lunedì 16 agosto 2010

Onda d'Abisso a Senigallia.

Si è svolta il 4 agosto scorso, presso la Libreria Io Book di Senigallia, la presentazione della raccolta “Onda d’Abisso”, appena pubblicata per i tipi de L'orecchio di Van Gogh.
In una città in preda all’inconsueta atmosfera retrò del Summer Jamboree, fra nostalgici ricordi personali di Happy Days e una promessa di qualche ora in spiaggia al mattino successivo non mantenuta a causa di una tromba d’aria estiva nel perfetto stile neo-monsonico europeo, Giuseppe d'Emilio e Chiara Bertazzoni hanno condotto una bella serata, alternando letture di estratti dei racconti degli autori presenti, brevi interviste agli stessi e brani musicali del terzetto Evy. Insieme ad Onda d'Abisso è stato anche presentato il volume "Uomini a pezzi" (Eclissi Editrice).
Per il sottoscritto è stata l’occasione per conoscere o ritrovare, fra gli autori presenti, amici vecchi e nuovi, come Marica Petrolati, Gabriele Lattanzio, Alberto Cola, Gabriele Falcioni, Ramona Corrado (che è autrice di tutte le foto che ho spudoratamente rubato al suo album nell’insostituibile Facebook), i due presentatori già citati e naturalmente il curatore, Alessandro Morbidelli (che avevamo intervistato in merito qui).
Ricordo che il volume può essere acquistato online su IBS oppure ordinato direttamente presso l’editore, scrivendo a info@orecchiodivangogh.it.
La prossima presentazione di Onda d'Abisso è prevista per sabato 4 settembre, alle ore 11:00, presso la libreria Metrò, in Corso Giuseppe Garibaldi 91, Ancona, nell’ambito del Festival Adriatico Mediterraneo 2010.  
Gli autori, ben trenta, sono: Pelagio d'Afro (da uno spunto di Valerio Evangelisti), Danilo Arona, Alberto Cola, Andrea Angiolino & Francesca Garello, Alessandro Morbidelli, Elena Vesnaver, Giuseppe Di Bernardo, Ramona Corrado & Giuseppe D'Emilio, Manuela Maggi, Milena Debenedetti, Angelo Marenzana, Francesco Troccoli, Gabriele Lattanzio, Marinella Lombardi, Cristiana Astori, Igor De Amicis, Marica Petrolati, Alessandro Cartoni, Luigina Sgarro, Chiara Bertazzoni, Mauro Marcialis, Simonetta Santamaria, Paolo Agaraff, Bartolomeo Badagliacca, Matteo Severgnini, Sofia Bolognini, Lorenzo Trenti, Bruno Zaffoni, Mauro Smocovich & Sacha Rosel, Massimo Mongai.

lunedì 2 agosto 2010

Carlos Ruiz Zafón: «La vita di uno scrittore si svolge nel suo cervello»

Compie dieci anni la prima pubblicazione de «L'ombra del vento», un successo editoriale senza precedenti in Spagna: un centinaio di edizioni e 15 milioni di copie vendute in tutto il mondo. Da Los Angeles, dove risiede, l’autore ne parla con ABC.

SERGI DORIA / BARCELONA - 20/06/2010
Avvertenza: l'intervista che segue è stata realizzata da ABC Spagna e la V.O. è pubblicata qui. La traduzione dallo spagnolo è mia.

—Come sono stati accolti i suoi romanzi nei vari paesi?
—Direi che l’accoglienza dei libri è stata la stessa in quasi tutti i paesi. I lettori rimangono lettori, non ha importanza dove stiano. Con il passare degli anni ho imparato che le persone che apprezzano la letteratura, il linguaggio, le idee e i libri sono molto simili in ogni parte del mondo e che ciò che le unisce supera frontiere e differenze culturali.

