di un vendicatore anomalo, Bruno Pedrini, che muovendosi in una realtà attuale cerca di rendere giustizia a un vecchio prete morente, vittima di un orribile crimine negli anni della sua giovinezza. In questo viene aiutato da personaggi pittoreschi come Berto, un vecchio paralitico che conosce le tre grandi verità della vita, e Silvia, una escort trasformista che non fa altro che mettere il nostro nei guai. Una vicenda frizzante, che però vorrebbe puntare l’attenzione sul tema dell’assistenza ai malati attraverso le facce di chi dedica a questi il proprio tempo: vittime, eroi, carnefici, siamo tutti sulla stessa barca.


Onda d'Abisso, Ed. Orecchio di Van Gogh 2010. Gli autori: Pelagio d'Afro da uno spunto di Valerio Evangelisti, Danilo arona, Alberto Cola, Andrea Angiolino & Francesca Garello, Alessandro Morbidelli, Elena Vesnaver, Giuseppe Di Bernardo, Ramona Corrado & Giuseppe D'Emilio, Manuela Maggi, Milena Debenedetti, Angelo Marenzana, Francesco Troccoli, Gabriele Lattanzio, Marinella Lombardi, Cristiana Astori, Igor De Amicis, Marica Petrolati, Alessandro Cartoni, Luigina Sgarro, Chiara Bertazzoni, Mauro Marcialis, Simonetta Santamaria, Paolo Agaraff, Bartolomeo Badagliacca, Matteo Severgnini, Sofia Bolognini, Lorenzo Trenti, Bruno Zaffoni, Mauro Smocovich & Sacha Rosel, Massimo Mongai.