—«Il gioco dell’angelo» ha raggiunto i vertici delle classifiche di vendita negli Stati Uniti. Perché pensa che abbia avuto altrettanta e maggior accettazione de “L’ombra del vento” presso i lettori americani?
—Il successo de «L’ombra del vento» ha consentito di creare un’aspettativa ed una buona accoglienza per «Il gioco dell’angelo». Non mi azzarderei a dire che un romanzo abbia incontrato maggior gradimento dell’altro. «L’ombra del vento» è già da otto anni nelle librerie del Nord America e continua a trovare una risposta straordinaria. «Il gioco dell’angelo» è disponibile da appena un anno e ora ne verrà lanciata l’edizione tascabile, sulla quale si gioca la vera battaglia di fondo nel mercato nordamericano. L’edizione in copertina rigida da queste parti è solo un «trailer» ed i libri fanno carriera, o meno, nell’edizione «trade», qualcosa di simile a quanto avviene nel mercato britannico.
—Che differenza c’è fra le due opere nell’attrarre un certo tipo di lettore?
—Mentre lavoravo a «Il gioco dell’angelo» sapevo già che sarebbe stato un romanzo molto più difficile per la maggior parte dei lettori e che questa maggioranza avrebbe continuato a preferire «L’ombra del vento». Sono due romanzi molto diversi fra loro: mentre «L’ombra del vento» induce una reazione molto simile in tutti i tipi di lettore, «Il gioco dell’angelo» ispira reazioni diverse e contrastanti. È così che deve essere, perché corrisponde alla natura intrinseca di ciascuno dei due libri.

—Come trascorre la giornata uno scrittore a Los Angeles?
—Immagino in modo simile a quanto farebbe a Londra, Parigi o Móstoles (piccolo paese dei dintorni di Madrid, ndt). Non saprei. Forse con un po’ più di sole, e magari un po’ più di distanza da taluni rumori mondani che distraggono e ti sottraggono al lavoro e al vivere la propria vita. Buona parte della vita di uno scrittore si svolge nel suo cervello e questo non è diverso a seconda che ci si trovi in California o sui Pirenei aragonesi.

—E come vede Barcellona da Los Angeles? In questi giorni, ad esempio, si sta scavando al di sotto della Sagrada Familia un tunnel per il Treno ad Alta Velocità… Molti temono per il Tempio di Gaudí…
—A volte con una certa preoccupazione, altre, invece, con nostalgia. Speriamo che Gaudí e i barcellonesi, che sono sopravvissuti a tutto, sopravvivano anche a queste saghe bizantine di contratti multimilionari e torbidi interessi.

—Un’altra polemica tutta barcellonese è che si vuole proibire le corride dei tori per legge, e inoltre hanno iniziato a convertire la Diagonal (un grande viale di Barcelona, ndt) in una zona pedonale con tranvia elettrica, spostando tutto il traffico verso l’Ensanche…
—Forse sarà per la paura che il toro possa prendere qualcuno, che già andrebbe bene. La storia della Diagonal e dei tram suppongo sia un grande piano di pensionamento a carico del contribuente. O così sembra. Spero che sia semplicemente un’idea assurda morta sul nascere.

—Quali differenze vede fra la società letteraria spagnola e quella americana?
—Forse la società letteraria americana non è così politicizzata e condizionata da interessi di parte come talora sembra succeda a quella spagnola; ma a livello dei lettori, delle persone che amano la letteratura e la vivono, non credo ci siano molte differenze. È possibile che le maggiori differenze stiano in come si presenta quel «mondo» nei mezzi di comunicazione e che ruolo svolge nella società. Credo ci sia una sempre più pronunciata divergenza di base fra gli Stati Uniti e l’Europa in generale.

—Lei ha vissuto negli ultimi tempi della presidenza di Bush e assiste oggi ai primi passi di Obama. Quali cambiamenti percepisce?
—Gli anni dell’amministrazione Bush sono risultati catastrofici e hanno causato danni tremendi alla fibra sociale, politica e soprattutto economica di questo paese, per molti aspetti in maniera irreparabile. Gli inizi della nuova amministrazione hanno destato grandi speranze, ma adesso iniziano ad essere evidenti gli ostacoli. La deriva autodistruttiva che trascinava questo paese sembra essersi corretta, almeno momentaneamente, ma la questione è se sia possibile riparare il danno causato e disincagliare la nave. È da vedere. Buona parte dell’iceberg è ancora lì, sott’acqua, pronto a tornare all’attacco.

—Prima di tornare alla tetralogia del «Cimitero dei libri dimenticati» prevede qualche incursione letteraria di segno diverso?
—Non si sa mai. A volte mi pare che sia meglio non parlare troppo dei piani che uno ha o di quel che in un dato momento ha per le mani, perché in seguito si cambia idea e alla fine si fanno cose molto diverse da quelle che i lettori attendevano.

—Il fotografo barcellonese Josep Martínez ha collezionato 400 dragoni nella sua raccolta «Drakcelona». Come procede la sua affezione per il mitico animale?
—«Drakcelona», mi piace. Dovrò procurarmi una copia di questo libro. La mia affezione per i dragoni non si placa. Continuo ad adottarne ovunque li incontri e, nonostante il crescente numero, conviviamo in pace e armonia.

—Lei ammira il lavoro degli sceneggiatori televisivi e afferma che abbiano un talento maggiore di molti autori di letteratura.
—Be’, si tratta di una generalizzazione che avrebbe in realtà molte sfumature. Mi sembra che in più di un’occasione su questo argomento mi siano state attribuite parole che non erano esattamente quelle che avevo pronunciato, spesso con malizia e intenzioni poco onorevoli. Detto questo, e mettendo da parte le ovvie differenze che esistono fra scrivere narrativa o letteratura e scrivere serie televisive drammatiche o comiche per la televisione, sì, penso che si debba riconoscere che negli ultimi dieci anni siano state prodotte numerose serie televisive, spesso nate in canali via cavo come HBO e Showtime, nelle quali la qualità drammatica e la fattura formale sono impeccabili e spesso molto superiori a quel che troviamo nel cinema di stampo commerciale. Nonostante il paragone fra letteratura e televisione sia difficile, se non impossibile, è anche vero che spesso si apprezzano in queste serie un talento e un impegno narrativo che è molto difficile riscontrare in buona parte della produzione narrativa che considera se stessa raffinata e letteraria.

—Quali serie raccomanderebbe al telespettatore spagnolo?
—Direi «The Wire», «The Sopranos», «Mad Men», «Weeds», «DeadWood», «Entourage», «The Good Wife», «House», «The West Wing», e molte altre. In verità io vedo poca televisione e scopro queste serie sempre in ritardo, a volte anche anni dopo che sono state prodotte, finisco per vederle in DVD e quasi mai nell’orario commerciale di trasmissione, per cui di certo i lettori saranno molto più aggiornati di me su quel che merita fra i vari programmi trasmessi. Le mie ore di ozio sono più dedicate alla lettura e alla musica, che è il mio maggiore interesse.

—Continua a considerare Dickens e Stephen King come autori di punta? Cosa ha letto negli ultimi mesi?
—Stephen King è un autore che lessi soprattutto negli anni della mia adolescenza e Dickens lo rileggo regolarmente, ma questi sono solo due fra i tanti autori con cui mi sono dilettato nel corso degli anni. Leggo un po’ di tutto e non presto troppa attenzione alle etichette né ai preconcetti che spesso accompagnano i libri. Posto questo, preferisco farmi una mia idea e decidere per me stesso cosa penso e cosa mi interessa. Negli ultimi anni la mia tendenza è stata quella di leggere più saggistica, soprattutto la storia, benché stia tornando a poco a poco ai romanzi. In questi ultimi mesi ho scoperto alcuni nuovi autori interessanti come Victor Lavalle o Dexter Palmer e ho anche ritrovato un grande scrittore, Ian MacDonald. In genere leggo un libro alla settimana, più o meno, per cui queste sono solo alcune delle mie letture… ho letto di tutto e quasi tutto è risultato interessante.


Ruiz Zafón e le nuove tecnologie.
Per essere ben informato, Carlos Ruiz Zafón dice che è solito consultare le edizioni digitali di vari quotidiani con il caffè del mattino, «New York Times», «Los Angeles Times», «The Guardian», e numerose altre pubblicazioni digitali. «Le cose che mi interessano davvero preferisco leggerle sulla carta che tengo in mano. Per i rumori passeggeri mi basta lo schermo del computer», afferma lo scrittore.
In quanto al libro elettronico, lo scrittore ha l’impressione «magari sbagliata, che porterà beneficio non all’industria editoriale che la promuove quanto ai produttori del supporto elettronico, che ci venderanno ogni anno un modello nuovo. L’industria editoriale cadrà in una trappola da cui credo che uscirà molto malridotta. E questo senza entrare nel merito della pirateria, che è già un cancro culturale senza rimedio».